venerdì 4 settembre 2026

America First e la fine dell’ordine di Yalta – Parte 2

 

Home  Opinioni  America First e la fine dell’ordine di Yalta – Parte 2

America First e la fine dell’ordine di Yalta – Parte 2

0
America First

Per comprendere l’America First bisogna quindi guardare molto oltre la figura di Donald Trump

Bisogna osservare il mondo nato dopo il 1989, quando il capitalismo rimase senza un antagonista sistemico e la competizione internazionale cessò di essere principalmente ideologica per diventare sempre più economica, tecnologica e finanziaria.

È da quel momento che prende forma la ricerca di nuovo ordine mondiale nel quale viviamo ancora oggi.

Il capitalismo senza antagonisti

La fine della Guerra fredda non ha modificato soltanto gli equilibri geopolitici. Ha cambiato la natura stessa del capitalismo occidentale. Durante i quarant’anni del confronto tra Stati Uniti e Unione Sovietica, il capitalismo non rappresentava soltanto un sistema economico.

Era anche il principale strumento attraverso il quale l’Occidente cercava di dimostrare la superiorità del proprio modello di società. La competizione con il blocco comunista non si svolgeva esclusivamente sul piano militare o tecnologico.

Riguardava anche la qualità della vita, la capacità di garantire occupazione, mobilità sociale, tutela dei diritti e benessere diffuso.

Sarebbe storicamente scorretto attribuire la nascita dello Stato sociale esclusivamente alla contrapposizione con il comunismo. Il welfare europeo affonda le proprie radici nella dottrina sociale della Chiesa, nella cultura liberale, nella socialdemocrazia e nelle lotte del movimento operaio.

Tuttavia, è altrettanto difficile negare che la competizione con il blocco sovietico non abbia rafforzato questa evoluzione.

Nel secondo dopoguerra le democrazie occidentali avevano bisogno di dimostrare che il capitalismo poteva produrre non soltanto ricchezza, ma anche giustizia sociale.

La crescita economica e la protezione dei cittadini diventavano così due elementi della stessa strategia politica.

Per questo motivo gli anni compresi tra il secondo dopoguerra e la fine degli anni Settanta vengono spesso ricordati come i “Trenta gloriosi”: un periodo caratterizzato da forte crescita economica, espansione della classe media, aumento dei salari reali e consolidamento dei sistemi di protezione sociale.

Naturalmente quel modello, che abbiamo vissuto, non era privo di limiti: l’elevata inflazione degli anni Settanta, le crisi energetiche e l’aumento della spesa pubblica mostrarono che l’equilibrio tra mercato e intervento statale non poteva essere mantenuto indefinitamente senza profonde riforme.

Già negli anni Ottanta, con le politiche di Ronald Reagan negli Stati Uniti e di Margaret Thatcher nel Regno Unito, iniziò una stagione di liberalizzazioni, privatizzazioni e riduzione del ruolo economico dello Stato, cosa che in Italia avviene negli anni di Mani pulite, a partire dal biennio 92/94, con la fine della prima Repubblica.

Tuttavia, il vero punto di svolta arrivò soltanto dopo il 1989. Con la dissoluzione dell’Unione Sovietica il capitalismo perse il proprio antagonista storico.

Da quel momento non fu più necessario dimostrare, almeno sul piano geopolitico, la superiorità sociale del modello occidentale rispetto a un sistema concorrente.

L’economia iniziò così a muoversi con una libertà crescente rispetto alla politica, le imprese organizzarono la produzione su scala mondiale. I capitali iniziarono a spostarsi in tempo reale da un continente all’altro. Le grandi multinazionali acquisirono una capacità di influenza economica e tecnologica superiore a quella di molti Stati nazionali.

Nel novembre del 1999 Bill Clinton con il Gramm-Leach-Bliley Act, abrogò le disposizioni chiave del Glass-Steagall Act del 1933, una legge varata in seguito alla crisi del ’29 che separava le banche commerciali da quelle d’investimento, sulla scia del crollo del mercato azionario del 1929 e della successiva Grande Depressione, il Congresso, allora era preoccupato che le operazioni bancarie commerciali e il sistema di pagamento incorressero in perdite da mercati azionari volatili.

Una motivazione importante per l’atto, era il desiderio di limitare l’uso del credito bancario per la speculazione e di indirizzare il credito bancario in quelli che Glass e altri pensavano per essere usi più produttivi, come l’industria, il commercio e l’agricoltura.

La finanza, ipotizzata storicamente per sostenere l’economia reale, assunse progressivamente una dimensione autonoma. La ricerca del rendimento finanziario divenne sempre più centrale rispetto agli investimenti produttivi di lungo periodo.

Il paradigma del 900 dove il profitto avviene all’interno di una cornice definita dalla politica finisce, e prende forma una concezione del profitto fine a sé stesso.

Per alcuni economisti lo scoppio della “bolla” immobiliare statunitense del 2007, dovuta all’innesco della crisi dei mutui subprime è la conseguenza dell’abolizione Glass-Steagall Act del 1933.

Gli Istituti di credito hanno erogato prestiti ad alto rischio a debitori insolventi, portando al crollo del mercato nel febbraio 2007, e a una devastante crisi finanziaria globale che nel 2008 arrivo anche in Europa.

Ogni trasformazione produce anche effetti collaterali. In molte società occidentali la delocalizzazione industriale determinò la perdita di interi comparti produttivi. La crescente competizione internazionale esercitò una pressione sui salari di numerosi settori.

L’aumento della produttività non sempre si è tradotta in un corrispondente miglioramento della distribuzione della ricchezza.

Il capitale viaggia liberamente, mentre il lavoro resta confinato nei territori.

L’unica eccezione è l’immigrazione, che spesso non è altro che una cinica manipolazione: i trafficanti vendono l’illusione del sogno occidentale a persone che, una volta arrivate, vengono regolarmente sfruttati dalla malavita o da un’imprenditoria pirata e usati per fare concorrenza al ribasso ai lavoratori autoctoni.

Si apre così una frattura che sta segnando tutta la politica occidentale del XXI secolo.

Da una parte si sviluppano i grandi centri della finanza, dell’innovazione tecnologica e dell’economia globale. Dall’altra in molte aree industriali tradizionali è iniziato un lento declino economico e demografico.

Ed è proprio all’interno di queste trasformazioni che è maturato il bisogno di una crescente domanda di protezione. Non soltanto protezione economica ma anche protezione identitaria, culturale e politica.

Molti cittadini iniziarono a percepire la globalizzazione come un processo governato da attori lontani – mercati finanziari, organismi internazionali, grandi multinazionali – rispetto ai quali i governi nazionali appaiano sempre meno capaci di incidere.

La crisi finanziaria del 2008 ha reso evidente questa frattura. Il fallimento di grandi istituzioni finanziarie mise in luce quanto il sistema economico mondiale fosse diventato interconnesso e vulnerabile.

Molti governi intervennero per evitare il collasso del sistema bancario, ma una parte consistente dell’opinione pubblica interpretò, giustamente, quelle scelte come la dimostrazione che la finanza globale veniva salvaguardata con maggiore rapidità rispetto alle difficoltà dell’economia reale e dei suoi effetti dirompenti nelle realtà sociali.

È in questo clima che riemergono parole che sembravano appartenere al passato: sovranità, protezione, confini, interesse nazionale. Non si tratta necessariamente del ritorno al mondo del Novecento. Si tratta piuttosto della ricerca di nuovi strumenti politici per governare un’economia ormai globale.

Donald Trump, la Brexit e la crescita di numerosi movimenti sovranisti europei possono essere letti anche come risposte, diverse tra loro, a questa percezione di perdita di controllo.

Ridurre questi fenomeni a semplici manifestazioni di populismo significa probabilmente sottovalutare le trasformazioni economiche e sociali che li hanno preceduti. La politica, come spesso accade, arriva dopo. Prima cambiano l’economia e la società. Poi cambiano i governi.

L’America First nasce proprio all’interno di questa inversione di prospettiva. Non propone l’abbandono del capitalismo. Propone un capitalismo maggiormente orientato agli interessi nazionali americani. È una differenza sostanziale.

Il mercato continua a essere considerato il motore della crescita. Ciò che cambia è il rapporto tra mercato e Stato.

La politica torna a rivendicare il diritto di orientare la globalizzazione in funzione degli interessi strategici della nazione. È questo il terreno sul quale si comprenderà il significato della presidenza Trump. Non una rivoluzione.

Ma il tentativo di adattare la leadership americana a un mondo nel quale il predominio economico degli Stati Uniti non può più essere dato per scontato.

Autore

  • Roberto Giuliano

    Roberto Giuliano, sociologo, scrittore e giornalista, già segretario generale della Fillea CGIL del Lazio, di matrice socialista e craxiano, ex membro del Corecom Lazio.

Nessun commento

LASCIA UN COMMENTO

Translate »

America First e la fine dell’ordine di Yalta – Parte 1

 https://www.nuovogiornalenazionale.com/america-first-e-la-fine-dellordine-di-yalta-parte-1/

America First e la fine dell’ordine di Yalta –

 Parte 1

Trump non ha cambiato gli Stati Uniti. Ha reso visibile una trasformazione iniziata con la fine della Guerra Fredda, quando il capitalismo ha perso il suo antagonista storico e le alleanze hanno smesso di essere fondate sulle ideologie per diventare sempre più strumenti degli interessi economici

Ogni epoca cerca il proprio simbolo.

Per molti osservatori Donald Trump rappresenta la rottura della politica americana: il presidente imprevedibile, il comunicatore provocatorio, il leader che ha trasformato la diplomazia in una successione di annunci e di rapporti di forza.

È una lettura suggestiva, ma rischia di essere superficiale.

Trump non è la causa del cambiamento. È il prodotto di una trasformazione iniziata molto prima del suo ingresso alla Casa Bianca.

L’ordine nato a Yalta

Per comprenderlo occorre tornare al 1989. Non perché in quell’anno sia caduto soltanto il Muro di Berlino, ma perché è venuto meno l’equilibrio sul quale era stato costruito l’intero ordine internazionale nato a Yalta.

Da allora non è cambiata soltanto la politica americana: è cambiato il modo stesso di intendere il capitalismo.

Ogni sistema internazionale nasce da un equilibrio di potenza. Quello che ha dominato la seconda metà del Novecento affonda le proprie radici nella Conferenza di Yalta del febbraio 1945, quando le principali potenze alleate iniziarono a delineare l’assetto politico del mondo dopo la sconfitta della Germania nazista.

Pur senza definire ogni aspetto del futuro ordine internazionale, Yalta rappresentò il punto di partenza di un sistema fondato sull’equilibrio tra due grandi potenze: gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica.

Da quel momento il mondo fu diviso in due blocchi contrapposti, ciascuno portatore di un diverso modello economico, politico e culturale.

La Guerra Fredda non fu soltanto una competizione militare. Fu soprattutto una competizione tra due idee di società.

Da una parte vi era il capitalismo democratico occidentale; dall’altra il socialismo reale guidato da Mosca. Entrambi pretendevano di rappresentare il futuro dell’umanità.

In questo contesto anche il capitalismo occidentale assunse caratteristiche particolari. Non era semplicemente un sistema economico basato sul mercato. Era anche uno strumento della competizione ideologica.

Per dimostrare la propria superiorità rispetto al modello sovietico, le democrazie occidentali non potevano limitarsi a produrre ricchezza.

Dovevano dimostrare di saper distribuire benessere, garantire diritti, assicurare mobilità sociale e offrire condizioni di vita migliori rispetto ai Paesi comunisti.

Lo sviluppo del welfare europeo, la diffusione della sanità pubblica, il rafforzamento dei diritti dei lavoratori, la crescita della classe media e l’intervento dello Stato nell’economia furono certamente il risultato delle lotte sociali, della cultura cristiano-democratica e socialdemocratica e delle peculiarità dei singoli Paesi.

Ma si inserirono anche in una competizione globale nella quale l’Occidente aveva interesse a dimostrare che libertà economica e giustizia sociale potevano convivere.

Anche gli Stati Uniti, pur mantenendo un modello più orientato al mercato rispetto all’Europa, investirono enormi risorse nella costruzione dell’ordine occidentale.

Il Piano Marshall, la nascita della NATO e il sostegno economico ai Paesi europei rispondevano certamente a esigenze strategiche, ma contribuivano anche a consolidare un sistema politico fondato sulla cooperazione tra alleati.

In quel contesto le alleanze non erano soltanto strumenti di sicurezza. Erano comunità politiche. Gli interessi nazionali esistevano, ma erano mediati da una comune appartenenza ideologica.

Questa impostazione influenzò profondamente anche la politica estera americana. L’obiettivo non era soltanto contenere l’espansione sovietica, ma preservare un ordine internazionale nel quale gli Stati Uniti esercitavano una leadership riconosciuta e largamente accettata dagli alleati.

Per oltre quarant’anni questo equilibrio garantì una relativa stabilità internazionale. Tuttavia, esso dipendeva da una condizione fondamentale: l’esistenza di un avversario sistemico.

Quando quell’avversario scomparve, anche l’ordine che aveva contribuito a costruire iniziò lentamente a trasformarsi. È proprio da questa trasformazione che prende avvio il mondo contemporaneo.

1989: l’anno in cui finisce il 900

La storia non cambia sempre con una guerra. Talvolta cambia con il crollo di un muro.

Il 9 novembre 1989, quando migliaia di berlinesi abbatterono il Muro che per quasi trent’anni aveva diviso la città, pochi immaginavano che non stesse semplicemente finendo la Guerra fredda. Stava terminando l’intero sistema internazionale costruito nel secondo dopoguerra.

Due anni dopo, con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, il bipolarismo lasciò il posto a un mondo apparentemente privo di rivali per l’Occidente.

Per la prima volta nella storia contemporanea una sola potenza sembrava in grado di esercitare una leadership globale sul piano economico, militare e tecnologico.

Gli Stati Uniti uscirono dalla Guerra Fredda come unica superpotenza mondiale e molti analisti ritennero che la democrazia liberale e l’economia di mercato fossero destinate a diventare il modello universale di organizzazione delle società.

Fu in questo clima che Francis Fukuyama pubblicò La fine della storia e l’ultimo uomo, sostenendo che il grande confronto tra ideologie fosse giunto al termine.

Non intendeva affermare che gli eventi storici sarebbero cessati, ma che la democrazia liberale rappresentasse l’approdo definitivo dell’evoluzione politica dell’umanità.

A distanza di oltre trent’anni, quella previsione appare soltanto parzialmente confermata.

È vero che il capitalismo si è diffuso su scala planetaria ma è altrettanto vero, però, che la democrazia non ha seguito lo stesso percorso.

Al contrario, gli ultimi decenni hanno dimostrato che il mercato può prosperare anche in sistemi autoritari, nei quali la competizione economica convive con un forte controllo politico.

La Cina costituisce il caso più evidente di questa trasformazione. L’apertura economica avviata da Deng Xiaoping non ha prodotto una democratizzazione del Paese secondo il modello occidentale; ha invece dato origine a una forma di capitalismo di Stato capace di competere con le economie liberali senza rinunciare al monopolio politico del Partito comunista.

Questa esperienza ha messo in discussione una delle convinzioni più diffuse negli anni Novanta: l’idea che lo sviluppo economico avrebbe inevitabilmente condotto alla liberalizzazione politica. Non è accaduto, il mercato si è globalizzato molto più rapidamente della democrazia.

La globalizzazione ha inoltre modificato profondamente il rapporto tra economia e politica. Durante la Guerra fredda il capitalismo occidentale era costretto a confrontarsi con un modello alternativo e, proprio per questo, doveva dimostrare di poter garantire non soltanto crescita economica, ma anche coesione sociale.

La presenza di un antagonista sistemico contribuiva, indirettamente, a contenere gli squilibri del capitalismo stesso. L’esistenza di un’alternativa obbligava le democrazie occidentali a mantenere un equilibrio tra mercato, diritti sociali e intervento pubblico.

Con la scomparsa dell’Unione Sovietica questo equilibrio iniziò progressivamente a modificarsi.

La liberalizzazione dei movimenti di capitale, l’integrazione dei mercati finanziari, le privatizzazioni, la delocalizzazione delle produzioni e la rivoluzione digitale favorirono la nascita di un capitalismo sempre più globale e sempre meno legato ai confini nazionali.

Le grandi imprese cominciarono a ragionare su scala mondiale. Anche la finanza acquisì una capacità di influenza senza precedenti, spesso superiore a quella degli Stati.

Naturalmente questo processo produsse enormi benefici. Centinaia di milioni di persone uscirono dalla povertà, soprattutto in Asia. L’innovazione tecnologica accelerò, gli scambi commerciali aumentarono e l’interdipendenza economica raggiunse livelli mai conosciuti.

Ma la globalizzazione ha generato anche nuove fragilità.
In molte economie occidentali, una parte consistente della produzione industriale fu trasferita verso Paesi con costi del lavoro più bassi, interi settori manifatturieri entrarono in crisi, mentre la ricchezza tendeva a concentrarsi nei comparti finanziari e tecnologici.

Si è accentuata così, una frattura tra i benefici della globalizzazione e le sue conseguenze sociali.

È proprio da questo contesto che emergono molti dei fenomeni politici che stanno caratterizzando il XXI secolo: la crescita dei movimenti populisti, il ritorno del nazionalismo economico, la richiesta di protezione delle produzioni nazionali e una crescente diffidenza verso le istituzioni sovranazionali.

Donald Trump non nasce politicamente nel 2016, ma idealmente, nel momento in cui una parte della società americana iniziò a percepire che la globalizzazione produce vincitori e vinti e che il costo della leadership mondiale degli Stati Uniti non è più distribuito in modo equo all’interno della stessa società americana.

Da questo punto di vista, Trump non è il punto di partenza del cambiamento, è il punto nel quale le trasformazioni economiche, sociali e geopolitiche maturate nell’arco di tre decenni trovano in Lui una traduzione politica esplicita.

 


 

 

martedì 25 agosto 2026

Oltre il manicheismo: la via socialista alla democrazia

 

Oltre il manicheismo: la via socialista alla democrazia

 

Il termine socialismo si presta a molteplici interpretazioni, un po' come la parola amore. L’assonanza non è casuale: quanti confondono l’amore con l'innamoramento, o quanti credono di amare praticando manipolazioni psicologiche o violenze? Lo stesso vale per il socialismo, un alveo in cui troviamo massimalisti, rivoluzionari, riformisti, umanisti, fautori del socialismo liberale, libertario, nazionale, tricolore o terzamondista, fino al socialismo reale e al comunismo - che ne rappresenta la declinazione più dogmatica e violenta. La violenza, del resto, attraversa diverse visioni socialista, legittimata dall’odio di classe marxista-leninista e dalle derive trotskiste e maoiste.

 

L’accostamento tra socialismo e amore affonda le radici nella matrice comune con il cristianesimo. È da qui che nascono le correnti riformiste, umanitarie, liberali e libertarie: un socialismo che pone al centro la persona e i suoi diritti inviolabili (così come nel cristianesimo Dio si fa uomo) e che per sua natura ripudia ogni violenza. Non è un caso che lo Stato sociale sia nato in Europa sostenuto sia dalle socialdemocrazie occidentali sia dalle forze di ispirazione cristiana. La democrazia non è soltanto il diritto di un popolo di scegliere i propri rappresentanti, ma è legata a doppio filo ai diritti inviolabili della persona modellati dall’Illuminismo.

 

Oggi, in un’epoca di regressione culturale dominata dal manicheismo e da ideologie messianiche, il termine "socialista" viene spesso appiattito e ridotto a sinonimo di autoritarismo, da contrapporre al fascismo (che del socialismo è comunque una variante autoritaria, proprio come il comunismo). Saper "distinguere l'erba buona dalla gramigna" è da sempre la condizione del progresso umano. Questa metafora evangelica rappresenta un fondamentale anticorpo al manicheismo imperante. Ridurre il socialismo ad autoritarismo fa comodo a una certa destra che — per ignoranza o calcolo — favorisce la deriva autoritaria della cosiddetta sinistra, alimentando un comodo gioco delle parti.

 

Senza questa fondamentale distinzione si rischia di demolire la democrazia e i suoi presidi fondamentali: sanità, istruzione, pensioni, garantismo, equilibrio tra i poteri dello Stato, pari opportunità e un salario adeguato al costo della vita. Una classe politica che litiga continuamente su fascismo e comunismo divide il popolo sul nulla e dimostra la propria inconsistenza. Ma la responsabilità primaria ricade su quella parte politica che si definisce "di sinistra" (un termine ormai vacuo): privo di contenuti su questi temi, si rifugia nel massacro ideologico perché incapace di selezionare i propri valori fondanti e, su di essi, cercare il dialogo democratico con chi la pensa diversamente.

 

Questa incapacità si riflette in modo grave anche nella gestione del fenomeno migratorio e del rapporto con le comunità islamiche. Pur di inseguire il consenso elettorale, parte della sinistra cede alle visioni integraliste e svende i valori occidentali, favorendo politiche divisive che emarginano anziché integrare. L’accoglienza non viene vissuta con il senso di responsabilità proprio degli uomini di Stato, ma come un dogma ideologico o religioso sganciato dal principio di realtà. Non a caso, il quotidiano l'Avvenire ha sintetizzato un ricco discorso del Papa con il titolo "Persone prima dei confini": una posizione legittima sul piano valoriale e universalistico, ma irrealizzabile per chi ha il compito di governare un Paese. L'applicazione letterale di questo principio porterebbe all'abolizione degli Stati: un'ipotesi affascinante, ma smentita dalla storia, dato che persino il Vaticano, all'epoca del potere temporale, ha sempre difeso i propri confini.

 

Per coloro che vivono il socialismo come valore si pone dunque un dilemma identitario: contrastare con decisione queste derive autoritarie della cosiddetta sinistra rivendicando la propria autonomia, oppure rassegnarsi a essere ininfluenti e a fare da comparsa per qualche poltrona di potere personale?

 

Un altro equivoco, figlio di questa cultura regressiva, è il dogma secondo cui "i socialisti stanno a sinistra". Se nel Novecento questo paradigma aveva un senso legato alle chiare fratture sociali dell'epoca, i socialisti autonomisti ebbero comunque il coraggio di rompere con le correnti autoritarie e comuniste per allearsi con le forze democratiche. Già allora i comunisti lanciarono i loro anatemi accusando i socialisti di essere "di destra" (si pensi a Matteotti definito "socialfascista", o alle accuse a Craxi di aver cambiato il DNA del PSI). Oggi si usa l'anatema del "fascismo" per mascherare l'incapacità di fare politica: si grida al fascismo per necessità esistenziale, proiettando un nemico immaginario e dimenticando che in democrazia esistono solo avversari con cui interloquire per il bene comune. Da qui nasce anche l'odio per il sistema proporzionale, che li obbligherebbe al confronto democratico alla luce del sole.

È evidente che i valori del socialismo democratico, liberale e riformista non hanno nulla a che dividere con questa pseudo-sinistra. Il nodo centrale per i socialisti di oggi è ritrovare la propria identità, combattere le derive autoritarie e rivendicare una chiara autonomia, sia che ciò comporti alleanze di governo con il centrodestra, sia che richieda il coraggio di correre da soli con le proprie idee.

 

La storia ci offre un insegnamento chiaro. Leader come Turati, Saragat, Nenni e Craxi ebbero il coraggio di rompere con i comunisti e con gli autoritari di sinistra per fare l'interesse del Paese. Oggi serve lo stesso coraggio.

P.S. Per chi soffre di amnesia storica:

  • Pertini e Lombardi andarono in minoranza quando Nenni scelse il Fronte Popolare con il PCI nel 1948.
  • All'avvio del primo centro-sinistra 1963, Nenni ruppe con il PCI, riconobbe la NATO e l'Europa; i comunisti, con i finanziamenti dell'URSS, favorirono la scissione del PSIUP (i cui esponenti confluirono poi prevalentemente nel PCI).
  • Bettino Craxi divenne segretario dopo la sconfitta elettorale del 1976 — in cui De Martino invitava a votare PSI per portare i comunisti al governo — proponendo una linea autonomista e non subalterna al PCI, motivo per cui fu costantemente osteggiato e criminalizzato.

Roberto Giuliano

 


 

America First e la fine dell’ordine di Yalta – Parte 2

  Home     Opinioni     America First e la fine dell’ordine di Yalta – Parte 2 Opinioni America First e la fine dell’ordine di Yalta – Parte...