venerdì 21 novembre 2025

Le ideologie: la morte della democrazia

 

Le ideologie: la morte della democrazia

Nell’epoca dell’iperconnessione viviamo immersi in un flusso continuo di notizie, immagini, commenti. Ogni giorno i media e i social ci raccontano il mondo, ma spesso lo fanno semplificando, distorcendo o trasformando tutto in spettacolo. In questa realtà sovraccarica di informazioni – che più che chiarire rischia di confondere – riaffiora un dilemma antico: è meglio vivere sereni, al riparo dai fatti, o accettare la complessità del sapere, con l’inquietudine che inevitabilmente porta con sé?

Socrate ci insegnava che la vera conoscenza nasce dal riconoscimento della propria ignoranza. Oggi, però, il paradosso è amplificato: abbiamo accesso a tutto, ma non sempre abbiamo gli strumenti per interpretarlo. Bauman parlava di “società liquida”: un mondo in cui le informazioni scorrono rapide ma spesso senza trasformarsi in autentica conoscenza. Ne deriva una frammentazione che genera smarrimento, ansia e una percezione distorta della realtà.

È in questo clima che molti cittadini si sentono disorientati e impauriti. Temono per la propria sicurezza, per il futuro, per i figli. Il cambiamento rapido dell’epoca digitale — dall’intelligenza artificiale ai fenomeni migratori — alimenta preoccupazioni concrete, che però vengono spesso manipolate o semplificate, anziché analizzate con lucidità.

L’avanzata dell’IA solleva interrogativi su lavoro e economia. L’immigrazione, tema complesso fin troppo usato come arma politica, viene trasformata in una contrapposizione tra “buoni” e “cattivi”: una narrazione che non aiuta a capire, ma solo ad alimentare polarizzazione e paura.

La prima distorsione da smontare è l’idea che gli immigrati siano la causa di tutti i problemi o che siano per definizione pericolosi. È una lettura non solo falsa, ma anche priva di basi scientifiche. Darwin ricordava come la mescolanza tra popoli abbia storicamente rafforzato la specie umana. Il vero nodo non è dunque l’immigrazione in sé, ma la compatibilità culturale, la gestione legale degli ingressi, il rispetto delle regole dello Stato ospitante. In qualsiasi Paese esistono procedure da seguire: se valgono per i cittadini, perché non dovrebbero valere anche per chi arriva da fuori?

Accoglienza significa apertura, ma anche rispetto della cultura e delle norme del Paese ospitante. Un equilibrio che richiede politiche serie, non slogan. Eppure il dibattito politico, spesso intrappolato in contrapposizioni ideologiche, evita i contenuti e alimenta tensioni. Il risultato è un cortocircuito in cui forze politiche, magistratura che si percepisce politica e i  media contribuiscono, volontariamente o meno, a confondere i cittadini anziché chiarire.

La narrazione mediatica non aiuta: un giorno si minimizzano episodi di cronaca, il giorno dopo li si enfatizza oltre misura. In entrambi i casi si perde di vista la realtà: esiste un problema di legalità e di integrazione che uno Stato democratico non può ignorare. Il recente stop al progetto dei centri di accoglienza in Albania è emblematico: molto scontro politico-mediatico, zero proposte alternative.

Faccio presente che in tempi non sospetti nel settembre 2023 scrissi un articolo su questo tema, che potete approfondire se interessati: https://lesfumaturedelgarofanorosso.blogspot.com/2023/09/dallanalisi-alla-proposta-il-pensiero.html

Un altro terreno dove la polarizzazione fa danni è quello economico, a partire dal tema del caro vita. Anche qui, anziché aprire un confronto serio, ci si rifugia in slogan. L’idea del salario minimo per legge, proposta come soluzione immediata e universale, dimentica che non tutti i settori possono sostenerlo e che senza una concertazione ampia potrebbe tradursi in un semplice aumento dei prezzi, annullando i benefici per i lavoratori. Una misura che rischia di indebolire la contrattazione e di favorire il capitale finanziario, custodendo rendite e distorsioni invece di eliminarle.

In questo clima, la polarizzazione diventa la vera nemica della democrazia: trasforma i cittadini in tifosi, incapaci di affrontare la complessità dei singoli temi. Slogan come “mettiamo la patrimoniale”, “salario minimo per tutti”, “accogliamoli tutti”, “rimandiamoli tutti a casa”, “la democrazia è in pericolo” sostituiscono il ragionamento con l’emotività. Al punto che parole come “destra” e “sinistra” vengono usate come etichette assolute: per alcuni “destra” è automaticamente sinonimo di fascismo, per altri “sinistra” significa comunismo. Un gioco al massacro che svuota il dibattito pubblico e legittima comportamenti sempre più aggressivi, alimentando insicurezza e spingendo alcuni a desiderare risposte autoritarie invece che istituzioni autorevoli.

Con questa logica demenziale si determina confusione, si corre il rischio di aggravare il dialogo sociale e si sdoganano forme violente di convivenza civile, aumentando l’insicurezza sociale con il rischio che si alimenta nei cittadini il bisogno di autoritarismo istituzionale invece di Istituzioni autorevoli. Per contrastare questa deriva dobbiamo pretendere dai media e dalla politica confronti e non scontri sensazionalisti perché il sapere non significa accumulare notizie, ma saperli collegare, e dare a loro senso (Edgar Morin). La conoscenza autentica non ci isola dal mondo, ma ci rende più capaci di comprenderlo e, forse, di trasformarlo.

Roberto Giuliano 


 

 

lunedì 27 ottobre 2025

La manipolazione culturale nell’era digitale: gli iscritti al PD vittime della finestra di Overton

 

La manipolazione culturale nell’era digitale:

gli iscritti al PD vittime della finestra di Overton

Dividi et impera è la nuova modalità con cui in Italia si fa politica, grazie anche ad un decadimento culturale generale della classe politica ma in particolare dell’attuale opposizione, anche se avvolte mi sovviene il dubbio che è comodo essere ignoranti per non pagare il dazio della responsabilità.

Questa polarizzazione della politica sta infettando il Paese: qualunque argomento non è elemento di confronto e/o di possibili convergenze nell’interesse del bene comune o di un possibile Senso dello Stato, ma elemento divisorio che produce la tipica tifoseria identitaria che è l’ossigeno che alimenta la furia ignorante del qualunquismo popolare. Gli artisti di questo imbarbarimento son gli pseudo giornalisti intellettuali, che grazie ai media e ai talk show hanno espropriato i politici e la politica del suo ruolo di orientamento e di progettazione del futuro.  

 L’agenda politica viene costruita non sui bisogni del Paese, ma sugli argomenti che hanno una forte caratterizzazione emotiva che favoriscono la polarizzazione che obnubila: la realtà, la logica, il pensiero critico. Gli esempi sono molteplici: confondere un massacro con un genocidio, favorire l’antisemitismo mediante il conflitto con Hamas, offendere o provocare l’avversario con l’obbiettivo di definire una eventuale risposta come cultura dell’odio, utilizzare termini infamanti, funzionali per disegnare e propagare una falsa realtà, alfine di mobilitare il loro ristretto elettorato di militanti con la paura del fascismo o la fine della democrazia.

Questa tattica sfrutta la leva emotiva per sviluppare una forma di autoritarismo subliminale (non percepito come tale) contro gli avversari, i quali vengono percepiti come nemici privi di diritti (poiché non conformi al loro pensiero ritenuto corretto). Tali avversari vengono bollati come "fascisti" o addirittura "non umani". Chi agisce così non riconosce il danno arrecato alla democrazia, credendo di incarnare la democrazia stessa, in quanto il loro pensiero è la democrazia per antonomasia.  

Quando la politica dell’opposizione assume il No a priori come elemento che da senso alla sua azione politica mediante la polarizzazione può determinare inconsapevolmente danni irreversibili alle istituzioni democratiche. Un ultimo esempio di questa follia politica è il confronto scontro che si è consumato in Europa sulla modifica del metodo decisorio del Consiglio dei Capi di Stato e dei Capi di Governo: essi decidono generalmente per consenso, ma in alcuni casi può votare all'unanimità o a maggioranza qualificata a seconda della materia. Le decisioni che prevedono l’unanimità sono: La politica estera e di sicurezza comune (PESC), L'adesione di nuovi Stati membri all'Unione europea, La sospensione dei diritti di voto di uno Stato membro, Le finanze dell'UE, inclusi il quadro finanziario pluriennale, L'armonizzazione della legislazione nazionale in materia di imposte indirette e sicurezza sociale. Questa volontà di togliere il diritto di veto ai singoli stati, viene presentata come il favorire il principio democratico, scelta che il governo italiano insieme ad altri stati non ha condiviso.  Anche su questo la cosiddetta sinistra ha trovato modo di fare polemica. Non si tratta di affermare un principio di sovranismo nazionale ma di garantire la sovranità dei singoli parlamenti e dei loro legittimi interessi finché non si realizzano gli Stati Uniti d’Europa. Non si può delegare ad una forma burocratica decisioni che competono ai cittadini europei ad una Unione che non risponde né al Parlamento europeo né ai singoli Parlamenti europei, i quali il più delle volte si trovano ad approvare o meglio a ratificare decisioni prese dalla Commissione Europea.

C’è una deriva culturale antidemocratica in occidente che si esprime come democratica, si utilizza la morale per sovvertire le regole democratiche condivise e si richiede il rispetto delle stesse quando invece esse si devono applicare ai propri amici o parte politica.  Questo strabismo democratico si realizza con il combinato disposto dei media e social che orientano polarizzando il confronto politico in scontro politico costante.

Quella che noi oggi chiamiamo sinistra è l’involuzione culturale del vecchio Partito Comunista, il quale certamente era portatore di una cultura autoritaria ma aveva anche un forte senso dello Stato che ha sviluppato all’interno degli accordi di Yalta.  Con il venir meno del comunismo sovietico e dunque dei finanziamenti e del ruolo all’interno del sistema politico italiano, essi  nel riposizionarsi, invece di scegliere il socialismo democratico, decidono di accreditarsi a livello internazionale sposando le tesi della finanza che supporta i democratici americani, e dunque praticare nei fatti, politiche neoliberiste (le privatizzazioni e la svendita delle aziende pubbliche), presentandoli, grazie alla stampa amica, come efficienza del sistema democratico, dichiarandosi paladini di una nuova visione della cultura liberale.

In questa involuzione culturale costante si abbandonano le battaglie per la giustizia sociale o equità sociale per diventare i paladini delle battaglie sui diritti civili, ma essendo di cultura illiberale gli stessi diritti civili li trasformano in ideologia e dunque imposti come una clava contro chi dissente dal loro modo di realizzarli. La stessa involuzione avviene dentro il PD, da ex Partito Comunista che regolava la sua democrazia interna mediante il centralismo democratico (un ossimoro) si arriva gradualmente ad un partito senza regole democratiche tradizionali, utilizzando anche al proprio interno la finestra di Overton con la realizzazione delle Primarie: imitazione di quelle americane ma senza le regole americane. Esse vengono presentate ai propri iscritti come un ampliamento della democrazia dentro il Partito, un Partito che si apre alla società, ma nei fatti è una vera e propria delegittimazione degli iscritti: la militanza viene svuotata di senso, ridotta a orpello, mentre il diritto di eleggere il segretario — che spetterebbe agli iscritti — viene di fatto espropriato dalle primarie. In questo modo il partito non è più una comunità politica, ma un terreno di caccia per lobby e comitati di potere organizzati. Ho sempre avuto un dubbio, se il travaglio per il loro nuovo nome da PCI, PDS, DS oggi PD è un retaggio della vecchia filosofia comunista dove aggiungevano il termine democratico per “conformarsi” o emulare i partiti democratici occidentali o un patto di sudditanza/lealtà verso il Partito Democratico Americano come era una volta al Partito Comunista Sovietico.

Questa deriva va contrastata con un nuovo sistema elettorale che impedisca la polarizzazione e favorisca la rinascita delle comunità politiche che liberamente decidono le alleanze, ovviamente faccio riferimento ad un ritorno del proporzionale senza sbarramento e vincoli di alleanze al primo turno e al secondo si valutano le alleanze in base ai contenuti, supportandolo con un ritorno del finanziamento pubblico. Credo che se fossimo nella prima repubblica il campo largo non potrebbe esistere essendo una aggregazione politica non di governo, perché in essa predomina il tutto e l’opposto del tutto, in politica estera, politica sociale ed economica, ed è la rappresentazione plastica della tossicità di questa “sinistra” politica senza responsabilità, ed essa è si un vulnus alla democrazia, alla quale serve una sinistra  democratica che oggi non c'è.  

Per paradosso hanno creato le condizioni di

ricreare un centro destra che sarà simile alla

vecchia DC.

 

 


 

Le ideologie: la morte della democrazia

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