domenica 4 ottobre 2026

7 ottobre e la realtà inventata: perché l'Occidente cade nella trappola delle élite islamiste

 

7 ottobre e la realtà inventata: perché l'Occidente cade nella trappola delle élite islamiste

In occasione della ricorrenza del 7 ottobre vorrei fare un ragionamento paradossale per metter in luce la manipolazione che si è costruita nei confronti di Israele in questi ultimi anni.

Ammettiamo che il premier Netanyahu sapeva che cosa stava preparando Hamas e fa finta di non sapere nulla per avere una scusa per attaccare Hamas a Gaza, e allora? Questo copre o giustifica le atrocità commesse da Hamas? Non credo, ma anche se ciò fosse provato Netanyahu ne risponderà al popolo Israeliano, ma Hamas ha svelato al mondo intero, se c’erano dubbi, il volto orribile di cosa sia.

Altro aspetto, ammettiamo che il governo di Netanyahu abbia finanziato o fatto finta di non vedere i finanziamenti che arrivavano ad Hamas per comprare armi per colpire Israele, cosa possibile, nel senso che ha pianificato una strategia per attaccare Hamas. Anche in questo caso Netanyahu ne risponderà agli elettori israeliani se fosse confermato, ma non cambia la volontà terroristica di Hamas di eliminare Israele cosi come è scritto nello statuto fondativo di questo movimento terroristico e fondamentalista. Che il popolo Palestinese abbia diritto ad avere uno stato non c’è dubbio, ma certamente non può essere uno Stato che ha nel suo statuto l’eliminazione dello stato di Israele come Hamas.

Noi occidentali, anche senza rolex, abbiamo assorbito la leggenda che i paesi mediorientali sono poveri (ovviamente per colpa dell’occidente cattivo) e in particolare i palestinesi sono i reietti della terra.  Che storicamente l’occidente abbia delle responsabilità non c’è dubbio come altri popoli non occidentali hanno le loro responsabilità, se penso allo schiavismo contro gli africani proprio dagli Arabi, ma come sempre in occidente in oriente e in africa i responsabili sono state le élite e non i popoli. Con l’unica differenza che in occidente a caro prezzo i popoli hanno combattuto le élite politiche e religiose: le libertà che abbiamo non sono sempre esistite sono il frutto storico del sacrificio di tanti esseri umani.

Questa narrativa,  ha certamente un fondamento sull’arretratezza dei Paesi medio orientali per le condizioni che vediamo nei TG, ma dimentichiamo o viene offuscata volutamente che le élite di questi popoli vivono nel lusso più sfrenato, comprano aziende e immobili di pregio in giro per il mondo (e non voglio parlare del Qatargate). Le loro élite gestiscono hacker, l’intelligence, controllano media, hanno a loro servizio fior di informatici, e professionisti di varia natura pagati profumatamente e sono in grado di condizionare i media occidentali e non solo.

Ma la  narrativa dominante è che gli occidentali sono colpevoli per le condizioni in cui vivono questi popoli e se qualcuno fa notare che le loro élite sfruttano i loro popoli, ma per coloro che credono in questa  narrativa,  è sempre colpa dell’occidente che li corrompe; aldilà che questa lettura è razzista, perché ipotizza che questi popoli sono inferiori a noi perché non sono capaci di ribellarsi alle dittature delle loro élite, ma la cosa più grave che cosi scusano il comportamento e la cultura dei dittatori. Nel nostro immaginario collettivo non ci sono le ricchezze degli emirati, ma solo la miseria dei popoli che loro governano, le loro ricchezze e i finanziamenti non vanno a migliorare le condizioni di vita dei loro popoli ma a comprare armi, costruire tunnel non per proteggere il popolo, ma le milizie, e tutto ciò a noi sembra normale.

Paul Watzlawick, psicologo e filosofo esponente della Scuola di Palo Alto, afferma: che la realtà non viene semplicemente scoperta, ma inventata e costruita attivamente attraverso la comunicazione e le informazioni che riceviamo ed elaboriamo, la comunicazione non serve solo a trasmettere informazioni, ma a creare la forma del mondo in cui viviamo. La forza della manipolazione da parte delle élite Arabe ed islamiste sta nella loro forza economica che compra, finanzia e corrompe, il che fa sì che in occidente si parla solo della drammatica guerra in Palestina e non si sa nulla delle altre guerre, dei massacri nei confronti dei civili praticate sia dagli islamisti (che sono cosa diversa di chi è di religione islamica) che dei vari dittatori o teocrazie.

Di norma, le vittime di un conflitto si contano a guerra conclusa: è stato così per la Seconda guerra mondiale, per il Vietnam e per lo scontro tra Iraq e Iran. Oggi, al contrario, assistiamo a un bollettino quotidiano dei morti — molto simile a quello del COVID-19 — accompagnato da immagini, reali o manipolate, capaci di impattare fortemente sull’emotività di chi guarda. Culturalmente non siamo pronti ad accettare che anche nei Paesi islamici vi siano competenze raffinate nella gestione della comunicazione e dei media. Un parallelo significativo è la costante sottovalutazione dell'India in ambito informatico e cinematografico: un'immagine deformata dallo stereotipo del Paese povero e popolato solo da mendicanti, veicolato da anni di rappresentazioni superficiali.

Questo non significa negare la presenza di vittime civili a Gaza — una tragedia purtroppo inevitabile in qualsiasi guerra, a maggior ragione quando la popolazione viene usata come scudo umano. Da un lato vi è la consapevolezza che l’Occidente cristiano è profondamente sensibile alle perdite umane; dall'altro, la morte dei civili diventa per Hamas un mezzo per giustificare il fine ultimo, ovvero la distruzione di Israele. Ciò è reso possibile da una perversione culturale inculcata negli anni ai palestinesi attraverso un odio sistematico verso gli ebrei, sfociato nell'islamismo radicale che arriva a considerare "normale" l'educazione dei bambini al martirio.

Anche l’uso del termine genocidio risulta improprio, poiché definisce la volontà deliberata di sterminare un popolo. La differenza è sostanziale: Hitler cercava ed eliminava i civili ebrei in Germania, Polonia e Italia persino laddove i combattimenti erano già terminati, mentre a Gaza le vittime civili sono tragicamente colpite all'interno di operazioni di bombardamento bellico. Per cogliere questa distinzione occorre il coraggio di riconoscere la propria vulnerabilità alla manipolazione; un’ammissione difficile non solo per orgoglio personale, ma perché l'adesione a certe narrazioni ha finito per strutturare un vero e proprio senso di appartenenza esistenziale.

Chi cade in questi automatismi ragiona ormai con la logica dei terrapiattisti o con la superficialità del "piove, governo ladro", fino a riproporre il pregiudizio che attribuisce agli ebrei la responsabilità di ogni male del mondo. Di fronte a questa forma mentis, impermeabile al dubbio, al pensiero critico e alla tradizione umanistica, c'è ben poco da fare: si tratta degli epigoni e degli utili idioti dell’autoritarismo moderno e digitale.

Stiamo attraversando una fase storica peculiare, in cui ogni potenza cerca un posizionamento strategico al tavolo per definire i nuovi equilibri globali dopo la fine del sistema di Yalta. Ciascun attore tenta di influenzare le opinioni pubbliche facendo ricorso anche alle strategie della guerra ibrida e condizionando la percezione della realtà. In tutto questo, l’Europa sembra non aver ancora compreso che senza la costruzione degli Stati Uniti d’Europa non ci sarà spazio né futuro nel nuovo assetto globalizzato.

Se, come affermava Carl von Clausewitz, «la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi», il nostro impegno deve orientarsi verso una pace che non potrà — e non dovrà — essere strettamente eurocentrica. Al contempo, non dobbiamo dimenticare l'insegnamento del Presidente Sandro Pertini: «È meglio la peggiore delle democrazie della migliore di tutte le dittature». Si tratta di un valore irrinunciabile per la storia dell’Occidente, a dispetto delle sue intrinseche fragilità, oggi amplificate dalle nuove tecnologie: se nelle dittature il consenso si fonda sulla paura in modo esplicito, nelle democrazie la vera sfida del presente è rappresentata dal rischio di un consenso manipolato che usa anche la paura.

Roberto Giuliano

 


 

 

domenica 27 settembre 2026

Gramsci, Wanna Marchi e la politica delle tifoserie.

 

Gramsci, Wanna Marchi e la politica delle tifoserie. 

Non sempre siamo consapevoli di vivere in un mondo profondamente interconnesso. Eppure, la percezione che abbiamo della realtà dipende in buona misura proprio da questa consapevolezza. Essere consapevoli non significa estraniarsi dal mondo in cui viviamo, ma comprendere che tutto ciò di cui veniamo informati non corrisponde necessariamente alla realtà: può essere, anche inconsapevolmente, il risultato di una manipolazione. Le nostre scelte informative, per quanto legittime, non sono mai completamente neutrali. Sono scelte e, proprio per questo, dovremmo affrontarle mantenendo sempre, per principio, un atteggiamento di diffidenza e di attenzione critica. I social network, in sé, sono semplicemente uno strumento: non sono né buoni né cattivi. Il problema nasce quando non sviluppiamo la capacità di porci, di fronte a ciò che ci viene proposto, una domanda fondamentale: a quale scopo viene diffuso questo messaggio? Senza questa forma di diffidenza preventiva rischiamo di finire dentro vere e proprie bolle informative, nelle quali la realtà viene progressivamente deformata e sostituita da una rappresentazione costruita.

Per cultura siamo portati a pensare che le persone siano fondamentalmente buone, e molto probabilmente la maggioranza lo è. Tuttavia, ciò che ci viene raccontato con maggiore frequenza sono soprattutto le cattive notizie. La loro conoscenza svolge certamente una funzione importante: ci rende più attenti e ci permette di riconoscere i rischi. Ma può produrre anche un effetto distorsivo, portandoci a percepire il pericolo come qualcosa di generalizzato. Pensiamo, per esempio, al tema della sicurezza. Se siamo continuamente esposti a notizie relative a crimini, violenze e situazioni di pericolo, possiamo arrivare a percepire la società nel suo complesso come molto più insicura di quanto non sia realmente. È proprio questo meccanismo che oggi viene utilizzato anche in politica per deformare la percezione della realtà. E si rischia, stupidamente, di trasformare la società in due tifoserie contrapposte, come due squadre da stadio che litigano ciascuna in nome della propria verità. In questo modo si alimenta uno scontro sociale costruito spesso sul nulla, elevato a pregiudizio a difesa della propria visione e dunque identità.

Se tutto ciò avviene in buona fede, il risultato è comunque pericoloso. Se invece è consapevolmente costruito, può diventare una vera e propria operazione di distrazione di massa. Ben diversa è la natura del conflitto sociale. Il confronto democratico presuppone che esistano proposte diverse, anche profondamente contrapposte, rispetto a un problema che entrambe le parti riconoscono e che entrambe sanno di dover affrontare. Il conflitto, in questo caso, diventa uno strumento di confronto e non una guerra permanente nella quale vale il principio del “mors tua, vita mea”, tipico delle dittature, dei cinici, degli opportunisti e dei narcisisti.

La logica dello scontro sociale, anche quando viene sostenuta da una sola parte, finisce però per diventare funzionale anche all'altra. Chi viene attaccato è infatti costretto a reagire e a contrastare quella narrativa, contribuendo, paradossalmente, ad alimentarla. È il classico effetto boomerang.  È in questo contesto che si colloca, a mio avviso, il comportamento di quella che definirei una pseudo-sinistra: invece di contrastare un governo legittimamente eletto attraverso strategie di politica economica e sociale, e quindi creare le condizioni per un confronto capace di stimolare e condizionare l'azione del governo, sembra spesso ridursi alla propaganda, agli slogan e alla demagogia. Gli esempi, secondo questa lettura, sono numerosi:

  • Difendono la sanità pubblica, dopo aver contribuito negli anni alla sua privatizzazione.
  • Invocano il salario minimo, dopo aver favorito la precarizzazione del lavoro e l'erosione della contrattazione e dei salari.
  • Propongono il contrasto all'inflazione, dopo aver sostenuto la privatizzazione di aziende pubbliche strategiche che avrebbero potuto svolgere una funzione di contenimento rispetto alle speculazioni del mercato.
  • Denunciano la mala giustizia, ma allo stesso tempo hanno difeso la cosiddetta casta opponendosi alla riforma del sistema giudiziario.
  • Parlano di accoglienza, ma spesso lasciano poi le persone accolte a sé stesse, nell’abbandono sociale, arrivando persino a utilizzarle strumentalmente nel confronto politico contro il governo.
  • Parlano di inclusione, ma finiscono per difendere anche comportamenti illegali compiuti da immigrati, mettendo in difficoltà proprio gli immigrati che hanno scelto la strada e vivono nell'integrazione.
  • Parlano di democrazia, ma rischiano di trasformarla in un valore di cui si considerano gli esclusivi custodi, stabilendo chi sia democratico e chi non lo sia.
  • Gridano al fascismo alle porte, senza accorgersi che finiscono per adottare atteggiamenti autoritari (fascisti) nei confronti di chi non condivide le loro posizioni, omettendo a loro stessi il proprio DNA comunista mai completamente rinnegato, anzi dai loro giovani rilanciato.

Naturalmente, fascismo e comunismo appartengono a due esperienze storiche ormai concluse. Ciò che sopravvive, non sono le ideologie nella loro forma originaria, bensì mentalità autoritarie, che è comodo denominarle fasciste, per far vivere ciò che è morto, ma in realtà si tratta di comportamenti umani, perché l’autoritarismo appartiene alla natura stessa dell'essere umano, e la storia ne è una prova purtroppo. Se fossi uno psichiatra, potrei dire provocatoriamente che questa pseudo-sinistra presenta tutti i sintomi dell'isteria e della schizofrenia, accompagnati da evidenti comportamenti bipolari, viste le continue amnesie rispetto al proprio operato negli ultimi trent'anni di questa Seconda Repubblica.

Ma, al di là della provocazione, il problema politico è un altro. La politica, intesa come strategia e come visione della società, era una delle caratteristiche di una classe dirigente che, pur con tutti i suoi limiti, era presente in molti esponenti comunisti della Prima Repubblica. Oggi, invece, questa pseudo-sinistra sembra essersi progressivamente trasformata in una macchina di propaganda e marketing. Se ieri il modello culturale di riferimento, nonostante le numerose manipolazioni operate sui suoi scritti, dalla tradizione comunista e togliattiana, poteva essere Gramsci, oggi sembra essere diventata Wanna Marchi. E allora una domanda diventa inevitabile: come è stato possibile arrivare fino a questo punto? Tutte le rivoluzioni, specialmente quelle cruente, producono cambiamenti ma al tempo stesso buttano via il bambino con l'acqua sporca. Se da un lato predicano il bene comune e una maggiore giustizia, dall'altro la violenza delle loro modalità fa emergere il peggio della natura umana — nonostante la buona fede di tanta gente comune. Un esempio chiaro è stata la falsa rivoluzione mediatica-giudiziaria, il cui vero obiettivo era eliminare una classe politica che si opponeva alla svendita e alla privatizzazione delle imprese pubbliche. Per riuscirci, si è convinta l'opinione pubblica che chiunque potesse fare politica meglio di una classe dirigente bollata come corrotta. Ma avere un'opinione politica è ben diverso dall'essere classe dirigente, e i risultati oggi sono sotto i nostri occhi. Una vera classe politica possiede una visione della società e delle relazioni internazionali; oggi, invece, la politica si è ridotta a puro marketing e propaganda. Si stimola l'invidia sociale e si negano i valori democratici trasformando gli avversari in nemici. Le coalizioni diventano ammucchiate caotiche nate per vincere e non per governare, mentre l'elettorato viene polarizzato solo per coprire l'assenza di progetti, offrendogli un bersaglio da odiare. Persino le scelte di buon senso del governo vengono manipolate e date in pasto a chi necessita di un "antifascismo paradossalmente fascista" per trovare un'identità. Si rinuncia così a un'opposizione di merito, capace di incalzare il governo ed edificare un'alternativa credibile. La cultura e le idee vengono messe da parte in favore di un'interpretazione autoritaria dell'egemonia culturale di stampo gramsciano, riadattata alle dinamiche del marketing aggressivo tipiche della società digitale.

Roberto Giuliano

 


 

 

lunedì 7 settembre 2026

America First e la fine dell’ordine di Yalta – Parte 4

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America First e la fine dell’ordine di Yalta 

Parte 4

 

Oltre Trump

Ogni generazione tende a identificare la storia con i protagonisti del proprio tempo.

Nel Novecento furono Roosevelt, Churchill, Stalin, Kennedy, Reagan, Gorbaciov. Nel XXI secolo molti hanno individuato in Donald Trump il simbolo della trasformazione dell’Occidente.

È comprensibile, ma la sua figura ha rappresentato una discontinuità nello stile comunicativo, nel linguaggio politico e nel rapporto con gli alleati. Ma la storia raramente cambia per iniziativa di un solo uomo.

I grandi cambiamenti maturano lentamente, attraversano intere generazioni e solo in un secondo momento trovano interpreti capaci di renderli visibili. Trump appartiene a questa categoria. Non ha inventato l’America First.

Ha dato un nome politico a una trasformazione iniziata molti anni prima.
Quando il Muro di Berlino cadde, l’Occidente credette di avere vinto definitivamente la propria sfida storica. Per la prima volta sembrava non esistere più un modello alternativo alla democrazia liberale e all’economia di mercato.

Questa convinzione alimentò l’idea che la globalizzazione avrebbe progressivamente ridotto il peso delle frontiere, delle rivalità geopolitiche e persino degli Stati nazionali. Per alcuni anni questa interpretazione sembrò confermata dai fatti.

Il commercio internazionale si espanse. Le catene produttive divennero globali. La rivoluzione digitale accelerò gli scambi inoltre milioni di persone dell’Est e dell’Asia uscirono dalla povertà, ma, nello stesso tempo, il nuovo ordine mondiale che si vuole costruire ha prodotto effetti che inizialmente vennero sottovalutati.

L’integrazione economica non eliminò la competizione tra gli Stati, la trasformò. La tecnologia sostituì progressivamente l’ideologia. Le filiere industriali divennero strumenti di potere.

Le terre rare, i semiconduttori, i dati e l’intelligenza artificiale acquisirono un’importanza strategica paragonabile, per molti aspetti, a quella che il petrolio aveva avuto nel secolo precedente.

La globalizzazione non pose fine alla geopolitica. La rese semplicemente più complessa. Anche il capitalismo cambiò. Venuto meno il confronto con il comunismo, il mercato acquistò una libertà di movimento senza precedenti.

Le stesse guerre sia in Europa scoppiate dopo 1989, come anche quelle in Medio Oriente – Israele, Palestina, Turchia Iran e paesi del Golfo – sono aspetti di posizionamento per il nuovo ordine mondiale che si determinerà nei prossimi anni.

La finanza è diventata globale, le imprese organizzarono la produzione su scala mondiale, la competizione economica si è intensificata. Questa trasformazione ha prodotto crescita e innovazione, ma anche nuove disuguaglianze e nuove insicurezze.

Molti cittadini occidentali iniziano a percepire che la politica fatica sempre più a governare processi economici ormai transnazionali.

Da questa percezione nascono fenomeni molto diversi tra loro, ma accomunati da una medesima domanda: chi controlla davvero il nostro futuro?

America First rappresenta una delle possibili risposte a questa domanda. Non è l’unica, ma è certamente una delle più influenti.

Essa propone di ricondurre la globalizzazione entro il perimetro dell’interesse nazionale americano, riaffermando il primato della politica sulle dinamiche economiche quando queste vengono percepite come contrarie agli interessi strategici degli Stati Uniti.

Che questa strategia sia destinata ad avere successo oppure no, è una questione che soltanto la storia potrà chiarire.

Più importante è comprendere che il problema non riguarda esclusivamente gli Stati Uniti. Riguarda l’intero Occidente, e riguarda soprattutto l’Europa.

Per decenni il continente europeo ha costruito la propria integrazione in un contesto internazionale relativamente stabile, fondato sulla sicurezza garantita dall’Alleanza Atlantica e su un’economia mondiale in continua espansione.

Quel contesto oggi è profondamente mutato. L’Europa si trova di fronte a una scelta storica.

Può continuare a considerarsi una grande area economica composta da Stati che cooperano e non sempre. Oppure può decidere di diventare un soggetto politico capace di agire unitariamente nel nuovo equilibrio mondiale.

Questa scelta non nasce da un’aspirazione ideologica, nasce dall’evoluzione della storia.

Nel XXI secolo nessuno Stato europeo, da solo, dispone delle dimensioni demografiche, economiche, tecnologiche e militari necessarie per confrontarsi alla pari con Stati Uniti, Cina o con le grandi potenze emergenti.

La sovranità, paradossalmente, potrebbe essere difesa meglio condividendone una parte che tentando di conservarla integralmente, ed è questa la sfida del nostro tempo.

Il dibattito sugli Stati Uniti d’Europa dovrebbe partire da qui. Non da una contrapposizione tra europeismo e nazionalismo.

Ma dalla domanda fondamentale che ogni generazione è chiamata a porsi: quale ruolo vogliamo avere nella storia che sta iniziando?

Forse questa è anche la vera lezione del 1989. Non la fine della storia, come molti immaginarono, ma l’inizio di una storia diversa.

Una storia nella quale le categorie del Novecento non bastano più a interpretare il presente e nella quale la competizione tra le grandi potenze è tornata a essere il principale motore della politica internazionale.

Trump passerà. Come sono passati Reagan, Clinton, Bush, Obama e passeranno tutti coloro che guideranno gli Stati Uniti nei prossimi decenni.

Ciò che resterà sarà il mondo nato dopo il 1989. Comprenderlo significa prepararsi ad affrontare il futuro. Ignorarlo significa continuare a interpretare il XXI secolo con gli strumenti del secolo scorso.

È questa, forse, la vera sfida che attende l’Europa e, più in generale, l’intero Occidente. 

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     Parte 1 https://lesfumaturedelgarofanorosso.blogspot.com/2026/09/america-first-e-la-fine-dellordine-di.html

 

Autore

  • Roberto Giuliano

    Roberto Giuliano, sociologo, scrittore e giornalista, già segretario generale della Fillea CGIL del Lazio, di matrice socialista e craxiano, ex membro del Corecom Lazio.

7 ottobre e la realtà inventata: perché l'Occidente cade nella trappola delle élite islamiste

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