Le sfumature del Garofano Rosso
Di Roberto Giuliano. Riflessioni sulle problmatiche sociali, politiche ed economiche viste dagli occhi di un ex sindacalista, di matrice socialista. Uno sguardo laico, senza tabù, senza certezze, ma con l'umilità del dubbio.
domenica 24 maggio 2026
Il mondo che cambia: nuove regole di diritti e responsabilità
Il mondo che cambia: nuove regole di diritti e responsabilità
Come ogni trasformazione epocale, essa determina nuove opportunità e nuove rischi, che nel tempo determinano la nascita di nuove norme a tutela sia dei cittadini, dei lavoratori che delle produzioni. Dalla società agricola a quella manufatturiera, da quella industriale a quella post industriale e oggi a quella digitale.
La rivoluzione tecnologica sta determinando una modifica relazionale e comportamentale alla condizione umana, esse non sono negative a priori ma necessitano di regolamentazione sia nazionale che internazionale visto la loro transnazionalità. L’esempio più banale è la mancanza di una normativa esaustiva e chiara sullo Smart Working, sulle categorie interessate e nel rapporto con i servizi ai cittadini, altrimenti si determinano disservizi e nuove problematiche nel mondo del lavoro.
Alcune problematiche nuove come il ruolo degli influencer, la responsabilità genitoriale sia nell’utilizzo delle nuove tecnologie che nei loro comportamenti, le responsabilità dei social e delle multinazionali tecnologiche, il ruolo della scuola nella formazione all’utilizzo di queste tecnologie, tutti aspetti nuovi che non possono essere affrontati con le vecchie mentalità con le quali siamo cresciuti.
I valori che la nostra società esprime e che si sono armonizzati con i cambiamenti sociali, sono sempre validi, ma devono essere rielaborati in funzione di questo cambiamento epocale, nel quale siamo immersi. Anche se ancora non completamente consapevoli.
Oggi assistiamo, ad esempio, non solo al mercato di vendita dei dati sensibili di tutti coloro che in qualche modo usano Internet, ma anche la compra vendita di falsi like che possono fa credere che una persona è seguita da molti follower e dunque accreditare una credibilità social falsa, l’utilizzo di boat automatici e di falsi profili che vengono attivati per favorire o denigrare una persona, elementi questi che per la nostra cultura sembrano stupidaggini, ma per le nuove generazioni che vivono dentro questo mondo virtuale (nel bene e nel male) possono essere estremamente letali per la loro autostima o per una possibile radicalizzazione fuori dalla realtà. In questi casi visto le difficoltà nel trovare i responsabili della vendita, data la loro localizzazione fuori dal nostro Paese, si potrebbero colpire coloro che li acquistano.
Aborrendo la censura bisogna lavorare sulla responsabilità, prima di tutto, dei genitori, sul comportamento dei figli, anche se i genitori, nella maggior parte delle volte, conoscono meno dei figli il funzionamento del mondo digitale, ma ciò non può esonerarli dalla responsabilità di educare e vigilare sulle frequentazioni dei loro figli. Ieri se un ragazzo con una pallonata rompeva un vetro i genitori erano obbligati a risarcire il danno fatto dal figlio. Per quanto già sussistono delle norme, esse non sono minimamente conosciute dai genitori anzi in molte famiglie si tende a minimizzare le responsabilità dei figli sia per ignoranza (in senso etimologico del termine) sia per omettere la loro responsabilità. Aldilà delle responsabilità che oggi sono attribuite ai magistrati e tribunali minorili, ma che con le loro lungaggini di fatto comunicano la libertà dell’impunità, sarebbe utile istituire a livello comunale un responsabile civile (modello Giudice di Pace), che venga eletto dai cittadini e agisca per reati che non prevedono quelli penali, utilizzando i servizi civili come approccio riparativo sia per i ragazzi ma anche per i genitori, il non eseguirli o la recidività comporta il passaggio alla amministrazione giudiziaria. I tempi e la velocità con cui si può e si deve riparare un danno non sono secondari specialmente per i giovani e le famiglie che ne sono responsabili, ma anche per le vittime di questi soprusi alfine di rendergli giustizia e poter invertire questa deriva: dove tutto si può fare senza assumersi la responsabilità. Una società che guarda solo ai diritti e non è in grado a farli convivere con le responsabilità è una società che pian piano involve verso forme di autoritarismo travestite da democrazia.
Roberto Giuliano
domenica 26 aprile 2026
L'Infantilismo dei Diritti e il Ritorno della Violenza Politica
L'Infantilismo dei Diritti e il Ritorno della Violenza Politica
Si parla molto in questi giorni, come sempre in modo dicotomico, della sicurezza reale e sicurezza percepita.
La percezione è il processo cognitivo e psicologico che organizza e interpreta le informazioni sensoriali (vista, udito, odori, ecc.) per dare senso all'ambiente circostante. Non è una copia esatta della realtà, ma una rappresentazione soggettiva e attiva, che organizza stimoli in forme coerenti e significative alla percezione elaborata.
Oggi buona parte delle nostre percezioni della realtà avviene mediante i media e i social, i quali se da un lato informano dall’altro amplificano fenomeni veri, ma presentati in modo tale da determinare una sovraesposizione mediatica.
Questa sovraesposizione mediatica determina un conflitto tra la percezione della realtà e i dati statistici sulla tematica della sicurezza, e nei talk show diventa elemento di scontro manicheo o tifoseria permanente, tra chi sostiene che è un falso problema e chi lo considera una priorità, aumentando questa dicotomia senza entrare mai nel merito del problema.
Affrontare nel merito il problema della sicurezza sarebbe una iattura per l’attuale sistema politico perché toglierebbe ad entrambe le parti in causa gli argomenti per un consenso facile che si alimenta proprio nella reciproca faziosità ideologica.
Esiste un problema di sicurezza per i cittadini? Certamente, per affrontarlo è necessario uscire dalla dicotomia e far funzionare i valori della legalità, dei diritti e della responsabilità, del pluralismo e della solidarietà, valori e parole vacue nella cultura del manicheismo ideologico imperante.
La cosiddetta Sinistra dovrebbe avere il coraggio di rifiutare culturalmente la violenza (derivante dall’odio di classe), dovrebbe accettare il pluralismo delle opinioni diverse senza criminalizzarle, coniugare solidarietà e diritti con legalità. La cosiddetta Destra dovrebbe avere il coraggio di non confondere legalità con repressione, ed entrambi contrastare la deriva antidemocratica che si cela nell’antagonismo sociale e la sua saldatura con il radicalismo islamico che nega la cultura dell’occidente.
Ma proprio qui si misura la maturità di una democrazia: nella capacità di affrontare problemi complessi senza ridurli a slogan, senza trasformarli in strumenti di propaganda, senza piegarli alla logica del consenso immediato. La sicurezza non può essere né negata né strumentalizzata; deve essere compresa, analizzata e governata.
Serve un approccio pragmatico, basato sui dati ma anche sulla consapevolezza che la percezione, pur non coincidendo con la realtà, produce effetti concreti nella vita delle persone. Ignorare la paura significa lasciarla crescere; cavalcarla significa deformare la realtà. Tra questi due estremi esiste lo spazio della politica responsabile.
Al di là della percezione di insicurezza sociale, emerge il ritorno di una violenza politica anacronistica. Gli episodi legati ai movimenti pro-Palestina e alle celebrazioni del 25 Aprile, mostrano come il dissenso sfoci sempre più spesso in aggressione fisica. Il problema risiede in un corto circuito logico: l'autoproclamata superiorità morale di una certa sinistra — termine oggi di difficile definizione — crea una dicotomia tra 'buoni' e 'malvagi'. Da qui il passo è breve: se l'altro è il male assoluto, la violenza nei suoi confronti diventa, agli occhi dell'aggressore, una pratica legittima.
Questa chiusura identitaria distorce, anche in buona fede, la percezione del reale: l'altro non è più un interlocutore, ma un nemico da privare del diritto di parola e di manifestazione. È il paradosso del delirio autoritario, in cui l'individuo si autoelegge “eroe della democrazia” senza comprenderne i valori cardine. In questo processo si smarrisce l'empatia e il rispetto per la vita che sono alla base della nostra civiltà. Si assiste a un'involuzione verso un pensiero infantile che rivendica diritti ma rifugge dalla responsabilità delle proprie azioni.
È preoccupante osservare come una certa area della sinistra abbia abbandonato la cultura della legalità per abbracciare una concezione politica totalizzante. In un ecosistema mediatico che funge da cassa di risonanza per tali derive, l'assenza di una guida politica autorevole rende questa crisi democratica ancora più profonda.
E' necessaria una politica che investa nella prevenzione, nell’educazione civica, nella qualità dell’informazione, che sappia distinguere tra disagio sociale e criminalità, tra integrazione e illegalità, senza confondere i piani, né alimentare contrapposizioni ideologiche sterili.
Recuperare il senso del limite, del confronto e della complessità è forse la vera sfida. Perché la sicurezza non è solo un tema di ordine pubblico, ma una condizione che nasce dalla fiducia: fiducia nelle istituzioni, che devono garantire la convivenza civile.
Roberto Giuliano
sabato 11 aprile 2026
Siamo ancora liberi? Informazione e IA nell’era della manipolazione: i rischi per l’Occidente
Siamo ancora liberi? Informazione e IA nell’era della manipolazione: i rischi per l’Occidente
Il potere, qualunque forma assuma, ha sempre bisogno di consenso, e, quando necessario, non esita a ricorrere anche alla menzogna pur di ottenerlo. Questo è particolarmente vero nei sistemi autoritari, ma non è un fenomeno estraneo neppure alle democrazie. Lo racconta molto bene Michel Foucault, in Sorvegliare e punire, mostra come il carcere non nasca per ragioni umanitarie, bensì come strumento più efficiente di controllo: un sistema capace di sorvegliare, normalizzare e formare “corpi docili” attraverso una rete continua di controlli. Il potere autoritario si fonda sulla paura, ma l’uso eccessivo e visibile della violenza — torture ed esecuzioni pubbliche — finisce per generare, nel tempo, rabbia e risentimento, diventando controproducente.
Per questo, nelle società occidentali, tali pratiche sono state progressivamente nascoste: la violenza non scompare, ma si sposta nell’ombra delle istituzioni. Il carcere diventa, così, un luogo simbolico di controllo, capace di incutere timore senza esibire apertamente la brutalità. Questo non significa negare l’utilità del sistema carcerario: al contrario, il livello di civiltà di una società si misura anche dalla qualità delle sue carceri e dalla loro capacità di favorire il reinserimento.
Le democrazie occidentali, proprio per la loro natura, non possono basarsi su forme esplicite di coercizione. Tuttavia, con l’avvento della tecnologia, si è aperto uno scenario nuovo e ancora poco regolamentato: un sistema di influenza molto più sottile e potente, capace di manipolare l’opinione pubblica attraverso l’informazione.
I social media, in particolare, attribuiscono alle notizie una legittimità simile a quella del giornalismo tradizionale, ma senza assumerne le responsabilità. In questo contesto, la manipolazione diventa più efficace proprio perché meno visibile.
Con l’avvento dell’era digitale le modalità manipolative hanno avuto un potenziamento esponenziale ma, per essere funzionali, è stato necessario distruggere la Politica e i partiti intesi come comunità valoriali.
Il primo atto di questa involuzione è far retrocedere il pensiero complesso (Daniel Kahnman direbbe il pensiero lento) in pensiero semplice o manicheo (pensiero veloce). Ciò è necessario perché il nostro cervello funziona a risparmio energetico: preferisce soluzioni immediate, schemi semplici, contrapposizioni nette, dunque polarizzando il dibattito (bianco/nero, destra/sinistra, roma/lazio, etc.) ed etichettando moralmente noi stessi e gli altri, trasformiamo il dialogo sociale in conflitto amico/nemico, che è oggettivamente la fine della democrazia, anche se ad oggi non si intravede il rischio di una guerra civile ma potrebbe avvenire.
Il pensiero complesso — quello che richiede tempo, analisi e spirito critico — è stato sostituito da un pensiero rapido, semplificato, spesso manicheo. Etichettare la realtà è un processo tipicamente infantile, necessario per una presa di conoscenza e consapevolezza del mondo che lo circonda, ma far regredire il pensiero complesso degli adulti, in quello manicheo è volutamente una operazione economica/politica.
La consapevolezza che il nostro cervello funziona a risparmio energetico, determina una memoria corta e la facilità ad accettare le verità che si presentano come un piatto pronto per l’uso(pseudo-logiche), ciò avviene mediante l’accettazione passiva di messaggi riproposti in modalità indiretta o ossessiva ma con motivazioni “logicamente accettabili” date da fonti autorevoli, senza un reale processo critico.
Un esempio concreto è stato il messaggio che abbiamo ricevuto durante la pandemia, (non entro nel merito di vaccini si o vaccini no) ma del messaggio espresso in mondovisione: se infettati stare in “Vigile attesa …” Ovviamente non possiamo eludere il clima di paura, se non di terrore, di quei terribili mesi o anni, un clima che ha favorito in tutti noi una accettazione incondizionata, favorita mediante il pensiero veloce.
Riflettendo con il pensiero lento tornano alla memoria gli studi antropologici che ci raccontano che quando ancora la scienza non esisteva e se “un primitivo” si ammalava lo sciamano, che non sapeva cosa fare, praticava una danza per curare il malato, poi penso al comportamento abituale dei nostri genitori, che se un figlio piccolo si ammalava prima di chiamare il dottore si provava a calmare il pianto con un semplice bicchiere di acqua calda bollita con zucchero e una foglia di alloro, che a volte era anche il consiglio del medico, per cui quando uno sta male non si può stare in vigile attesa, ma deve essere curato. La vigile attesa è la negazione della scienza medica, comunque si prova a curare, certamente si va a tentativi, ma si cura.
Questo esempio di un messaggio contraddittorio che tutti abbiamo accettato e subito, ha determinato in noi la creazione di nemici: coloro che non si sono voluti vaccinare, facendoci diventare intolleranti e perseguendo, anche legalmente, coloro che rifiutavano la regola imposta dal messaggio. Essendo la Vigile attesa, comunicato come un messaggio manicheo, ha determinato nei cittadini un comportamento che gli antichi romani conoscevano molto bene per governare il popolo, il famoso dividi et impera. Sono passati secoli ma ancora oggi questi meccanismi manipolatori funzionano, perché l’essere umano come evolve può involvere.
Oggi con l’IA e influencer le opportunità di condizionamento nei confronti dei cittadini sono enormi, (dai like agli algoritmi che ti fanno vedere solo le notizie che tu hai involontariamente comunicato che ti piacciono) più si afferma il pensiero manicheo, più c’è il bisogno nei giovani e non, ad omologarsi, a stare dalla parte dei buoni, dei giusti, contro coloro che si considerano cattivi e reciprocamente sarà riprodotto il meccanismo da coloro che considerati cattivi considerano gli altri cattivi.
Ogni schieramento manicheo considera se stessi portatore di valori universali positivi ma nega agli altri questi stessi valori: “se sei di destra non puoi essere una persona che ama la solidarietà, se sei di sinistra non puoi amare la legalità”. Il dramma, di questa assurdità, e che molte persone anche in buona fede ci credono. Percepire l’altro come nemico può portare a giustificare sia forme di intolleranza verbale (considerare giusto non far parlare colui che la pensa diversamente da me) sia di violenza fisica.
Per difendere la democrazia gli attuali partiti devono avere il coraggio di tornare alle comunità politiche valoriali, a partiti che dialogano, ricchi delle loro peculiarità, con un sistema elettorale che ne favorisca la nascita, come il proporzionale senza accorpamenti precostituiti (come dx o sx). La differenza italiana, con altri paesi europei dove vige il maggioritario, è che in quei Paesi non c'è una storia di litigiosità, “del particulare” identitario e di tifoseria come quella italiana.
Altra cosa buona e giusta è il ritorno in modo trasparente del finanziamento pubblico, ed anche privato, perché la democrazia ha un costo, ma la sua erosione ne ha uno ancora più alto. Difenderla significa riconoscere i nuovi strumenti del potere e sviluppare gli anticorpi culturali necessari per non esserne inconsapevolmente dominati.
Roberto Giuliano
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