mercoledì 14 ottobre 2026

Se l’attuale sinistra confonde la protesta democratica con la violenza

 

Se l’attuale sinistra confonde la protesta democratica con la violenza

Appartengo alla generazione che ha vissuto il 1977, gli anni della P38, gli anni di piombo, il sequestro e l'uccisione di Moro, i delitti Tobagi, Alessandrini, Rossa, Tarantelli etc. In quei cortei, tra i vari slogan, si gridava: “Se vedi un punto nero spara, o è un fascista o è un celerino”, oppure “Se spari a un fascista non è reato”, e ancora “Ci piace di più Almirante a testa in giù” (dove al posto di Almirante poteva esserci di volta in volta il politico di turno inviso al movimento).

Queste erano le parole d’ordine dell’estremismo extraparlamentare; ma anche la stampa piccolo-borghese come la Repubblica, in modo più raffinato e ammiccando agli estremisti, rappresentava Craxi vestito da Duce, evocando in maniera subdola sui socialisti e sul loro leader l’anatema di "socialfascisti", proprio come avveniva nel 1928. Una certa sinistra ha sempre utilizzato il fascismo come un Moloch, sia per etichettare e criminalizzare chiunque la pensasse diversamente, sia per un proprio bisogno identitario, arrivando a manipolare la storia del fascismo così come ha fatto con gli scritti di Gramsci.

Sentire oggi gli stessi slogan, come se questi decenni non fossero passati, è allucinante. Il vecchio PCI, nonostante la breve e drammatica parentesi dei “compagni che sbagliano”, seppe ripudiare la violenza, soprattutto dopo l’assassinio dell'operaio Guido Rossa. Il PD di oggi e la cosiddetta sinistra attuale, invece, non solo non prendono le distanze da quel linguaggio, ma sembrano averlo fatto proprio con forme diverse.

Sentire un rettore come Tommaso Montanari affermare che quella gioventù rappresenta “l’Italia migliore” è di una gravità estrema per la sua carica di ambiguità: è la posizione di chi non distingue tra chi esercita la violenza e chi protesta pacificamente, unita all'ambiguità di non chiarire mai se l'oggetto della protesta ha una sua fondatezza. O forse l’illustrissimo rettore ritiene che l’importante sia protestare a prescindere, e che la protesta sia un bene in sé, purché coincida con le sue vedute? Un "democratico a tutto tondo", verrebbe da dire; chissà chi avrà mai esaminato le sue competenze.

In questo ultimo scorcio d'anno stiamo assistendo a forme di violenza praticate con uno stato d'animo quasi rassegnato, come se la violenza fosse un dato naturale del comportamento umano. Nonostante l’allarme del fascismo, le manifestazioni che hanno avuto derive violente e scontri con la polizia sono state organizzate da soggetti e movimenti che si dichiarano di sinistra. La violenza si muove lungo due direttrici. La prima è la violenza legata a fenomeni sociali privi di qualsiasi legittimità culturale (dai futili motivi delle baby gang, ai femminicidi agli stupri), che rivelano l'aspetto più barbaro e spregevole della natura umana, al quale ci stiamo pericolosamente abituando. La seconda è la violenza politica, sdoganata dall'assurdo presupposto che, se l'altro viene etichettato come "non democratico", allora sia lecito usargli violenza. Come si può considerare democratico dire che è lecito “uccidere un fascista, un comunista o un poliziotto”, la violenza fai da te è sempre antidemocratica non solo legalmente ma anche culturalmente.

Storicamente la violenza è sempre esistita perché connaturata alle possibili scelte comportamentali dell'essere umano: di fronte a un'ingiustizia o a un torto presunto, scatta nella nostra mente l'impulso a farla pagare all'altro. Tuttavia, la violenza — che come un virus veniva tenuta a bada dagli anticorpi culturali della democrazia e dal nostro processo di civilizzazione — oggi torna a infettare ampie fasce della società, calpestando quell'insieme di valori umani e civili che la nostra storia, sia cristiana che laica, ha faticosamente costruito. Oggi si tollera, ad esempio, che se qualcuno organizza un’iniziativa su un determinato tema, chi non la pensa allo stesso modo si senta in diritto di interromperla, contrastarla o impedirla. Questo comportamento non è democratico: è autoritario e violento (a prescindere che chi lo compia venga definito fascista o comunista). In democrazia i confronti si organizzano e chi vi partecipa può valutare liberamente sia gli argomenti sia le condotte. In democrazia non si va a "casa" di qualcuno per impedirgli di parlare; se ci si va, lo si fa per ascoltare, per capire e, se si avverte la necessità di fare una domanda (che non deve trasformarsi in un comizio), la si pone per comprendere, non per provocare. Solo chi ha seri problemi di equilibrio mentale può credere che provocare a casa altrui equivalga a essere democratico. Come ricordava Karl Popper: “La tolleranza, al pari della libertà, non può essere illimitata, altrimenti si autodistrugge”, e ancora: “Dovremmo proclamare, in nome della tolleranza, il diritto di non tollerare gli intolleranti”. La verità è che in un regime dittatoriale affermare le proprie idee significa provocare l'autoritarismo a rischio della vita; farlo in democrazia pensando di stare in una dittatura è solo funzionale alle proprie fragilità mentali perché da senso alle proprie frustrazioni esistenziali  che si scaricano con la violenza.

In conclusione, mi permetto di dare un consiglio non richiesto a quanti si definiscono di sinistra e ai molti manifestanti pro-Pal (che spesso confondono il popolo palestinese con Hamas), diventati gli utili epigoni di coloro che saranno i futuri carnefici dei diritti occidentali — diritti di cui essi stessi fruiscono senza rendersi conto che stanno contribuendo a smantellarli. Quando, per ignoranza (che non dipende dai titoli di studio), si confonde un Paese democratico, con tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni, con uno stato autoritario, credo sia davvero necessario un percorso terapeutico, e da uno bravo, perché le manipolazioni operate da chi controlla e finanzia l'informazione hanno prodotto in voi comportamenti asociali e forme di dissociazione cognitiva della realtà, persino senza l'aiuto dell'intelligenza artificiale.

Roberto Giuliano

 Immagine prodotta con IA

domenica 4 ottobre 2026

7 ottobre e la realtà inventata: perché l'Occidente cade nella trappola delle élite islamiste

 

7 ottobre e la realtà inventata: perché l'Occidente cade nella trappola delle élite islamiste

In occasione della ricorrenza del 7 ottobre vorrei fare un ragionamento paradossale per metter in luce la manipolazione che si è costruita nei confronti di Israele in questi ultimi anni.

Ammettiamo che il premier Netanyahu sapeva che cosa stava preparando Hamas e fa finta di non sapere nulla per avere una scusa per attaccare Hamas a Gaza, e allora? Questo copre o giustifica le atrocità commesse da Hamas? Non credo, ma anche se ciò fosse provato Netanyahu ne risponderà al popolo Israeliano, ma Hamas ha svelato al mondo intero, se c’erano dubbi, il volto orribile di cosa sia.

Altro aspetto, ammettiamo che il governo di Netanyahu abbia finanziato o fatto finta di non vedere i finanziamenti che arrivavano ad Hamas per comprare armi per colpire Israele, cosa possibile, nel senso che ha pianificato una strategia per attaccare Hamas. Anche in questo caso Netanyahu ne risponderà agli elettori israeliani se fosse confermato, ma non cambia la volontà terroristica di Hamas di eliminare Israele cosi come è scritto nello statuto fondativo di questo movimento terroristico e fondamentalista. Che il popolo Palestinese abbia diritto ad avere uno stato non c’è dubbio, ma certamente non può essere uno Stato che ha nel suo statuto l’eliminazione dello stato di Israele come Hamas.

Noi occidentali, anche senza rolex, abbiamo assorbito la leggenda che i paesi mediorientali sono poveri (ovviamente per colpa dell’occidente cattivo) e in particolare i palestinesi sono i reietti della terra.  Che storicamente l’occidente abbia delle responsabilità non c’è dubbio come altri popoli non occidentali hanno le loro responsabilità, se penso allo schiavismo contro gli africani proprio dagli Arabi, ma come sempre in occidente in oriente e in africa i responsabili sono state le élite e non i popoli. Con l’unica differenza che in occidente a caro prezzo i popoli hanno combattuto le élite politiche e religiose: le libertà che abbiamo non sono sempre esistite sono il frutto storico del sacrificio di tanti esseri umani.

Questa narrativa,  ha certamente un fondamento sull’arretratezza dei Paesi medio orientali per le condizioni che vediamo nei TG, ma dimentichiamo o viene offuscata volutamente che le élite di questi popoli vivono nel lusso più sfrenato, comprano aziende e immobili di pregio in giro per il mondo (e non voglio parlare del Qatargate). Le loro élite gestiscono hacker, l’intelligence, controllano media, hanno a loro servizio fior di informatici, e professionisti di varia natura pagati profumatamente e sono in grado di condizionare i media occidentali e non solo.

Ma la  narrativa dominante è che gli occidentali sono colpevoli per le condizioni in cui vivono questi popoli e se qualcuno fa notare che le loro élite sfruttano i loro popoli, ma per coloro che credono in questa  narrativa,  è sempre colpa dell’occidente che li corrompe; aldilà che questa lettura è razzista, perché ipotizza che questi popoli sono inferiori a noi perché non sono capaci di ribellarsi alle dittature delle loro élite, ma la cosa più grave che cosi scusano il comportamento e la cultura dei dittatori. Nel nostro immaginario collettivo non ci sono le ricchezze degli emirati, ma solo la miseria dei popoli che loro governano, le loro ricchezze e i finanziamenti non vanno a migliorare le condizioni di vita dei loro popoli ma a comprare armi, costruire tunnel non per proteggere il popolo, ma le milizie, e tutto ciò a noi sembra normale.

Paul Watzlawick, psicologo e filosofo esponente della Scuola di Palo Alto, afferma: che la realtà non viene semplicemente scoperta, ma inventata e costruita attivamente attraverso la comunicazione e le informazioni che riceviamo ed elaboriamo, la comunicazione non serve solo a trasmettere informazioni, ma a creare la forma del mondo in cui viviamo. La forza della manipolazione da parte delle élite Arabe ed islamiste sta nella loro forza economica che compra, finanzia e corrompe, il che fa sì che in occidente si parla solo della drammatica guerra in Palestina e non si sa nulla delle altre guerre, dei massacri nei confronti dei civili praticate sia dagli islamisti (che sono cosa diversa di chi è di religione islamica) che dei vari dittatori o teocrazie.

Di norma, le vittime di un conflitto si contano a guerra conclusa: è stato così per la Seconda guerra mondiale, per il Vietnam e per lo scontro tra Iraq e Iran. Oggi, al contrario, assistiamo a un bollettino quotidiano dei morti — molto simile a quello del COVID-19 — accompagnato da immagini, reali o manipolate, capaci di impattare fortemente sull’emotività di chi guarda. Culturalmente non siamo pronti ad accettare che anche nei Paesi islamici vi siano competenze raffinate nella gestione della comunicazione e dei media. Un parallelo significativo è la costante sottovalutazione dell'India in ambito informatico e cinematografico: un'immagine deformata dallo stereotipo del Paese povero e popolato solo da mendicanti, veicolato da anni di rappresentazioni superficiali.

Questo non significa negare la presenza di vittime civili a Gaza — una tragedia purtroppo inevitabile in qualsiasi guerra, a maggior ragione quando la popolazione viene usata come scudo umano. Da un lato vi è la consapevolezza che l’Occidente cristiano è profondamente sensibile alle perdite umane; dall'altro, la morte dei civili diventa per Hamas un mezzo per giustificare il fine ultimo, ovvero la distruzione di Israele. Ciò è reso possibile da una perversione culturale inculcata negli anni ai palestinesi attraverso un odio sistematico verso gli ebrei, sfociato nell'islamismo radicale che arriva a considerare "normale" l'educazione dei bambini al martirio.

Anche l’uso del termine genocidio risulta improprio, poiché definisce la volontà deliberata di sterminare un popolo. La differenza è sostanziale: Hitler cercava ed eliminava i civili ebrei in Germania, Polonia e Italia persino laddove i combattimenti erano già terminati, mentre a Gaza le vittime civili sono tragicamente colpite all'interno di operazioni di bombardamento bellico. Per cogliere questa distinzione occorre il coraggio di riconoscere la propria vulnerabilità alla manipolazione; un’ammissione difficile non solo per orgoglio personale, ma perché l'adesione a certe narrazioni ha finito per strutturare un vero e proprio senso di appartenenza esistenziale.

Chi cade in questi automatismi ragiona ormai con la logica dei terrapiattisti o con la superficialità del "piove, governo ladro", fino a riproporre il pregiudizio che attribuisce agli ebrei la responsabilità di ogni male del mondo. Di fronte a questa forma mentis, impermeabile al dubbio, al pensiero critico e alla tradizione umanistica, c'è ben poco da fare: si tratta degli epigoni e degli utili idioti dell’autoritarismo moderno e digitale.

Stiamo attraversando una fase storica peculiare, in cui ogni potenza cerca un posizionamento strategico al tavolo per definire i nuovi equilibri globali dopo la fine del sistema di Yalta. Ciascun attore tenta di influenzare le opinioni pubbliche facendo ricorso anche alle strategie della guerra ibrida e condizionando la percezione della realtà. In tutto questo, l’Europa sembra non aver ancora compreso che senza la costruzione degli Stati Uniti d’Europa non ci sarà spazio né futuro nel nuovo assetto globalizzato.

Se, come affermava Carl von Clausewitz, «la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi», il nostro impegno deve orientarsi verso una pace che non potrà — e non dovrà — essere strettamente eurocentrica. Al contempo, non dobbiamo dimenticare l'insegnamento del Presidente Sandro Pertini: «È meglio la peggiore delle democrazie della migliore di tutte le dittature». Si tratta di un valore irrinunciabile per la storia dell’Occidente, a dispetto delle sue intrinseche fragilità, oggi amplificate dalle nuove tecnologie: se nelle dittature il consenso si fonda sulla paura in modo esplicito, nelle democrazie la vera sfida del presente è rappresentata dal rischio di un consenso manipolato che usa anche la paura.

Roberto Giuliano

 


 

 

domenica 27 settembre 2026

Gramsci, Wanna Marchi e la politica delle tifoserie.

 

Gramsci, Wanna Marchi e la politica delle tifoserie. 

Non sempre siamo consapevoli di vivere in un mondo profondamente interconnesso. Eppure, la percezione che abbiamo della realtà dipende in buona misura proprio da questa consapevolezza. Essere consapevoli non significa estraniarsi dal mondo in cui viviamo, ma comprendere che tutto ciò di cui veniamo informati non corrisponde necessariamente alla realtà: può essere, anche inconsapevolmente, il risultato di una manipolazione. Le nostre scelte informative, per quanto legittime, non sono mai completamente neutrali. Sono scelte e, proprio per questo, dovremmo affrontarle mantenendo sempre, per principio, un atteggiamento di diffidenza e di attenzione critica. I social network, in sé, sono semplicemente uno strumento: non sono né buoni né cattivi. Il problema nasce quando non sviluppiamo la capacità di porci, di fronte a ciò che ci viene proposto, una domanda fondamentale: a quale scopo viene diffuso questo messaggio? Senza questa forma di diffidenza preventiva rischiamo di finire dentro vere e proprie bolle informative, nelle quali la realtà viene progressivamente deformata e sostituita da una rappresentazione costruita.

Per cultura siamo portati a pensare che le persone siano fondamentalmente buone, e molto probabilmente la maggioranza lo è. Tuttavia, ciò che ci viene raccontato con maggiore frequenza sono soprattutto le cattive notizie. La loro conoscenza svolge certamente una funzione importante: ci rende più attenti e ci permette di riconoscere i rischi. Ma può produrre anche un effetto distorsivo, portandoci a percepire il pericolo come qualcosa di generalizzato. Pensiamo, per esempio, al tema della sicurezza. Se siamo continuamente esposti a notizie relative a crimini, violenze e situazioni di pericolo, possiamo arrivare a percepire la società nel suo complesso come molto più insicura di quanto non sia realmente. È proprio questo meccanismo che oggi viene utilizzato anche in politica per deformare la percezione della realtà. E si rischia, stupidamente, di trasformare la società in due tifoserie contrapposte, come due squadre da stadio che litigano ciascuna in nome della propria verità. In questo modo si alimenta uno scontro sociale costruito spesso sul nulla, elevato a pregiudizio a difesa della propria visione e dunque identità.

Se tutto ciò avviene in buona fede, il risultato è comunque pericoloso. Se invece è consapevolmente costruito, può diventare una vera e propria operazione di distrazione di massa. Ben diversa è la natura del conflitto sociale. Il confronto democratico presuppone che esistano proposte diverse, anche profondamente contrapposte, rispetto a un problema che entrambe le parti riconoscono e che entrambe sanno di dover affrontare. Il conflitto, in questo caso, diventa uno strumento di confronto e non una guerra permanente nella quale vale il principio del “mors tua, vita mea”, tipico delle dittature, dei cinici, degli opportunisti e dei narcisisti.

La logica dello scontro sociale, anche quando viene sostenuta da una sola parte, finisce però per diventare funzionale anche all'altra. Chi viene attaccato è infatti costretto a reagire e a contrastare quella narrativa, contribuendo, paradossalmente, ad alimentarla. È il classico effetto boomerang.  È in questo contesto che si colloca, a mio avviso, il comportamento di quella che definirei una pseudo-sinistra: invece di contrastare un governo legittimamente eletto attraverso strategie di politica economica e sociale, e quindi creare le condizioni per un confronto capace di stimolare e condizionare l'azione del governo, sembra spesso ridursi alla propaganda, agli slogan e alla demagogia. Gli esempi, secondo questa lettura, sono numerosi:

  • Difendono la sanità pubblica, dopo aver contribuito negli anni alla sua privatizzazione.
  • Invocano il salario minimo, dopo aver favorito la precarizzazione del lavoro e l'erosione della contrattazione e dei salari.
  • Propongono il contrasto all'inflazione, dopo aver sostenuto la privatizzazione di aziende pubbliche strategiche che avrebbero potuto svolgere una funzione di contenimento rispetto alle speculazioni del mercato.
  • Denunciano la mala giustizia, ma allo stesso tempo hanno difeso la cosiddetta casta opponendosi alla riforma del sistema giudiziario.
  • Parlano di accoglienza, ma spesso lasciano poi le persone accolte a sé stesse, nell’abbandono sociale, arrivando persino a utilizzarle strumentalmente nel confronto politico contro il governo.
  • Parlano di inclusione, ma finiscono per difendere anche comportamenti illegali compiuti da immigrati, mettendo in difficoltà proprio gli immigrati che hanno scelto la strada e vivono nell'integrazione.
  • Parlano di democrazia, ma rischiano di trasformarla in un valore di cui si considerano gli esclusivi custodi, stabilendo chi sia democratico e chi non lo sia.
  • Gridano al fascismo alle porte, senza accorgersi che finiscono per adottare atteggiamenti autoritari (fascisti) nei confronti di chi non condivide le loro posizioni, omettendo a loro stessi il proprio DNA comunista mai completamente rinnegato, anzi dai loro giovani rilanciato.

Naturalmente, fascismo e comunismo appartengono a due esperienze storiche ormai concluse. Ciò che sopravvive, non sono le ideologie nella loro forma originaria, bensì mentalità autoritarie, che è comodo denominarle fasciste, per far vivere ciò che è morto, ma in realtà si tratta di comportamenti umani, perché l’autoritarismo appartiene alla natura stessa dell'essere umano, e la storia ne è una prova purtroppo. Se fossi uno psichiatra, potrei dire provocatoriamente che questa pseudo-sinistra presenta tutti i sintomi dell'isteria e della schizofrenia, accompagnati da evidenti comportamenti bipolari, viste le continue amnesie rispetto al proprio operato negli ultimi trent'anni di questa Seconda Repubblica.

Ma, al di là della provocazione, il problema politico è un altro. La politica, intesa come strategia e come visione della società, era una delle caratteristiche di una classe dirigente che, pur con tutti i suoi limiti, era presente in molti esponenti comunisti della Prima Repubblica. Oggi, invece, questa pseudo-sinistra sembra essersi progressivamente trasformata in una macchina di propaganda e marketing. Se ieri il modello culturale di riferimento, nonostante le numerose manipolazioni operate sui suoi scritti, dalla tradizione comunista e togliattiana, poteva essere Gramsci, oggi sembra essere diventata Wanna Marchi. E allora una domanda diventa inevitabile: come è stato possibile arrivare fino a questo punto? Tutte le rivoluzioni, specialmente quelle cruente, producono cambiamenti ma al tempo stesso buttano via il bambino con l'acqua sporca. Se da un lato predicano il bene comune e una maggiore giustizia, dall'altro la violenza delle loro modalità fa emergere il peggio della natura umana — nonostante la buona fede di tanta gente comune. Un esempio chiaro è stata la falsa rivoluzione mediatica-giudiziaria, il cui vero obiettivo era eliminare una classe politica che si opponeva alla svendita e alla privatizzazione delle imprese pubbliche. Per riuscirci, si è convinta l'opinione pubblica che chiunque potesse fare politica meglio di una classe dirigente bollata come corrotta. Ma avere un'opinione politica è ben diverso dall'essere classe dirigente, e i risultati oggi sono sotto i nostri occhi. Una vera classe politica possiede una visione della società e delle relazioni internazionali; oggi, invece, la politica si è ridotta a puro marketing e propaganda. Si stimola l'invidia sociale e si negano i valori democratici trasformando gli avversari in nemici. Le coalizioni diventano ammucchiate caotiche nate per vincere e non per governare, mentre l'elettorato viene polarizzato solo per coprire l'assenza di progetti, offrendogli un bersaglio da odiare. Persino le scelte di buon senso del governo vengono manipolate e date in pasto a chi necessita di un "antifascismo paradossalmente fascista" per trovare un'identità. Si rinuncia così a un'opposizione di merito, capace di incalzare il governo ed edificare un'alternativa credibile. La cultura e le idee vengono messe da parte in favore di un'interpretazione autoritaria dell'egemonia culturale di stampo gramsciano, riadattata alle dinamiche del marketing aggressivo tipiche della società digitale.

Roberto Giuliano

 


 

 

Se l’attuale sinistra confonde la protesta democratica con la violenza

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