martedì 25 agosto 2026

Oltre il manicheismo: la via socialista alla democrazia

 

Oltre il manicheismo: la via socialista alla democrazia

 

Il termine socialismo si presta a molteplici interpretazioni, un po' come la parola amore. L’assonanza non è casuale: quanti confondono l’amore con l'innamoramento, o quanti credono di amare praticando manipolazioni psicologiche o violenze? Lo stesso vale per il socialismo, un alveo in cui troviamo massimalisti, rivoluzionari, riformisti, umanisti, fautori del socialismo liberale, libertario, nazionale, tricolore o terzamondista, fino al socialismo reale e al comunismo — che ne rappresenta la declinazione più dogmatica e violenta. La violenza, del resto, attraversa diverse visioni socialista, legittimata dall’odio di classe marxista-leninista e dalle derive trotskiste e maoiste.

 

L’accostamento tra socialismo e amore affonda le radici nella matrice comune con il cristianesimo. È da qui che nascono le correnti riformiste, umanitarie, liberali e libertarie: un socialismo che pone al centro la persona e i suoi diritti inviolabili (così come nel cristianesimo Dio si fa uomo) e che per sua natura ripudia ogni violenza. Non è un caso che lo Stato sociale sia nato in Europa sostenuto sia dalle socialdemocrazie occidentali sia dalle forze di ispirazione cristiana. La democrazia non è soltanto il diritto di un popolo di scegliere i propri rappresentanti, ma è legata a doppio filo ai diritti inviolabili della persona modellati dall’Illuminismo.

 

Oggi, in un’epoca di regressione culturale dominata dal manicheismo e da ideologie messianiche, il termine "socialista" viene spesso appiattito e ridotto a sinonimo di autoritarismo, da contrapporre al fascismo (che del socialismo è comunque una variante autoritaria, proprio come il comunismo). Saper "distinguere l'erba buona dalla gramigna" è da sempre la condizione del progresso umano. Questa metafora evangelica rappresenta un fondamentale anticorpo al manicheismo imperante. Ridurre il socialismo ad autoritarismo fa comodo a una certa destra che — per ignoranza o calcolo — favorisce la deriva autoritaria della cosiddetta sinistra, alimentando un comodo gioco delle parti.

 

Senza questa fondamentale distinzione si rischia di demolire la democrazia e i suoi presidi fondamentali: sanità, istruzione, pensioni, garantismo, equilibrio tra i poteri dello Stato, pari opportunità e un salario adeguato al costo della vita. Una classe politica che litiga continuamente su fascismo e comunismo divide il popolo sul nulla e dimostra la propria inconsistenza. Ma la responsabilità primaria ricade su quella parte politica che si definisce "di sinistra" (un termine ormai vacuo): privo di contenuti su questi temi, si rifugia nel massacro ideologico perché incapace di selezionare i propri valori fondanti e, su di essi, cercare il dialogo democratico con chi la pensa diversamente.

 

Questa incapacità si riflette in modo grave anche nella gestione del fenomeno migratorio e del rapporto con le comunità islamiche. Pur di inseguire il consenso elettorale, parte della sinistra cede alle visioni integraliste e svende i valori occidentali, favorendo politiche divisive che emarginano anziché integrare. L’accoglienza non viene vissuta con il senso di responsabilità proprio degli uomini di Stato, ma come un dogma ideologico o religioso sganciato dal principio di realtà. Non a caso, il quotidiano l'Avvenire ha sintetizzato un ricco discorso del Papa con il titolo "Persone prima dei confini": una posizione legittima sul piano valoriale e universalistico, ma irrealizzabile per chi ha il compito di governare un Paese. L'applicazione letterale di questo principio porterebbe all'abolizione degli Stati: un'ipotesi affascinante, ma smentita dalla storia, dato che persino il Vaticano, all'epoca del potere temporale, ha sempre difeso i propri confini.

 

Per coloro che vivono il socialismo come valore si pone dunque un dilemma identitario: contrastare con decisione queste derive autoritarie della cosiddetta sinistra rivendicando la propria autonomia, oppure rassegnarsi a essere ininfluenti e a fare da comparsa per qualche poltrona di potere personale?

 

Un altro equivoco, figlio di questa cultura regressiva, è il dogma secondo cui "i socialisti stanno a sinistra". Se nel Novecento questo paradigma aveva un senso legato alle chiare fratture sociali dell'epoca, i socialisti autonomisti ebbero comunque il coraggio di rompere con le correnti autoritarie e comuniste per allearsi con le forze democratiche. Già allora i comunisti lanciarono i loro anatemi accusando i socialisti di essere "di destra" (si pensi a Matteotti definito "socialfascista", o alle accuse a Craxi di aver cambiato il DNA del PSI). Oggi si usa l'anatema del "fascismo" per mascherare l'incapacità di fare politica: si grida al fascismo per necessità esistenziale, proiettando un nemico immaginario e dimenticando che in democrazia esistono solo avversari con cui interloquire per il bene comune. Da qui nasce anche l'odio per il sistema proporzionale, che li obbligherebbe al confronto democratico alla luce del sole.

È evidente che i valori del socialismo democratico, liberale e riformista non hanno nulla a che dividere con questa pseudo-sinistra. Il nodo centrale per i socialisti di oggi è ritrovare la propria identità, combattere le derive autoritarie e rivendicare una chiara autonomia, sia che ciò comporti alleanze di governo con il centrodestra, sia che richieda il coraggio di correre da soli con le proprie idee.

 

La storia ci offre un insegnamento chiaro. Leader come Turati, Saragat, Nenni e Craxi ebbero il coraggio di rompere con i comunisti e con gli autoritari di sinistra per fare l'interesse del Paese. Oggi serve lo stesso coraggio.

P.S. Per chi soffre di amnesia storica:

  • Pertini e Lombardi andarono in minoranza quando Nenni scelse il Fronte Popolare con il PCI nel 1948.
  • All'avvio del primo centro-sinistra 1963, Nenni ruppe con il PCI, riconobbe la NATO e l'Europa; i comunisti, con i finanziamenti dell'URSS, favorirono la scissione del PSIUP (i cui esponenti confluirono poi prevalentemente nel PCI).
  • Bettino Craxi divenne segretario dopo la sconfitta elettorale del 1976 — in cui De Martino invitava a votare PSI per portare i comunisti al governo — proponendo una linea autonomista e non subalterna al PCI, motivo per cui fu costantemente osteggiato e criminalizzato.

Roberto Giuliano

 


 

domenica 9 agosto 2026

Il caso Vannacci: fenomeno spontaneo o costruzione mediatica?

 

Il caso Vannacci: fenomeno spontaneo o costruzione mediatica?

Premetto che non nutro alcuna ostilità personale nei confronti del generale Vannacci. Al contrario, mi dà l'impressione di essere una persona perbene, finita però su un palcoscenico che, probabilmente, non gli apparteneva. Tuttavia alcuni fatti alimentano i miei dubbi. È accaduto con Mani Pulite, che poi così "pulite" non si sono rivelate; è successo con il fenomeno Grillo, che di comico non ha nulla; e mi torna in mente anche quella che considero una sorta di OPA politica sul Partito Democratico, culminata nelle primarie che hanno portato Elly Schlein alla segreteria grazie anche al voto di molti scappati di casa (i non iscritti).

Il caso Vannacci esplode con la pubblicazione del libro Il mondo al contrario. Da quel momento, una parte consistente del sistema mediatico riconducibile alla sinistra scatena una campagna durissima con effetti speciali contro un generale che fino ad allora era praticamente sconosciuto al grande pubblico. Le accuse si susseguono senza sosta: fascista, razzista, islamofobo, misogino, omofobo, esponente della destra più estrema. Una sequenza di etichette che, anziché emarginarlo, finiscono per trasformarsi in una gigantesca operazione pubblicitaria. Migliaia di italiani, soprattutto dell'area del centrodestra, acquistano il libro proprio per verificare se davvero si tratti del nuovo Mein Kampf, come sembrava emergere da numerose recensioni e commenti.

La lettura, però, ci lascia molto sorpresi. Nel volume non c’è nulla di quel immaginario manifesto estremista di come lo hanno descritto. Si leggono invece considerazioni di buon senso, opinioni condivisibili o discutibili, talvolta perfino banali. Non vi è un'elaborazione teorica particolarmente approfondita né un impianto culturale complesso. Certamente alcune frasi, se estrapolate dal loro contesto, possono assumere un significato diverso da quello originariamente inteso dall'autore: è una tecnica di manipolazione comunicativa nota, utilizzata, purtroppo molto spesso nel dibattito politico e mediatico.

Ed è proprio qui che nasce il mio primo dubbio. Se il libro non contiene affermazioni realmente rivoluzionarie o tali da scuotere ed infiammare il dibattito culturale del Paese, perché dedicargli una simile attenzione? Perché trasformare uno sconosciuto in un protagonista della scena politica nazionale?

Una possibile risposta è che una certa sinistra abbia da tempo bisogno di individuare un nuovo avversario simbolico, un nuovo "fascista" da contrapporre alla propria identità politica. Essendo ormai poco credibili (tranne che per i fans) continuare a demonizzare come fascisti la Meloni, Salvini etc. Ma è davvero questa l'unica spiegazione oppure c'è qualcosa di più?

Dopo l'elezione al Parlamento europeo nelle liste della Lega, il generale Vannacci perde progressivamente centralità nel dibattito pubblico. Nonostante l'enorme successo editoriale e la nomina a vicesegretario del partito, la sua figura tende lentamente a normalizzarsi, fino a diventare quella di uno dei tanti dirigenti politici. La situazione cambia nuovamente quando decide di lasciare la Lega e fondare Futuro Nazionale. In apparenza potrebbe sembrare uno dei tanti sommovimenti che hanno caratterizzato la Seconda Repubblica. Eppure, quasi immediatamente, tornano ad accendersi i riflettori. Interviste televisive, dibattiti, approfondimenti, grande spazio mediatico, in particolare su alcune reti televisive e media orientati a sinistra.

È noto che una forte esposizione sui media produce inevitabilmente consenso e notorietà. Da una parte la sinistra continua a garantire ampia visibilità al nuovo soggetto politico; dall'altra il centrodestra cerca di minimizzare la portata della scissione oppure valuta possibili scenari di futura collaborazione.

È comprensibile che la sinistra enfatizzi il fenomeno, nella speranza che esso possa trasformarsi in un elemento di divisione del centrodestra. Non è un caso che alcuni quotidiani sempre orientati a sinistra, insistano contemporaneamente sulla crescita nei sondaggi e sulla definizione di "destra  destra", un'espressione tanto efficace sul piano dell’immaginario comunicativo, quanto vago dal punto di vista politico.

L'obiettivo sembra essere duplice: da un lato individuare un nuovo antagonista sul quale concentrare la polemica; dall'altro alimentare ancora una volta la narrazione del fascismo come pericolo imminente, una rappresentazione che, a mio giudizio, convince ormai soltanto la parte militante del loro elettorato.

Da qui nasce il mio secondo interrogativo. È possibile che, consapevolmente o meno, il fenomeno Vannacci sia stato favorito proprio da chi oggi lo combatte? In altri termini, non potrebbe essere diventato il "nemico perfetto", utile sia a chi cerca di dividere il centrodestra sia a chi necessita di un simbolo contro cui mobilitare il proprio elettorato?

Ma esiste poi un'ulteriore questione, raramente affrontata.

La politica e la democrazia costano. Organizzare un partito, costruire una struttura territoriale, sostenere campagne elettorali richiede risorse economiche considerevoli. Oggi i partiti non possono più contare sul finanziamento pubblico come in passato e, inevitabilmente, devono reperire fondi attraverso altri canali. Nella prima repubblica esistevano partiti che rappresentavano dei valori condivisibili o meno e coloro che condividevano quei valori erano insieme al finanziamento pubblico dei sostenitori ma anche per interessi. Ma chi finanzia realmente la politica oggi?

È difficile immaginare che ingenti risorse vengano investite esclusivamente per spirito civico. Più spesso, dietro i finanziamenti, esistono interessi economici che rimangono poco trasparenti agli occhi dei cittadini. Viviamo in un contesto globale nel quale la finanza internazionale esercita un'influenza crescente sulle economie e, indirettamente, anche sulle decisioni politiche.

Da qui il mio ultimo dubbio: chi trae vantaggio da un determinato fenomeno politico e mediatico? Non è possibile che, al di là delle contrapposizioni ideologiche, alcuni grandi interessi economici sostengano soggetti politici apparentemente contrapposti? Al capitale, in fondo, interessa soprattutto la tutela dei propri investimenti, indipendentemente dal colore politico dei governi.

Non considero questa una teoria del complotto, né una critica al capitalismo in quanto tale. Ritengo però che il capitalismo, privo di adeguati contrappesi, possa privilegiare esclusivamente la logica del profitto. Durante l'equilibrio internazionale nato dagli accordi di Yalta abbiamo conosciuto forme di capitalismo temperate da forti garanzie sociali. Oggi quegli equilibri sono profondamente cambiati.

E’ utile che i cittadini comincino ad interrogarsi per essere consapevoli, quando vanno a votare chi finanzia realmente i singoli partiti, e quali interessi essi rappresentano, ma anche porci quali strumenti vanno creati, affinché il sistema democratico possa tutelarsi e dunque tutelarci da eventuali eccessi della finanza nazionale ed internazionale. Mi torna alla mente una delle frasi più celebri di Giovanni Falcone, che continua a rappresentare un metodo di analisi ancora attuale: "Seguite i soldi."

Roberto Giuliano

 



 

 

 

domenica 26 luglio 2026

Siamo tutti Fakir? Quando una tragedia si trasforma in simbolo politico

 

Siamo tutti Fakir? Quando una tragedia si trasforma in simbolo politico

Durante la manifestazione svoltasi domenica a Bologna uno degli slogan più ripetuti è stato: “Siamo tutti Fakir”. Al di là delle responsabilità che saranno eventualmente accertate dalla magistratura, ciò che colpisce è la rapidità con cui una vicenda ancora tutta da chiarire sia stata trasformata in un caso politico e mediatico.

La morte di un giovane suscita inevitabilmente dolore e rispetto. Nella nostra cultura non si augura la morte neppure al peggior nemico. Proprio per questo sarebbe opportuno attendere che i fatti vengano ricostruiti con precisione prima di attribuire responsabilità politiche o morali.

La decisione del sindaco di promuovere una manifestazione praticamente nell’immediatezza dell’accaduto appare, sotto questo profilo, una scelta eminentemente politica. Prima ancora che fossero chiarite le circostanze della morte, si è preferito costruire una narrazione pubblica che, agli occhi di molti, richiama quanto avvenuto negli Stati Uniti con altri episodi diventati simboli di presunte discriminazioni istituzionali.

È difficile non domandarsi se questa scelta sia stata dettata dalla volontà di trasformare un fatto di cronaca in uno strumento di mobilitazione politica. In questa prospettiva, il clima di tensione finisce per diventare funzionale alla rappresentazione di un governo incapace di garantire ordine e giustizia. Alcuni arrivano persino a ritenere che, in tale strategia, possa trovare spazio anche una parte della magistratura percepita come politicamente schierata.

Un altro aspetto merita una riflessione. Dalle informazioni emerse sembrerebbe che il giovane soffrisse di disturbi psichiatrici. Se così fosse, la prima domanda dovrebbe riguardare il funzionamento del sistema sanitario e dell’assistenza territoriale. La gestione delle persone affette da gravi patologie psichiche è infatti competenza delle Regioni e rappresenta uno dei punti più critici della sanità italiana.

Ogni giorno si verificano episodi che coinvolgono persone con disturbi mentali, spesso lasciate sole insieme alle loro famiglie. Si tratta di situazioni che raramente conquistano le prime pagine dei giornali. Perché, allora, in questo caso si è sentita l’esigenza di organizzare immediatamente una manifestazione pubblica? È stato determinante il fatto che il giovane fosse immigrato? O perché viviamo in uno Stato di Polizia? O perché qualcuno ha interesse a far credere che ciò che è avvenuto è colpa del governo fascista di cui la polizia è la sua emanazione?  È certamente una triste disgrazia, ma con quale motivazione si va in corteo a gridare “siamo tutti Fakir”?  Era un giovane impegnato socialmente o politicamente? Non risulta, oppure dovremmo credere che tutti i disturbati mentali sono eroi in quanto tali?

È legittimo interrogarsi anche sul significato dello slogan “Siamo tutti Fakir”. Nel corso della storia espressioni analoghe hanno accompagnato figure o eventi destinati a rappresentare valori universali. John Fitzgerald Kennedy pronunciò il celebre “Ich bin ein Berliner” per testimoniare la solidarietà dell’Occidente alla città divisa dal Muro di Berlino; analogamente, il nome di Martin Luther King è diventato simbolo della lotta per i diritti civili.

Quale valore simbolico si intende attribuire oggi a questo giovane? Si vuole denunciare il fallimento dell’assistenza sanitaria verso le persone più fragili oppure sostenere l’esistenza di uno Stato autoritario che utilizza la forza contro i più deboli? Sono interrogativi ai quali la politica dovrebbe rispondere con serietà, evitando scorciatoie emotive.

Il rischio è che il dolore venga trasformato in uno strumento di consenso. Se una parte della sinistra utilizza questa vicenda per presentarsi come riferimento privilegiato delle nuove comunità immigrate, alimentando la convinzione che il giovane sia stato vittima di un sistema repressivo, contribuisce inevitabilmente ad aumentare il clima di contrapposizione sociale.

Le conseguenze, però, rischiano di ricadere proprio sugli immigrati onesti, perfettamente integrati, che lavorano e rispettano le leggi. Ogni volta che il dibattito pubblico viene esasperato attraverso una contrapposizione ideologica, cresce inevitabilmente anche la diffidenza reciproca, con effetti negativi sulla convivenza civile.

Viene spontaneo chiedersi, inoltre, perché analoghe mobilitazioni non siano state organizzate in occasione di altri episodi tragici. Dopo la strage di Modena, ad esempio, non si è assistito a manifestazioni promosse dalla stessa amministrazione (Pd) contro il terrorismo di matrice islamista. Se l’obiettivo è evitare generalizzazioni che criminalizzano gli immigrati, principio certamente condivisibile, perché allora appare legittimo criminalizzare a Bologna le forze di polizia? Se, invece, si sostiene che l’attentato fosse soltanto il gesto di un individuo disturbato, perché il caso di Bologna assume immediatamente una dimensione politica? Sono domande che meritano una risposta.

Più in generale, la sensazione è che una parte della politica abbia progressivamente smarrito il senso dello Stato. Definire “comunisti” gli attuali dirigenti della sinistra è ingeneroso nei confronti di quella classe politica della Prima Repubblica che, pur nelle profonde differenze ideologiche, dimostrò in molte occasioni un forte senso dello Stato, come durante gli anni della lotta al terrorismo. Lenin definirebbe questa pseudo sinistra “l’estremismo malattia infantile del Comunismo”.

Oggi sembra prevalere una politica costruita sulle emozioni, sugli slogan e sulla ricerca del consenso immediato. Le tradizionali battaglie per il lavoro, la tutela dei ceti popolari e la giustizia sociale sono sostituite da campagne simboliche che dividono più di quanto uniscano.

Questi pseudo-artisti allo sbaraglio sono manovrati dalla finanza speculativa, di cui certo non intaccano gli interessi. La Sinistra nacque per difendere gli operai e i lavoratori, un ruolo che questa versione ‘pseudo’ non è più in grado di svolgere. Eventi tristi come questo non sono che manovre di distrazione di massa, usate per dare l’illusione di stare dalla parte dei deboli e contemporaneamente ottenere il consenso degli immigrati. In realtà, obbediscono solo a un padrone invisibile che non cerca una classe politica competente o con senso dello Stato; al contrario, più si alimentano banalità e ideologie come la cultura Woke, meglio è.

Una democrazia matura dovrebbe invece saper distinguere il dolore dalla propaganda, l’accertamento dei fatti dalla costruzione delle narrazioni e il confronto politico dalla ricerca dello scontro permanente. Solo così tragedie come questa potranno essere affrontate con il rispetto dovuto alle persone coinvolte e con la responsabilità che le istituzioni sono chiamate a dimostrare.

 Roberto Giuliano

https://opinione.it/politica/2026/07/28/roberto-giuliano-bologna-fakir-propaganda-politica-migranti/ 

 


 

 

 

Oltre il manicheismo: la via socialista alla democrazia

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