Siamo tutti Fakir? Quando una tragedia si trasforma in simbolo politico
Durante la manifestazione svoltasi domenica a Bologna uno degli slogan più ripetuti è stato: «Siamo tutti Fakir». Al di là delle responsabilità che saranno eventualmente accertate dalla magistratura, ciò che colpisce è la rapidità con cui una vicenda ancora tutta da chiarire sia stata trasformata in un caso politico e mediatico.
La morte di un giovane suscita inevitabilmente dolore e rispetto. Nella nostra cultura non si augura la morte neppure al peggior nemico. Proprio per questo sarebbe opportuno attendere che i fatti vengano ricostruiti con precisione prima di attribuire responsabilità politiche o morali.
La decisione del sindaco di promuovere una manifestazione praticamente nell'immediatezza dell'accaduto appare, sotto questo profilo, una scelta eminentemente politica. Prima ancora che fossero chiarite le circostanze della morte, si è preferito costruire una narrazione pubblica che, agli occhi di molti, richiama quanto avvenuto negli Stati Uniti con altri episodi diventati simboli di presunte discriminazioni istituzionali.
È difficile non domandarsi se questa scelta sia stata dettata dalla volontà di trasformare un fatto di cronaca in uno strumento di mobilitazione politica. In questa prospettiva, il clima di tensione finisce per diventare funzionale alla rappresentazione di un governo incapace di garantire ordine e giustizia. Alcuni arrivano persino a ritenere che, in tale strategia, possa trovare spazio anche una parte della magistratura percepita come politicamente schierata.
Un altro aspetto merita una riflessione. Dalle informazioni emerse sembrerebbe che il giovane soffrisse di disturbi psichiatrici. Se così fosse, la prima domanda dovrebbe riguardare il funzionamento del sistema sanitario e dell'assistenza territoriale. La gestione delle persone affette da gravi patologie psichiche è infatti competenza delle Regioni e rappresenta uno dei punti più critici della sanità italiana.
Ogni giorno si verificano episodi che coinvolgono persone con disturbi mentali, spesso lasciate sole insieme alle loro famiglie. Si tratta di situazioni che raramente conquistano le prime pagine dei giornali. Perché, allora, in questo caso si è sentita l'esigenza di organizzare immediatamente una manifestazione pubblica? È stato determinante il fatto che il giovane fosse immigrato? O perché viviamo in uno stato di Polizia? O perché qualcuno ha interesse a far credere che ciò che è avvenuto è colpa del governo fascista di cui la polizia è la sua emanazione? E’ certamente una triste disgrazia, ma con quale motivazione si va in corteo a gridare siamo tutti Fakir? Era un giovane impegnato socialmente o politicamente? non risulta, oppure dovremmo credere che tutti i disturbati mentali sono eroi in quanto tali?
È legittimo interrogarsi anche sul significato dello slogan «Siamo tutti Fakir». Nel corso della storia espressioni analoghe hanno accompagnato figure o eventi destinati a rappresentare valori universali. John Fitzgerald Kennedy pronunciò il celebre «Ich bin ein Berliner» per testimoniare la solidarietà dell'Occidente alla città divisa dal Muro di Berlino; analogamente, il nome di Martin Luther King è diventato simbolo della lotta per i diritti civili.
Quale valore simbolico si intende attribuire oggi a questo giovane? Si vuole denunciare il fallimento dell'assistenza sanitaria verso le persone più fragili oppure sostenere l'esistenza di uno Stato autoritario che utilizza la forza contro i più deboli? Sono interrogativi ai quali la politica dovrebbe rispondere con serietà, evitando scorciatoie emotive.
Il rischio è che il dolore venga trasformato in uno strumento di consenso. Se una parte della sinistra utilizza questa vicenda per presentarsi come riferimento privilegiato delle nuove comunità immigrate, alimentando la convinzione che il giovane sia stato vittima di un sistema repressivo, contribuisce inevitabilmente ad aumentare il clima di contrapposizione sociale.
Le conseguenze, però, rischiano di ricadere proprio sugli immigrati onesti, perfettamente integrati, che lavorano e rispettano le leggi. Ogni volta che il dibattito pubblico viene esasperato attraverso una contrapposizione ideologica, cresce inevitabilmente anche la diffidenza reciproca, con effetti negativi sulla convivenza civile.
Viene spontaneo chiedersi, inoltre, perché analoghe mobilitazioni non siano state organizzate in occasione di altri episodi tragici. Dopo la strage di Modena, ad esempio, non si è assistito a manifestazioni promosse dalla stessa amministrazione (PD) contro il terrorismo di matrice islamista? Se l'obiettivo è evitare generalizzazioni che criminalizzano gli immigrati, principio certamente condivisibile, perché allora appare legittimo criminalizzare a Bologna le forze di polizia? Se, invece, si sostiene che l’attentato fosse soltanto il gesto di un individuo disturbato, perché il caso di Bologna assume immediatamente una dimensione politica? Sono domande che meritano una risposta.
Più in generale, la sensazione è che una parte della politica abbia progressivamente smarrito il senso dello Stato. Definire "comunisti" gli attuali dirigenti della sinistra è ingeneroso nei confronti di quella classe politica della Prima Repubblica che, pur nelle profonde differenze ideologiche, dimostrò in molte occasioni un forte senso dello Stato, come durante gli anni della lotta al terrorismo. Lenin definirebbe questa pseudo sinistra “l’estremismo malattia infantile del Comunismo”
Oggi sembra prevalere una politica costruita sulle emozioni, sugli slogan e sulla ricerca del consenso immediato. Le tradizionali battaglie per il lavoro, la tutela dei ceti popolari e la giustizia sociale sono sostituite da campagne simboliche che dividono più di quanto uniscano.
Questi pseudo-artisti allo sbaraglio sono manovrati dalla finanza speculativa, di cui certo non intaccano gli interessi. La Sinistra nacque per difendere gli operai e i lavoratori, un ruolo che questa versione 'pseudo' non è più in grado di svolgere. Eventi tristi come questo non sono che manovre di distrazione di massa, usate per dare l'illusione di stare dalla parte dei deboli e contemporaneamente ottenere il consenso degli immigrati. In realtà, obbediscono solo a un padrone invisibile che non cerca una classe politica competente o con senso dello Stato; al contrario, più si alimentano banalità e ideologie come la cultura Woke, meglio è.
Una democrazia matura dovrebbe invece saper distinguere il dolore dalla propaganda, l'accertamento dei fatti dalla costruzione delle narrazioni e il confronto politico dalla ricerca dello scontro permanente. Solo così tragedie come questa potranno essere affrontate con il rispetto dovuto alle persone coinvolte e con la responsabilità che le istituzioni sono chiamate a dimostrare.
Roberto Giuliano


