mercoledì 8 luglio 2026

America First: il nuovo paradigma della politica internazionale

 

America First: il nuovo paradigma della politica internazionale

Molti osservatori continuano a interpretare Donald Trump come un incidente della politica americana: un leader imprevedibile, populista, capace di trasformare ogni dichiarazione in uno spettacolo mediatico. È una lettura rassicurante, ma probabilmente sbagliata. Trump non rappresenta una parentesi nella storia degli Stati Uniti. Rappresenta, piuttosto, il punto di arrivo di una trasformazione iniziata con la fine della Guerra fredda. L'America di Trump è, da un lato, il fallimento di alcune politiche perseguite dalle amministrazioni democratiche statunitensi, come l'idea di esportare la democrazia attraverso gli interventi militari o la strategia di costante contrapposizione alla Russia; dall'altro, segna un profondo cambiamento nel paradigma delle relazioni internazionali rispetto a quello a cui eravamo abituati con i precedenti presidenti americani, compresi molti repubblicani.

Non è facile stabilire se il suo stile comunicativo, fatto di annunci improvvisi e dichiarazioni sui social, sia una precisa strategia politica oppure il riflesso di una nuova epoca (quella digitale) nella quale un semplice messaggio è in grado di far crollare o risalire i mercati finanziari nel giro di poche ore. È però evidente che il mondo nato dopo Yalta ha favorito l'affermazione di un capitalismo finanziario sempre meno regolato e sempre più svincolato da controlli politici e sociali. Per decenni abbiamo creduto che gli Stati Uniti fossero il garante dell'ordine internazionale, il Paese chiamato a difendere la democrazia e l'Occidente. Oggi scopriamo che quell'America non esiste più. Non perché sia venuta meno la sua forza economica o militare, ma perché è cambiata la gerarchia delle sue priorità. I valori restano importanti, ma vengono subordinati agli interessi nazionali.

Il capitalismo ha vinto la sfida storica contro il collettivismo comunista, ma molte delle questioni sociali che il comunismo aveva esasperato e trasformato in battaglie ideologiche sono rimaste irrisolte. Inoltre, il capitalismo ha dimostrato una straordinaria capacità di adattamento: convive senza particolari difficoltà con sistemi democratici, autoritari, teocratici e perfino con Paesi che continuano a definirsi comunisti, come la Cina. In Europa abbiamo conosciuto inizialmente un capitalismo duro e spesso selvaggio, ma, grazie alla tradizione culturale cristiana e alle conquiste del movimento operaio, si è progressivamente affermato un modello che ha riconosciuto il valore dello Stato sociale, della tutela della salute, dei diritti dei lavoratori, delle pensioni e di una maggiore protezione dei cittadini. Oggi, invece, il capitalismo globale sembra mostrare soprattutto il suo volto finanziario e speculativo, mentre il modello europeo, fondato sull'equilibrio tra mercato e intervento pubblico, appare sempre più sotto pressione. Negli Stati Uniti, al contrario, tali forme di regolazione sono sempre state molto più limitate. Se durante la Guerra Fredda il capitalismo, pur nelle sue diverse forme, combatteva il comunismo perché lo considerava un nemico esistenziale, oggi il capitalismo globale convive con qualsiasi sistema politico purché funzionale agli interessi economici. Di conseguenza, anche le alleanze militari e diplomatiche non rispondono più principalmente a criteri ideologici, ma a convenienze economiche.

In questo contesto si inserisce la presidenza Trump. Al di là degli aspetti folkloristici e del suo stile spesso sopra le righe, il vero elemento di novità consiste nell'aver reso esplicito ciò che probabilmente era già in atto. Gli Stati Uniti non si presentano più come il faro destinato a diffondere la democrazia nel mondo, né ritengono più che essa possa essere esportata con le armi. La priorità diventa la difesa degli interessi economici americani.

Questo non significa che gli Stati Uniti abbiano rinunciato alla democrazia al proprio interno. Al contrario, ne riconoscono il valore, ma sembrano considerarla un prodotto della propria storia e della propria cultura, non un modello esportabile con la forza. In questo senso, anche l'approccio di Obama, pur molto diverso nei toni e nei metodi, perseguiva obiettivi che non erano così lontani da quelli oggi dichiarati apertamente da Trump. La nuova America non cerca più alleati accomunati da valori condivisi, ma partner commerciali, quando non semplici subordinati funzionali ai propri interessi economici. La politica americana appare sempre più come il luogo nel quale si confrontano apertamente gli interessi delle grandi lobby economiche, mentre i partiti diventano soprattutto gli strumenti attraverso cui tali interessi vengono rappresentati. Il cosiddetto sogno americano sembra ormai appartenere quasi esclusivamente agli americani e a pochi privilegiati che riescono a essere assimilati nel loro sistema.

Per il capitalismo americano, ma non solo per quello americano, non esistono più nemici ideologici tali da giustificare il mantenimento delle vecchie alleanze. Le critiche di Trump alla NATO e all'Europa rappresentano l'esempio più evidente di questo nuovo paradigma. La Russia non è più percepita come il nemico assoluto della Guerra Fredda, ma come un concorrente economico e militare. Che sia una democrazia liberale o uno Stato autoritario diventa, in questa prospettiva, un elemento secondario. Se ieri si stringevano alleanze con regimi illiberali per contrastare il comunismo, oggi la natura politica degli interlocutori conta molto meno rispetto agli interessi economici. L'Europa dovrebbe prendere atto di questo cambiamento. Se continuerà a muoversi con lentezze burocratiche e con la logica dei piccoli egoismi nazionali, rischierà una progressiva irrilevanza politica ed economica, diventando terreno di competizione tra le grandi potenze e favorendo indirettamente tanto gli interessi americani quanto quelli della Cina. Le singole sovranità nazionali non sono più sufficienti ad affrontare uno scenario globale di questa portata.

Anche le critiche rivolte da Trump ai principali Paesi europei seguono questa logica. Francia e Regno Unito vengono accusati di voler mantenere un ruolo di potenze globali senza sostenere adeguatamente i costi della difesa comune. Germania e Italia, invece, sono considerate i principali beneficiari della protezione americana nel secondo dopoguerra. In particolare, il comportamento italiano viene interpretato come una forma di ingratitudine nei confronti di un alleato che ha consentito al nostro Paese di mantenere una significativa autonomia rispetto alle ambizioni francesi e britanniche e di svolgere, entro determinati limiti, un ruolo importante nella strategia americana nel Mediterraneo e nel mondo.

La logica di Trump rappresenta anche una profonda rottura con la diplomazia tradizionale. Viene meno il paziente lavoro di costruzione del consenso che ha caratterizzato la politica internazionale del secondo dopoguerra. La sua visione appare fortemente dicotomica: o si è alleati pienamente allineati agli interessi americani oppure si viene considerati avversari. Una logica che semplifica la complessità delle relazioni internazionali e riduce gli spazi della diplomazia. Un esempio significativo risale alla seconda guerra in Iraq. Quando George W. Bush chiese il sostegno della NATO, molti alleati si sfilarono. Silvio Berlusconi, consapevole del rapporto privilegiato tra Italia e Stati Uniti, promosse la cosiddetta "coalizione dei volenterosi". È probabile che Trump si aspettasse da Giorgia Meloni un atteggiamento analogo in un contesto internazionale profondamente diverso.

Al di là delle singole presidenze, gli Stati Uniti sono ormai cambiati. Per questo anche l'Europa dovrebbe prendere definitivamente atto della trasformazione in corso e accelerare il proprio processo di integrazione politica, arrivando alla costruzione degli Stati Uniti d'Europa. Solo un'Europa realmente unita potrà superare gli egoismi nazionali, rafforzare la propria autonomia strategica, contribuire alla stabilità internazionale e difendere quel patrimonio di civiltà che rappresenta uno dei suoi principali punti di forza.

Post scriptum. Per chi fosse interessato ad approfondire il ruolo storico degli interessi britannici nei confronti dell'Italia, risultano particolarmente interessanti gli studi di Giovanni Fasanella, basati anche sui documenti desecretati dagli archivi britannici relativi al periodo che va da Garibaldi fino ai decenni successivi.

Roberto Giuliano


 

giovedì 2 luglio 2026

LA VERITA’ È RIVOLUZIONARIA: CAPIRE LE GUERRE OLTRE LA PROPAGANDA

 

LA VERITA’ È RIVOLUZIONARIA: CAPIRE LE GUERRE OLTRE LA PROPAGANDA

La verità è rivoluzionaria perché permette di squarciare il velo dell’ipocrisia e di portare alla luce interessi che spesso vengono nascosti per sostenere una determinata tesi. Se una mela cade da un albero, la sua caduta è un fatto oggettivo. Le cause che l’hanno provocata, però, possono essere molteplici e sono proprio queste a dare significato al fatto. Allo stesso modo, è un dato di realtà che la Russia abbia invaso l’Ucraina; comprenderne le motivazioni richiede invece un’analisi più complessa, nella quale possono convivere interpretazioni differenti e perfino contrapposte. Premetto una cosa per evitare equivoci: non prendo soldi da Vladimir Putin, considero la Russia un Paese illiberale che è stato volutamente provocato e, tra il modello occidentale e quello russo, preferisco senza esitazione il primo. Tuttavia, la Russia non è l’unico Stato illiberale con cui l’Occidente intrattiene rapporti: basti pensare alla Turchia di Recep Tayyip Erdoğan, nostro alleato nella Nato.

Molti si definiscono pacifisti, ma dimenticano una costante della storia: le guerre sono sempre state combattute, in larga misura, per interessi economici e strategici. Gli europei occidentali hanno vissuto 80 anni di pace grazie all'equilibrio della guerra fredda e al deterrente nucleare. Questo lungo periodo di benessere ha finito per attenuare la percezione della realtà storica. Dopo la caduta del muro di Berlino e la fine dell’assetto nato dagli accordi di Yalta, il politologo statunitense Francis Fukuyama teorizzò la “fine della storia”. Molti, me compreso, pensarono che il mondo fosse destinato a un lungo periodo di pace e prosperità. La realtà, però, ha preso una strada diversa: prima le guerre nei Balcani, poi il conflitto in Ucraina hanno dimostrato quanto quella previsione fosse ottimistica. Karl Marx sosteneva che la storia dell’umanità è una storia di sangue. Basta sfogliare un qualsiasi libro di storia per constatare come guerre e conflitti abbiano accompagnato costantemente il cammino dell’uomo. Perché, allora, nonostante il progresso scientifico e tecnologico, continuiamo a combattere?

La risposta può sembrare semplice: nell’essere umano convivono il bene e il male. Interessi economici, sete di potere, cinismo e disprezzo della vita umana continuano ad alimentare i conflitti. Per ottenere il consenso delle rispettive popolazioni, i governi costruiscono narrazioni che giustificano le proprie scelte. Questo vale tanto nelle democrazie quanto nei regimi autoritari, pur con modalità differenti. Le guerre seguono regole scritte e regole non scritte. In teoria dovrebbero combattersi tra eserciti; nella pratica sono quasi sempre i civili a pagarne il prezzo più alto. Accade soprattutto ai popoli sconfitti, spesso considerati corresponsabili delle decisioni dei propri governi, sia quando hanno sostenuto l’aggressione sia quando hanno semplicemente subito l’invasione.

È cambiato qualcosa rispetto al passato? Poco. In Occidente esiste certamente una maggiore sensibilità verso le conseguenze umanitarie dei conflitti, ma chi decide se iniziare una guerra non è quasi mai il popolo. Sono piuttosto le élite economiche, finanziarie e politiche, sostenute dagli apparati della comunicazione, a orientare le decisioni, costruendo poi le motivazioni da presentare all’opinione pubblica. Esistono guerre giuste? Sul piano teorico sì: quelle difensive. Ma anche questa definizione apre interrogativi. Se uno Stato modifica il corso di un fiume o costruisce una diga che priva d’acqua un Paese confinante, come giudicheremmo un’eventuale reazione militare? Sarebbe aggressione o difesa? La realtà è quasi sempre più complessa degli slogan. In Italia si richiama spesso il rispetto del diritto internazionale, dimenticando però che l’ordine giuridico nato dopo la Seconda Guerra mondiale si fondava sugli equilibri sanciti a Yalta. Oggi quegli equilibri sono in crisi e i conflitti rappresentano anche il tentativo delle grandi potenze di ridefinire un nuovo assetto mondiale.

Un altro aspetto spesso rimosso dal dibattito riguarda il ruolo dell’Italia e della Germania dopo il 1945. Entrambe sono uscite sconfitte dalla guerra e hanno ricostruito la propria sovranità all’interno del sistema creato dai vincitori. Si può discutere su come definire questa condizione, ma è indubbio che numerose scelte strategiche siano state a lungo influenzate dagli equilibri internazionali. La storia offre due possibilità ai popoli sconfitti: essere assimilati con pari diritti oppure conservare una limitata autonomia entro i vincoli imposti dai trattati di pace. La fine della guerra fredda ha liberato i Paesi dell’Europa orientale da molti di quei condizionamenti; diverso è stato il percorso dell’Europa occidentale. Anche la storia politica italiana lo dimostra. Il Partito socialista italiano poté entrare nel governo soltanto dopo aver riconosciuto la collocazione atlantica dell’Italia e il processo di integrazione europea. Negli anni del compromesso storico, anche Enrico Berlinguer arrivò a definire la Nato un “ombrello protettivo”. Persino l’apertura diplomatica dell'Italia verso la Cina avvenne con il consenso degli Stati Uniti.

Molti obiettano che sono trascorsi 80 anni dalla fine della guerra e che il mondo è profondamente cambiato. È vero. Ma è altrettanto vero che Benito Mussolini, nel bene e nel male, rappresentava lo Stato italiano, anche se noi per legittima propaganda parliamo e celebriamo la liberazione ci dimentichiamo (forse volutamente) di andare a Cassino o a Porta San Paolo nei cimiteri dove dovremmo ricordare anche i giovani soldati britannici, americani, canadesi, neozelandesi e di molti altri Paesi che hanno perso la vita combattendo sul nostro territorio per sconfiggere il nazifascismo. Oggi il mondo attraversa una fase di transizione. L’assetto internazionale costruito nel secondo dopoguerra mostra tutti i suoi limiti. Questa potrebbe essere l’occasione per compiere un passo storico: costruire veri Stati Uniti d’Europa, dotati di una reale sovranità politica, militare e diplomatica, superando l'attuale modello dell’Unione europea, spesso percepito come prevalentemente burocratico e lobbistico.

La strada sarà difficile. Francia e Regno Unito, come tutti gli altri Stati europei, dovranno prendere atto che nessun Paese del continente può affrontare da solo le grandi sfide globali. Esistono interessi economici e geopolitici che ostacoleranno questo processo, ma l’alternativa rischia di essere l’irrilevanza politica dell’Europa e dei singoli Stati europei. Costruire gli Stati Uniti d’Europa non significa rinunciare alle identità nazionali, ma dotare il Continente di una sovranità comune capace di affrontare le grandi sfide del nostro tempo. Un autentico governo europeo, qualunque sia il suo orientamento politico, dovrebbe fondare la propria legittimazione sul consenso dei cittadini europei, da Rostock a Lampedusa, e non sulla nazionalità del leader di turno. Solo così l’Europa potrebbe sviluppare una propria autonomia strategica, rimanendo saldamente nell’Alleanza atlantica ma valorizzando la propria identità culturale, democratica e sociale, contribuendo alla costruzione di un nuovo equilibrio internazionale più stabile e, auspicabilmente, più pacifico. Per questo la verità rimane rivoluzionaria. Perché ci obbliga ad abbandonare le semplificazioni, a guardare la storia senza propaganda e a comprendere che la pace non nasce dagli slogan, ma dalla capacità di leggere la realtà per quella che è, anche quando ci mette di fronte a verità scomode.


 

venerdì 19 giugno 2026

CRONACA NERA E GIORNALISMO D’INCHIESTA: OLTRE IL TRIBUNALE DEI SOCIAL

 

 CRONACA NERA E GIORNALISMO D’INCHIESTA: OLTRE IL TRIBUNALE DEI SOCIAL 

Esiste una curiosità ancestrale nei confronti della cronaca nera che, talvolta, sfocia nella morbosità. Tutti ne parlano e ognuno sente il bisogno di esprimere la propria interpretazione dei fatti raccontati dai notiziari. Da un lato vi è l’esigenza di comprendere il mondo che ci circonda, con particolare attenzione ai rischi e ai pericoli che alimentano il senso di insicurezza percepita; dall’altro emerge spesso un confronto più intimo con sé stessi, con quelle zone d’ombra, perversioni e tabù che la nostra educazione e i valori condivisi ci portano a rifiutare, ma che continuano a esercitare un oscuro fascino.

Il caso di Garlasco rappresenta un esempio emblematico di come media e social network possano contribuire alla banalizzazione dell’inchiesta. Oggi chiunque si sente esperto e pronto a emettere sentenze: dai complottisti ai sensitivi, fino alla gente comune, che trasforma il fatto di cronaca in un elemento identitario, dividendosi tra colpevolisti e innocentisti. La cronaca nera diventa così anche uno strumento di aggregazione e socializzazione.

Molti si percepiscono come novelli Sherlock Holmes, convinti di sapere più di chi svolge questo lavoro per professione. Quando un caso rimane irrisolto o presenta aspetti particolarmente complessi, si tende ad attribuire la responsabilità a presunte corruzioni o inefficienze di polizia e magistratura, dimenticando che esistono procedure, garanzie processuali e tutele della privacy che devono essere rispettate.

Proprio per questo motivo desidero segnalare un libro che affronta il giornalismo d’inchiesta con rigore e professionalità. Si tratta di una lettura utile non solo per studenti e giornalisti, ma anche per il cittadino comune che voglia comprendere la complessità del lavoro investigativo.

Il lutto sospeso. Storie umane di chi sembra sparire nel nulla, edito da Rubettino e scritto dall’avvocato Alessandro Fiore, affronta il tema delle persone scomparse, sia volontariamente sia a seguito di rapimenti, illustrando strategie investigative e aspetti psicologici spesso poco conosciuti. L’autore evidenzia il ruolo di supporto che un avvocato specializzato può offrire sia alle famiglie sia agli investigatori istituzionali, come polizia e magistratura.

L’aspetto più interessante riguarda proprio il rapporto con i familiari. Essendo una figura scelta direttamente dalla famiglia e quindi percepita come persona di fiducia, l’investigatore privato può favorire una comunicazione più aperta una volta superato il trauma iniziale. Questo non mette in discussione la competenza delle forze dell’ordine, ma evidenzia una dimensione psicologica tutt’altro che secondaria.

Un elemento che molti ignorano è che, nei casi di scomparsa, le prime 72 ore sono spesso decisive per aumentare le possibilità di ritrovamento. Il libro si distingue proprio per la capacità di mettere in luce quei meccanismi psicologici che, se compresi correttamente, consentono di raccogliere informazioni preziose nei momenti immediatamente successivi alla scomparsa.

Lo stesso titolo, Il lutto sospeso, descrive efficacemente lo stato d’animo dei familiari: una condizione fatta di vuoto, smarrimento e talvolta sensi di colpa per non aver colto segnali premonitori. In questo contesto, il rapporto di fiducia con l’avvocato-investigatore può aiutare a ricostruire con lucidità dettagli e indizi che, nel caos emotivo delle prime ore, rischierebbero di andare perduti.

Attraverso l’analisi di celebri casi di cronaca, come quelli di Emanuela Orlandi, Ylenia Carrisi e Denise Pipitone, l’autore invita il lettore a riflettere sulle diverse strategie investigative adottate nel corso delle indagini, evidenziandone punti di forza, criticità e contraddizioni. A queste analisi si affiancano le esperienze professionali maturate direttamente sul campo.

Il valore principale del libro, oltre alla competenza dell’autore, risiede nella sua capacità di informare il lettore sugli strumenti e sulle procedure che le istituzioni mettono a disposizione dei cittadini. Si tratta quindi di una lettura preziosa non solo per chi desidera avvicinarsi al giornalismo d’inchiesta e conoscere meglio i metodi investigativi, ma anche per il cittadino che vuole sviluppare uno spirito critico e orientarsi con maggiore consapevolezza nel flusso continuo di notizie cui è quotidianamente esposto.

Possiamo dunque considerare questo volume un breve ma intenso manuale introduttivo al giornalismo d’inchiesta, particolarmente consigliato a chi desidera intraprendere o approfondire questa professione.

(*) Il lutto sospeso. Storie umane di chi sembra sparire nel nulla, Alessandro Fiore, Rubettino, 2023, 108 pagine, 14,25 euro.

  https://opinione.it/cultura/2026/06/19/roberto-giuliano-libro-alessandro-fiore-lutto-sospeso/

 


 

 

America First: il nuovo paradigma della politica internazionale

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