LA VERITA’ È RIVOLUZIONARIA: CAPIRE LE GUERRE OLTRE LA PROPAGANDA
La verità è rivoluzionaria perché permette di squarciare il velo dell'ipocrisia e di portare alla luce interessi che spesso vengono nascosti per sostenere una determinata tesi.
Se una mela cade da un albero, la sua caduta è un fatto oggettivo. Le cause che l'hanno provocata, però, possono essere molteplici e sono proprio queste a dare significato al fatto. Allo stesso modo, è un dato di realtà che la Russia abbia invaso l'Ucraina; comprenderne le motivazioni richiede invece un'analisi più complessa, nella quale possono convivere interpretazioni differenti e perfino contrapposte.
Premetto una cosa per evitare equivoci: non prendo soldi da Putin, considero la Russia un Paese illiberale che è stato volutamente provocato e, tra il modello occidentale e quello russo, preferisco senza esitazione il primo. Tuttavia, la Russia non è l'unico Stato illiberale con cui l'Occidente intrattiene rapporti: basti pensare alla Turchia di Erdoğan, nostro alleato nella NATO.
Molti si definiscono pacifisti, ma dimenticano una costante della storia: le guerre sono sempre state combattute, in larga misura, per interessi economici e strategici. Gli europei occidentali hanno vissuto ottant'anni di pace grazie all'equilibrio della Guerra fredda e al deterrente nucleare. Questo lungo periodo di benessere ha finito per attenuare la percezione della realtà storica.
Dopo la caduta del Muro di Berlino e la fine dell'assetto nato dagli accordi di Yalta, il politologo statunitense Francis Fukuyama teorizzò la "fine della storia". Molti, me compreso, pensarono che il mondo fosse destinato a un lungo periodo di pace e prosperità. La realtà, però, ha preso una strada diversa: prima le guerre nei Balcani, poi il conflitto in Ucraina hanno dimostrato quanto quella previsione fosse ottimistica.
Karl Marx sosteneva che la storia dell'umanità è una storia di sangue. Basta sfogliare un qualsiasi libro di storia per constatare come guerre e conflitti abbiano accompagnato costantemente il cammino dell'uomo. Perché, allora, nonostante il progresso scientifico e tecnologico, continuiamo a combattere?
La risposta può sembrare semplice: nell'essere umano convivono il bene e il male. Interessi economici, sete di potere, cinismo e disprezzo della vita umana continuano ad alimentare i conflitti. Per ottenere il consenso delle rispettive popolazioni, i governi costruiscono narrazioni che giustificano le proprie scelte. Questo vale tanto nelle democrazie quanto nei regimi autoritari, pur con modalità differenti.
Le guerre seguono regole scritte e regole non scritte. In teoria dovrebbero combattersi tra eserciti; nella pratica sono quasi sempre i civili a pagarne il prezzo più alto. Accade soprattutto ai popoli sconfitti, spesso considerati corresponsabili delle decisioni dei propri governi, sia quando hanno sostenuto l'aggressione sia quando hanno semplicemente subito l'invasione.
È cambiato qualcosa rispetto al passato? Poco. In Occidente esiste certamente una maggiore sensibilità verso le conseguenze umanitarie dei conflitti, ma chi decide se iniziare una guerra non è quasi mai il popolo. Sono piuttosto le élite economiche, finanziarie e politiche, sostenute dagli apparati della comunicazione, a orientare le decisioni, costruendo poi le motivazioni da presentare all'opinione pubblica.
Esistono guerre giuste? Sul piano teorico sì: quelle difensive. Ma anche questa definizione apre interrogativi. Se uno Stato modifica il corso di un fiume o costruisce una diga che priva d'acqua un Paese confinante, come giudicheremmo un'eventuale reazione militare? Sarebbe aggressione o difesa? La realtà è quasi sempre più complessa degli slogan.
In Italia si richiama spesso il rispetto del diritto internazionale, dimenticando però che l'ordine giuridico nato dopo la Seconda guerra mondiale si fondava sugli equilibri sanciti a Yalta. Oggi quegli equilibri sono in crisi e i conflitti rappresentano anche il tentativo delle grandi potenze di ridefinire un nuovo assetto mondiale.
Un altro aspetto spesso rimosso dal dibattito riguarda il ruolo dell'Italia e della Germania dopo il 1945. Entrambe sono uscite sconfitte dalla guerra e hanno ricostruito la propria sovranità all'interno del sistema creato dai vincitori. Si può discutere su come definire questa condizione, ma è indubbio che numerose scelte strategiche siano state a lungo influenzate dagli equilibri internazionali. La storia offre due possibilità ai popoli sconfitti: essere assimilati con pari diritti oppure conservare una limitata autonomia entro i vincoli imposti dai trattati di pace.
La fine della Guerra fredda ha liberato i Paesi dell'Europa orientale da molti di quei condizionamenti; diverso è stato il percorso dell'Europa occidentale. Anche la storia politica italiana lo dimostra. Il Partito Socialista Italiano poté entrare nel governo soltanto dopo aver riconosciuto la collocazione atlantica dell'Italia e il processo di integrazione europea. Negli anni del compromesso storico, anche Enrico Berlinguer arrivò a definire la NATO un "ombrello protettivo". Persino l'apertura diplomatica dell'Italia verso la Cina avvenne con il consenso degli Stati Uniti.
Molti obiettano che sono trascorsi ottant'anni dalla fine della guerra e che il mondo è profondamente cambiato. È vero. Ma è altrettanto vero che Benito Mussolini, nel bene e nel male, rappresentava lo Stato italiano, anche se noi per legittima propaganda parliamo e celebriamo la liberazione ci dimentichiamo (forse volutamente) di andare a Cassino o a Porta San Paolo nei cimiteri dove dovremmo ricordare anche i giovani soldati britannici, americani, canadesi, neozelandesi e di molti altri Paesi che hanno perso la vita combattendo sul nostro territorio per sconfiggere il nazifascismo.
Oggi il mondo attraversa una fase di transizione. L'assetto internazionale costruito nel secondo dopoguerra mostra tutti i suoi limiti. Questa potrebbe essere l'occasione per compiere un passo storico: costruire veri Stati Uniti d'Europa, dotati di una reale sovranità politica, militare e diplomatica, superando l'attuale modello dell'Unione Europea, spesso percepito come prevalentemente burocratico e lobbistico.
La strada sarà difficile. Francia e Regno Unito, come tutti gli altri Stati europei, dovranno prendere atto che nessun Paese del continente può affrontare da solo le grandi sfide globali. Esistono interessi economici e geopolitici che ostacoleranno questo processo, ma l'alternativa rischia di essere l'irrilevanza politica dell'Europa e dei singoli stati europei. Costruire gli Stati Uniti d'Europa non significa rinunciare alle identità nazionali, ma dotare il continente di una sovranità comune capace di affrontare le grandi sfide del nostro tempo. Un autentico governo europeo, qualunque sia il suo orientamento politico, dovrebbe fondare la propria legittimazione sul consenso dei cittadini europei, da Rostock a Lampedusa, e non sulla nazionalità del leader di turno. Solo così l'Europa potrebbe sviluppare una propria autonomia strategica, rimanendo saldamente nell'alleanza atlantica ma valorizzando la propria identità culturale, democratica e sociale, contribuendo alla costruzione di un nuovo equilibrio internazionale più stabile e, auspicabilmente, più pacifico. Per questo la verità rimane rivoluzionaria. Perché ci obbliga ad abbandonare le semplificazioni, a guardare la storia senza propaganda e a comprendere che la pace non nasce dagli slogan, ma dalla capacità di leggere la realtà per quella che è, anche quando ci mette di fronte a verità scomode.


