giovedì 2 luglio 2026

LA VERITA’ È RIVOLUZIONARIA: CAPIRE LE GUERRE OLTRE LA PROPAGANDA

 

LA VERITA’ È RIVOLUZIONARIA: CAPIRE LE GUERRE OLTRE LA PROPAGANDA

La verità è rivoluzionaria perché permette di squarciare il velo dell'ipocrisia e di portare alla luce interessi che spesso vengono nascosti per sostenere una determinata tesi.

Se una mela cade da un albero, la sua caduta è un fatto oggettivo. Le cause che l'hanno provocata, però, possono essere molteplici e sono proprio queste a dare significato al fatto. Allo stesso modo, è un dato di realtà che la Russia abbia invaso l'Ucraina; comprenderne le motivazioni richiede invece un'analisi più complessa, nella quale possono convivere interpretazioni differenti e perfino contrapposte.

Premetto una cosa per evitare equivoci: non prendo soldi da Putin, considero la Russia un Paese illiberale che è stato volutamente provocato e, tra il modello occidentale e quello russo, preferisco senza esitazione il primo. Tuttavia, la Russia non è l'unico Stato illiberale con cui l'Occidente intrattiene rapporti: basti pensare alla Turchia di Erdoğan, nostro alleato nella NATO.

Molti si definiscono pacifisti, ma dimenticano una costante della storia: le guerre sono sempre state combattute, in larga misura, per interessi economici e strategici. Gli europei occidentali hanno vissuto ottant'anni di pace grazie all'equilibrio della Guerra fredda e al deterrente nucleare. Questo lungo periodo di benessere ha finito per attenuare la percezione della realtà storica.

Dopo la caduta del Muro di Berlino e la fine dell'assetto nato dagli accordi di Yalta, il politologo statunitense Francis Fukuyama teorizzò la "fine della storia". Molti, me compreso, pensarono che il mondo fosse destinato a un lungo periodo di pace e prosperità. La realtà, però, ha preso una strada diversa: prima le guerre nei Balcani, poi il conflitto in Ucraina hanno dimostrato quanto quella previsione fosse ottimistica.

Karl Marx sosteneva che la storia dell'umanità è una storia di sangue. Basta sfogliare un qualsiasi libro di storia per constatare come guerre e conflitti abbiano accompagnato costantemente il cammino dell'uomo. Perché, allora, nonostante il progresso scientifico e tecnologico, continuiamo a combattere?

La risposta può sembrare semplice: nell'essere umano convivono il bene e il male. Interessi economici, sete di potere, cinismo e disprezzo della vita umana continuano ad alimentare i conflitti. Per ottenere il consenso delle rispettive popolazioni, i governi costruiscono narrazioni che giustificano le proprie scelte. Questo vale tanto nelle democrazie quanto nei regimi autoritari, pur con modalità differenti. 

Le guerre seguono regole scritte e regole non scritte. In teoria dovrebbero combattersi tra eserciti; nella pratica sono quasi sempre i civili a pagarne il prezzo più alto. Accade soprattutto ai popoli sconfitti, spesso considerati corresponsabili delle decisioni dei propri governi, sia quando hanno sostenuto l'aggressione sia quando hanno semplicemente subito l'invasione.

È cambiato qualcosa rispetto al passato? Poco. In Occidente esiste certamente una maggiore sensibilità verso le conseguenze umanitarie dei conflitti, ma chi decide se iniziare una guerra non è quasi mai il popolo. Sono piuttosto le élite economiche, finanziarie e politiche, sostenute dagli apparati della comunicazione, a orientare le decisioni, costruendo poi le motivazioni da presentare all'opinione pubblica.

Esistono guerre giuste? Sul piano teorico sì: quelle difensive. Ma anche questa definizione apre interrogativi. Se uno Stato modifica il corso di un fiume o costruisce una diga che priva d'acqua un Paese confinante, come giudicheremmo un'eventuale reazione militare? Sarebbe aggressione o difesa? La realtà è quasi sempre più complessa degli slogan.

In Italia si richiama spesso il rispetto del diritto internazionale, dimenticando però che l'ordine giuridico nato dopo la Seconda guerra mondiale si fondava sugli equilibri sanciti a Yalta. Oggi quegli equilibri sono in crisi e i conflitti rappresentano anche il tentativo delle grandi potenze di ridefinire un nuovo assetto mondiale.

Un altro aspetto spesso rimosso dal dibattito riguarda il ruolo dell'Italia e della Germania dopo il 1945. Entrambe sono uscite sconfitte dalla guerra e hanno ricostruito la propria sovranità all'interno del sistema creato dai vincitori. Si può discutere su come definire questa condizione, ma è indubbio che numerose scelte strategiche siano state a lungo influenzate dagli equilibri internazionali. La storia offre due possibilità ai popoli sconfitti: essere assimilati con pari diritti oppure conservare una limitata autonomia entro i vincoli imposti dai trattati di pace. 

La fine della Guerra fredda ha liberato i Paesi dell'Europa orientale da molti di quei condizionamenti; diverso è stato il percorso dell'Europa occidentale. Anche la storia politica italiana lo dimostra. Il Partito Socialista Italiano poté entrare nel governo soltanto dopo aver riconosciuto la collocazione atlantica dell'Italia e il processo di integrazione europea. Negli anni del compromesso storico, anche Enrico Berlinguer arrivò a definire la NATO un "ombrello protettivo". Persino l'apertura diplomatica dell'Italia verso la Cina avvenne con il consenso degli Stati Uniti.

Molti obiettano che sono trascorsi ottant'anni dalla fine della guerra e che il mondo è profondamente cambiato. È vero. Ma è altrettanto vero che Benito Mussolini, nel bene e nel male, rappresentava lo Stato italiano, anche se noi per legittima propaganda parliamo e celebriamo la liberazione ci dimentichiamo (forse volutamente) di andare a Cassino o a Porta San Paolo nei cimiteri dove dovremmo ricordare anche i giovani soldati britannici, americani, canadesi, neozelandesi e di molti altri Paesi che hanno perso la vita combattendo sul nostro territorio per sconfiggere il nazifascismo. 

Oggi il mondo attraversa una fase di transizione. L'assetto internazionale costruito nel secondo dopoguerra mostra tutti i suoi limiti. Questa potrebbe essere l'occasione per compiere un passo storico: costruire veri Stati Uniti d'Europa, dotati di una reale sovranità politica, militare e diplomatica, superando l'attuale modello dell'Unione Europea, spesso percepito come prevalentemente burocratico e lobbistico.

La strada sarà difficile. Francia e Regno Unito, come tutti gli altri Stati europei, dovranno prendere atto che nessun Paese del continente può affrontare da solo le grandi sfide globali. Esistono interessi economici e geopolitici che ostacoleranno questo processo, ma l'alternativa rischia di essere l'irrilevanza politica dell'Europa e dei singoli stati europei. Costruire gli Stati Uniti d'Europa non significa rinunciare alle identità nazionali, ma dotare il continente di una sovranità comune capace di affrontare le grandi sfide del nostro tempo. Un autentico governo europeo, qualunque sia il suo orientamento politico, dovrebbe fondare la propria legittimazione sul consenso dei cittadini europei, da Rostock a Lampedusa, e non sulla nazionalità del leader di turno. Solo così l'Europa potrebbe sviluppare una propria autonomia strategica, rimanendo saldamente nell'alleanza atlantica ma valorizzando la propria identità culturale, democratica e sociale, contribuendo alla costruzione di un nuovo equilibrio internazionale più stabile e, auspicabilmente, più pacifico. Per questo la verità rimane rivoluzionaria. Perché ci obbliga ad abbandonare le semplificazioni, a guardare la storia senza propaganda e a comprendere che la pace non nasce dagli slogan, ma dalla capacità di leggere la realtà per quella che è, anche quando ci mette di fronte a verità scomode.

 


 

venerdì 19 giugno 2026

CRONACA NERA E GIORNALISMO D’INCHIESTA: OLTRE IL TRIBUNALE DEI SOCIAL

 

 CRONACA NERA E GIORNALISMO D’INCHIESTA: OLTRE IL TRIBUNALE DEI SOCIAL 

Esiste una curiosità ancestrale nei confronti della cronaca nera che, talvolta, sfocia nella morbosità. Tutti ne parlano e ognuno sente il bisogno di esprimere la propria interpretazione dei fatti raccontati dai notiziari. Da un lato vi è l’esigenza di comprendere il mondo che ci circonda, con particolare attenzione ai rischi e ai pericoli che alimentano il senso di insicurezza percepita; dall’altro emerge spesso un confronto più intimo con sé stessi, con quelle zone d’ombra, perversioni e tabù che la nostra educazione e i valori condivisi ci portano a rifiutare, ma che continuano a esercitare un oscuro fascino.

Il caso di Garlasco rappresenta un esempio emblematico di come media e social network possano contribuire alla banalizzazione dell’inchiesta. Oggi chiunque si sente esperto e pronto a emettere sentenze: dai complottisti ai sensitivi, fino alla gente comune, che trasforma il fatto di cronaca in un elemento identitario, dividendosi tra colpevolisti e innocentisti. La cronaca nera diventa così anche uno strumento di aggregazione e socializzazione.

Molti si percepiscono come novelli Sherlock Holmes, convinti di sapere più di chi svolge questo lavoro per professione. Quando un caso rimane irrisolto o presenta aspetti particolarmente complessi, si tende ad attribuire la responsabilità a presunte corruzioni o inefficienze di polizia e magistratura, dimenticando che esistono procedure, garanzie processuali e tutele della privacy che devono essere rispettate.

Proprio per questo motivo desidero segnalare un libro che affronta il giornalismo d’inchiesta con rigore e professionalità. Si tratta di una lettura utile non solo per studenti e giornalisti, ma anche per il cittadino comune che voglia comprendere la complessità del lavoro investigativo.

Il lutto sospeso. Storie umane di chi sembra sparire nel nulla, edito da Rubettino e scritto dall’avvocato Alessandro Fiore, affronta il tema delle persone scomparse, sia volontariamente sia a seguito di rapimenti, illustrando strategie investigative e aspetti psicologici spesso poco conosciuti. L’autore evidenzia il ruolo di supporto che un avvocato specializzato può offrire sia alle famiglie sia agli investigatori istituzionali, come polizia e magistratura.

L’aspetto più interessante riguarda proprio il rapporto con i familiari. Essendo una figura scelta direttamente dalla famiglia e quindi percepita come persona di fiducia, l’investigatore privato può favorire una comunicazione più aperta una volta superato il trauma iniziale. Questo non mette in discussione la competenza delle forze dell’ordine, ma evidenzia una dimensione psicologica tutt’altro che secondaria.

Un elemento che molti ignorano è che, nei casi di scomparsa, le prime 72 ore sono spesso decisive per aumentare le possibilità di ritrovamento. Il libro si distingue proprio per la capacità di mettere in luce quei meccanismi psicologici che, se compresi correttamente, consentono di raccogliere informazioni preziose nei momenti immediatamente successivi alla scomparsa.

Lo stesso titolo, Il lutto sospeso, descrive efficacemente lo stato d’animo dei familiari: una condizione fatta di vuoto, smarrimento e talvolta sensi di colpa per non aver colto segnali premonitori. In questo contesto, il rapporto di fiducia con l’avvocato-investigatore può aiutare a ricostruire con lucidità dettagli e indizi che, nel caos emotivo delle prime ore, rischierebbero di andare perduti.

Attraverso l’analisi di celebri casi di cronaca, come quelli di Emanuela Orlandi, Ylenia Carrisi e Denise Pipitone, l’autore invita il lettore a riflettere sulle diverse strategie investigative adottate nel corso delle indagini, evidenziandone punti di forza, criticità e contraddizioni. A queste analisi si affiancano le esperienze professionali maturate direttamente sul campo.

Il valore principale del libro, oltre alla competenza dell’autore, risiede nella sua capacità di informare il lettore sugli strumenti e sulle procedure che le istituzioni mettono a disposizione dei cittadini. Si tratta quindi di una lettura preziosa non solo per chi desidera avvicinarsi al giornalismo d’inchiesta e conoscere meglio i metodi investigativi, ma anche per il cittadino che vuole sviluppare uno spirito critico e orientarsi con maggiore consapevolezza nel flusso continuo di notizie cui è quotidianamente esposto.

Possiamo dunque considerare questo volume un breve ma intenso manuale introduttivo al giornalismo d’inchiesta, particolarmente consigliato a chi desidera intraprendere o approfondire questa professione.

(*) Il lutto sospeso. Storie umane di chi sembra sparire nel nulla, Alessandro Fiore, Rubettino, 2023, 108 pagine, 14,25 euro.

  https://opinione.it/cultura/2026/06/19/roberto-giuliano-libro-alessandro-fiore-lutto-sospeso/

 


 

 

mercoledì 3 giugno 2026

La sinistra autoritaria: il vestito democratico del neofascismo

 

La sinistra autoritaria: il vestito democratico del neofascismo

La Seconda Repubblica nasce per vari motivi, ma in particolare per distruggere la politica e, di conseguenza, indebolire le radici democratiche del Paese. Questo processo si è articolato in almeno cinque fasi:

  • 1° step: Il primo passo è stato indebolire i partiti della Prima Repubblica nell'immaginario collettivo e, indirettamente, la politica stessa. Si sono eliminate le preferenze ed è stata introdotta una legge elettorale maggioritaria, il Mattarellum (guarda caso). La criminalizzazione è poi passata dai singoli partiti alla politica in generale, al grido di “tutti corrotti”, “uno vale uno” e i “Vaffa” dei grillini, poi trasformatisi nel Movimento 5 Stelle. Con l'eliminazione dell'immunità parlamentare e del finanziamento pubblico, i nuovi partiti sono stati messi alla mercé della finanza privata per poter esistere, dimenticando che la democrazia ha un costo e che i partiti ne sono il fondamento costituzionale.

Questo primo step è stato utile per porre le bassi istituzionali affinché il pensiero manicheo si potesse affermare: destra/sinistra, ovviamente pian piano questa visione della società e delle relazioni umani si è diffusa nei gangli della società in quanto precondizione per l’affermazione del pensiero unico ai reciproci schieramenti trasformando la politica (che è l’arte del dialogo tra diversi) in tifoseria determinando una profonda frattura nel tessuto democratico. Questa operazione è alla base delle successive involuzioni del pensiero democratico.

  • 2° step: Si è passati poi alla svendita delle aziende pubbliche attraverso la manipolazione della realtà. Ci dicevano: “privatizzando le aziende si migliora il servizio e diminuiscono i costi”. Oggi possiamo affermare con certezza che si trattò di una narrazione mistificatoria sostenuta da tutti i media. La stessa operazione è avvenuta sul fronte del lavoro: “con una maggiore flessibilità aumenteranno occupazione, produttività e salari”. In realtà, si è semplicemente legalizzata la precarietà, indebolendo — con il consenso degli stessi lavoratori — il potere sindacale.
  • 3° step: Il referendum sul taglio dei parlamentari ha proseguito l'opera di degradazione della politica, facendo credere ai cittadini che fosse inutile mantenere dei “parassiti” e che si stessero solo “sprecando i soldi dei contribuenti”. Questa operazione ha prodotto due gravi danni alla democrazia: in primo luogo ha ridotto la rappresentatività elettorale dei territori e dei cittadini; in secondo luogo, un minor numero di eletti permette ai "poteri invisibili" un controllo più facile sulla politica. Il combinato disposto tra il taglio delle poltrone e l'impennata dell'astensionismo rende facilissimo controllare chi va a votare e condizionare partiti stretti da necessità di bilancio. L'equazione è semplice: l'opinione pubblica è difficile da manipolare, quindi è meglio se votano in pochi. Meno deputati significano meno persone da convincere. Se a questo aggiungiamo le liste bloccate, il risultato è la mediocrità al potere.
  • 4° step: La "vigile attesa" e il green pass. Al di là del dibattito tra pro-vax e no-vax — una tipica distrazione di massa utile solo a dare a ciascuna fazione un nemico, usando la paura come arma di condizionamento — queste sono state due scelte politiche travestite da misure sanitarie. Non si è trattato di impreparazione o ignoranza nella gestione della crisi: si è voluto creare un falso allarmismo sociale per gestire il potere con furbizia.
  • 5° step: L'ultima fase consiste nell’alimentare la mentalità manichea già sviluppata durante la pandemia. Tutto viene banalizzato, rifiutando l'analisi dei fatti nella loro complessità. Oggi si deve essere per forza o putiniani o ucraini, pro-Palestina (identificata con Hamas) o pro-Israele, con la teocrazia iraniana o con il "Grande Satana" americano, con Trump (dipinto come un pazzo) o con Ursula von der Leyen (esaltata come l'incarnazione della sapienza europea contro la rozzezza d'oltreoceano).

Tutto questo ovviamente ha delle responsabilità: innanzi tutto una parte della magistratura politicamente organizzata (le famose case matte di Gramsciana memoria), l’incontro tra l’integralismo cattolico di settori democristiani con gli ex comunisti, ormai senza anima, i quali hanno colto al volo gli interessi della finanza angloamerica per accreditarsi al nuovo corso post Yalta. In questo vuoto, la nascita delle 5 Stelle ha raccolto l'eredità dell'antipolitica da loro seminata ed amplificata oltre agli elettori delusi dai due blocchi tradizionali. Si è così strutturata nel Paese un'impalcatura ideologica che permette una manipolazione costante, alimentata da social e media. Questi ultimi disegnano una realtà distorta attraverso una comunicazione emotiva che favorisce la radicalizzazione esistenziale e identitaria. Ne deriva uno scontro sociale permanente che funge da distrazione di massa, poiché incentiva il "pensiero debole" e veloce a discapito della coscienza critica e dell'approfondimento (il "pensiero lento").

L'esempio lampante è l'abuso del termine "genocidio": usato ben oltre il suo significato etimologico, suscita un impatto emotivo tale da annebbiare le responsabilità di Hamas. Si arriva così a difendere un regime antidemocratico e teocratico come quello iraniano, banalizzando una questione complessa nella dicotomia tra buoni e cattivi. Ci si svezza alla fonte dei social, dove comici e cantanti, improvvisati esperti, dispensano verità assolute, rassicurando e criminalizzando le opinioni altrui. All'interno di questo nuovo scenario, i giornalisti non sono più solo spettatori che raccontano o censurano i fatti, ma attori di una dicotomia comunicativa. Spesso sono loro stessi a guidare la politica, trasformando il quarto potere in una forza schierata che alimenta un sistema basato sul caos informativo.

Oggi chi controlla i media e la comunicazione controlla e orienta l’opinione pubblica occidentale (cioè la finanza internazionale nelle sue diverse articolazioni, anche con presunte forme di beneficenza), ma per fare ciò è necessaria una opinione pubblica “ignorante”, isolata che ripudia il confronto, che individua in chi non condivide le proprie idee un nemico, Questa ignoranza è la nuova "banalità del male": come nel nazismo, si perde l'empatia e si trasforma il diverso in un nemico su cui scaricare le proprie frustrazioni.

Alcuni esempi chiariscono il senso di questa disinformazione manichea. Pensiamo a un'associazione nata per combattere la discriminazione omosessuale che, nell'organizzare il Gay Pride, decida di escludere un'associazione israeliana a meno che questa non si dissoci dal governo Netanyahu. In questo modo, non solo si discrimina una realtà che persegue gli stessi obiettivi, ma, per piegarsi a un Pensiero Unico e totalizzante, si finisce indirettamente per difendere chi, per cultura, è omofobo. Anche la storica scelta di appartenere alla Comunità Europea viene affrontata con la stessa dicotomia: da un lato il rifiuto dell'Europa "matrigna" (o il "no euro"), dall'altro lo spauracchio del "senza l'Europa siamo finiti". Si tratta di posizioni utili per fare polemica e raccogliere consensi, ma inefficaci per risolvere i problemi. Si potrebbe, ad esempio, criticare l'Europa dei banchieri e delle lobby e puntare, invece, agli Stati Uniti d'Europa, un progetto in cui non ci sarebbero più figli e figliastri. Un altro esempio è la gestione del fenomeno migratorio, dove il meccanismo manicheo vede scontrarsi due posizioni irragionevoli: da una parte la cosiddetta sinistra dell'accoglienza indiscriminata (una visione quasi evangelica, spesso etichettata come "buonista"), dall'altra la destra del "mandiamoli tutti a casa loro". È evidente che queste due visioni, oltre a essere inconciliabili, servono solo a radicalizzare il consenso elettorale; pertanto, la politica si fa sempre contro a priori e mai per. Basterebbe che destra e sinistra cooperassero per il rispetto della legalità per giungere a provvedimenti condivisi, ma ciò contrasta con gli interessi economici ed elettorali in gioco.

Purtroppo, l'attuale sinistra ricorda i movimenti extraparlamentari degli anni '70: accoglie qualsiasi istanza (e linguaggio) utile a contrastare il governo, arrivando persino a giustificare palesi forme di violenza. Subito dopo, però, quasi colpita da una sindrome bipolare, si lancia in sermoni sull'inclusività e contro il linguaggio d'odio. Così facendo, dimentica che i sentimenti umani non si possono estirpare, ma solo educare; e per educare servono regole che affondino le radici nei nostri valori. Far rispettare i valori della nostra civiltà — per quanto imperfetta, pur sempre perfettibile — attraverso le regole si chiama legalità. Essa non è né di destra né di sinistra, ma rappresenta il fondamento della nostra Costituzione e della democrazia stessa. Non comprenderlo significa spianare la strada a una deriva autoritaria o fascista, di cui la pseudo-sinistra e alcuni settori della destra si stanno rendendo responsabili.

P.S. Spero ardentemente in un ritorno al sistema proporzionale con le preferenze, e con lo sbarramento e senza vincoli di apparentamento, affinché possano rinascere comunità politiche sorrette da veri valori. Auspico inoltre il ripristino del finanziamento pubblico, essenziale per dare autonomia ai partiti, e credo non si debba mai dimenticare la lezione di Giovanni Falcone: "seguire il denaro" per comprendere chi ci sia davvero dietro ai tanti movimenti che hanno come unico obiettivo quello di bloccare il Paese e indebolirlo economicamente.

Roberto Giuliano

 


 

 

LA VERITA’ È RIVOLUZIONARIA: CAPIRE LE GUERRE OLTRE LA PROPAGANDA

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