Dopo il comunismo, evoluzione/ involuzione del Capitalismo
Con la scomparsa dell’Unione Sovietica e del suo sistema ideologico, molti hanno creduto che il mondo potesse finalmente prosperare in pace. Si pensava che i conflitti si sarebbero risolti attraverso il dialogo e il compromesso, e che la democrazia liberale rappresentasse l’approdo naturale della storia.
Era una visione ottimistica, forse ingenua, che dimenticava un elemento essenziale: l’essere umano resta, sempre, portatore tanto del bene quanto del male.
Nel 1991, nell’enciclica Centesimus Annus, Papa Giovanni Paolo II ricordava che il fallimento del comunismo non significava automaticamente la fine della povertà, né decretava il capitalismo come unica soluzione ideale. Era un monito profetico: la vittoria su un sistema non equivale alla perfezione dell’altro.
Che il capitalismo abbia prevalso sul comunismo è un fatto storico. Ma il capitalismo non coincide necessariamente con la democrazia. Può convivere con sistemi molto diversi tra loro: democratici, illiberali, oligarchici, autoritari, persino teocratici. Oggi Russia e Cina ne sono un esempio evidente: economie capitaliste inserite in assetti politici non liberali.
Il capitalismo, in altre parole, sopravvive e si espande al di là del sistema di governo. Nei regimi non democratici, i cittadini sanno di vivere senza libertà politiche. Più complesso è il rapporto tra capitalismo e democrazia, perché quest’ultima promette benessere diffuso, diritti, mobilità sociale.
In Europa il capitalismo si è storicamente intrecciato con lo Stato sociale, assumendo caratteristiche diverse da quello americano. Ma con la fine del comunismo il capitalismo ha conosciuto una trasformazione profonda: dalla fase industriale a quella finanziaria.
La finanza non è solo uno strumento a sostegno dell’economia reale; è diventata un attore autonomo, capace di orientare scelte politiche e assetti sociali. Nei sistemi democratici del dopoguerra era la politica a definire le regole entro cui economia manifatturiera e finanza dovevano muoversi. Questo equilibrio garantiva consenso: la politica aveva il dovere, morale ed elettorale, di migliorare le condizioni di vita dei cittadini.
Nel capitalismo industriale valeva la regola marxiana: chi controlla i mezzi di produzione esercita il potere economico, ma all’interno di regole condivise. Nel capitalismo finanziario, invece, la politica perde progressivamente autonomia e capacità di indirizzo, fino a diventare spesso ostaggio dei della finanza.
Oggi potremmo parafrasare Marx dicendo che chi controlla la comunicazione controlla la politica e l’economia. Nella società dell’informazione, il consenso può essere costruito anche senza benessere diffuso, attraverso la gestione e la polarizzazione delle notizie. Ognuno si forma un’idea della realtà sulla base delle informazioni che riceve.
La polarizzazione diventa così uno strumento di governo: divide l’opinione pubblica su temi identitari, spesso secondari rispetto ai bisogni primari, mentre il disagio sociale viene attribuito, di volta in volta, al “nemico” designato. Nulla di completamente nuovo — il “divide et impera” era già noto ai romani — ma oggi le tecniche sono più sofisticate.
Il passaggio dal capitalismo industriale a quello finanziario non è solo economico, è anche valoriale. Nel modello manifatturiero il lavoratore-consumatore era centrale: la produzione e il consumo alimentavano lo sviluppo. Nel capitalismo finanziario, invece, il lavoro perde centralità. Se un’azienda chiude o un territorio si impoverisce, per la finanza speculativa non è necessariamente un problema.
La logica dominante diventa quella del profitto immediato, un capitalismo senza anima, sganciato da una visione di lungo periodo. Si bruciano risorse senza costruire futuro. E questa miopia finisce per contagiare anche la politica, sempre più condizionata da interessi finanziari e da orizzonti elettorali brevi.
In Italia, la trasformazione è stata evidente nella transizione dalla Prima alla Seconda Repubblica, con un progressivo ridimensionamento dello Stato sociale. Anche i partiti hanno cambiato pelle, adattandosi a nuove logiche di consenso e di finanziamento, che rendono i partiti alla mercè della finanza, avendo abolito il finanziamento pubblico.
In Italia abbiamo assistito ad un approccio finanziario nella politica ed è il caso del Partito Democratico dove gli iscritti votano un segretario e mediante un sistema senza vere regole (le primarie) avviene una Opa ostile per cui degli elettori/investitori decidono un altro segretario. Non è casuale che questo partito smette di lottare per la giustizia sociale (per non disturbare il capitale) e si configura come il partito dei diritti civili, facendone di tali diritti una ideologia divisiva come ogni ideologia.
Ma il cuore della democrazia resta il controllo del potere da parte dei cittadini. Perché questo sia possibile, occorrono regole trasparenti sul ruolo della finanza, sui finanziamenti alla politica, ai media, e sui rapporti tra interessi economici e istituzioni.
Senza questa chiarezza, il rischio è che la democrazia resti una forma, mentre il potere reale si sposta altrove. L’illusione della “fine della storia” diventa un diversivo funzionale ad una instabilità permanente, in cui il conflitto non scompare, ma nasconde il volto del nuovo potere, e noi staremmo a discutere di fascismo e antifascismo.
Roberto Giuliano


