giovedì 12 febbraio 2026

La Follia Manichea anche sul Referendum

 

La Follia Manichea anche sul Referendum

La nostra visione positivistica ci porta a credere che il progresso sia sempre e comunque un bene. In realtà non è così. Il progresso non è intrinsecamente positivo o negativo: dipende dall’uso che ne facciamo. L’evoluzione tecnologica, ad esempio, rappresenta senza dubbio una conquista straordinaria, ma anche in questo caso tutto dipende da come viene orientata e applicata. La scoperta dell’energia nucleare ne è un esempio emblematico: ha prodotto distruzione, ma anche benessere, se pensiamo al suo impiego in ambito sanitario ed energetico.

La vita umana, in generale, e quella occidentale in particolare, necessita di cultura, intesa come conoscenza. Il progresso scientifico è certamente una dimensione della cultura, ma il suo utilizzo dipende dalla cultura umanistica, cioè dal prodotto dell’elaborazione umana, dalla capacità di interpretare e orientare ciò che la scienza rende possibile.

L’essere umano è profondamente condizionato dall’imprinting familiare, dal contesto sociale e istituzionale in cui nasce e cresce, nonché dai gruppi relazionali che frequenta. Per questo motivo l’uomo evolve, ma può anche involvere. Le nuove tecnologie, ad esempio, non solo accompagnano l’evoluzione umana, ma anche l’involuzione, contribuendo a modificare profondamente i comportamenti, le modalità di relazione e persino la struttura del pensiero.

Senza voler sostenere nostalgicamente che “si stava meglio quando si stava peggio”, è difficile non osservare, dal punto di vista culturale e politico, una certa involuzione. Basti ricordare – e invito i più giovani a verificarlo – il livello del dibattito culturale nella Prima Repubblica, sulle pagine di riviste come Rinascita, Mondoperaio, La Discussione, Il Borghese e molte altre. Erano luoghi di confronto che si proponevano l’obiettivo, ambizioso e visionario, di interpretare l’Italia, il mondo e la geopolitica. Oggi quella ricchezza di analisi appare impoverita. Sono inoltre scomparsi molti luoghi di confronto giovanile, come le sezioni di partito; restano le parrocchie e un associazionismo spesso settoriale e tematico.

Questo arretramento culturale non nasce oggi: affonda le sue radici nel passato e si è affermato lentamente, come un virus ritenuto inizialmente ininfluente e quindi mai realmente contrastato. La cultura protestataria e ribellista di alcuni movimenti extraparlamentari, insieme a episodi come il cosiddetto “teorema Calogero”, che ipotizzava la rilevanza penale della condivisione di idee estremiste, possono essere letti come primi segnali di una deriva verso il pensiero unico. L’incontro tra ribellismo ideologico e uniformità del pensiero ha generato una miscela tossica, amplificata dai media.

Dal pensiero complesso, tipico della maturità e capace di indagare la realtà nella sua dimensione poliedrica – dal comportamento umano alle istituzioni democratiche, fino alla politica internazionale – stiamo scivolando verso un pensiero polarizzato e manicheo. Una forma di pensiero infantile che riduce tutto al bianco e nero, incapace – o forse non interessata – a cogliere le sfumature dell’arcobaleno.

L’involuzione culturale non è casuale. Così come l’acquisizione di una competenza richiede impegno e fatica, anche il declino culturale può essere funzionale a una più facile manipolazione del consenso. I segnali di questo degrado sono molteplici: non solo nei fatti di cronaca che raccontano il disagio giovanile e sociale, ma anche nel decadimento delle funzioni istituzionali, che alimenta nel cittadino un senso di impotenza e rassegnazione.

La politica ha certamente una responsabilità. Prigioniera essa stessa della dicotomia manichea, ha trasformato il dialogo tra diversi – fondamento della democrazia – in tifoseria. L’avversario politico diventa un nemico; lo si criminalizza per rafforzare la propria fazione e rispondere al bisogno di individuare un colpevole. Si moltiplicano così operazioni di distrazione di massa, che polarizzano il dibattito su temi semplificati e impediscono di affrontare la complessità dei problemi.

Anche il confronto referendario viene spesso sottratto al merito delle questioni per essere ridotto a scontro identitario. Si ricorre a slogan: “Se voti sì favorisci il governo”, “chi vota sì è fascista”, “vogliono controllare la magistratura perché sono corrotti”. Si tratta di formule che alimentano un richiamo primitivo all’appartenenza: “noi siamo il bene”, “chi non è con noi è contro di noi”. Non si riconosce all’avversario il diritto di avere un’idea diversa; anzi, se perdono, si legittima la ribellione alla volontà della maggioranza.

Questo cortocircuito tossico è il prodotto di un intreccio tra social media, sistema mediatico e politica, aggravato da meccanismi elettorali che favoriscono la polarizzazione. Il precetto democratico del dialogo e del confronto presuppone partiti organizzati in comunità valoriali e identitarie capaci di mediazione; ma se prevale la logica della contrapposizione assoluta, la democrazia si indebolisce.

 

L’arretramento culturale nasce anche dall’intreccio tra due fattori: da un lato, un elettorato che non si riconosce nella logica del manicheismo e della tifoseria politica e che, per questo, sceglie di non votare; dall’altro, un sistema elettorale che finisce per amplificare il peso delle minoranze più estreme. L’astensione della maggioranza degli italiani produce così una rappresentanza sproporzionata delle componenti più radicali, rafforzando un estremismo identitario che risulta facile da comunicare e da comprendere, perché parla alla pancia e intercetta il qualunquismo diffuso, risultando più facilmente comprensibile rispetto alla complessità.

Così anche uno strumento democratico come il referendum, che ha inevitabilmente una dimensione politica, si trasforma in un fattore divisivo non tanto per le scelte in sé, quanto per il modo in cui vengono presentate: si evita il confronto nel merito e si sostituisce con anatemi e scomuniche verso chi voterà SI.

Roberto Giuliano 

 


 

 

giovedì 4 dicembre 2025

Dopo Yalta, l’Europa senza bussola e le due Zitelle Europee

 

Dopo Yalta, l’Europa senza bussola e le due Zitelle Europee

Per secoli il Vecchio Continente è stato un teatro di guerre cicliche: ogni dieci anni, un nuovo conflitto riaccendeva le rivalità tra imperi francesi, britannici, spagnoli e austro-ungarici. Non fu la maturità dell’umanità a mettere fine a questa spirale, ma l’atomica nelle mani delle potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale. L’arma assoluta impose, suo malgrado, una tregua lunga quasi mezzo secolo.

Prima di Yalta le aristocrazie europee si scambiavano territori come fossero pedine, rinsaldando alleanze tramite matrimoni dinastici che, proprio come nel titolo del film Parenti serpenti, finivano spesso per produrre nuovi scontri. Con gli accordi del 1945, invece, il mondo si divise in due blocchi e il Consiglio di Sicurezza dell’ONU — dominato dalle potenze vincitrici — congelò per decenni gli equilibri globali.

Era un mondo teso ma non manicheo. In Occidente si poteva essere comunisti purché si accettassero le regole del gioco: Nato, democrazia liberale, riconoscimento dell’ordine europeo. La politica era conflittuale, ma non polarizzata come oggi.

La caduta del Muro di Berlino spense l’utopia comunista e accese un’altra speranza: quella di un’Europa finalmente unita, pacifica, prospera. Ma venne a mancare anche il freno che aveva contenuto il capitalismo finanziario, costretto, durante la Guerra fredda, a non alienarsi i ceti popolari per evitare derive filocomuniste. Negli anni Novanta, senza più contrappesi ideologici, la finanza globale trovò nuove terre da colonizzare. L’Europa, priva di alternative sistemiche, divenne terreno fertile.

Le guerre, come quasi sempre nella storia, tornarono a bussare alla porta del continente per motivi economici: la Jugoslavia esplose, erosa da nazionalismi e interessi esterni, cancellando l’unico Paese comunista non allineato a Mosca. La Nato intervenne, sebbene nata come alleanza difensiva, per evitare diciamo un massacro intraeuropeo.

Il crollo dell’ordine di Yalta lasciò un vuoto ancora oggi presente. Nel frattempo emergono nuovi protagonisti: i BRICS, la Turchia, l’Iran, l’Arabia Saudita, mezzo continente africano. Gli Stati Uniti, soprattutto nella fase gestita dal partito democratico post-1990, hanno spesso agito come se potessero governare il mondo da soli: le “guerre per esportare la democrazia”, l’instabilità del Medio Oriente, l’espansione della Nato verso Est — avvenuta quando la Russia era ancora un attore indebolito — hanno contribuito a ridefinire gli equilibri.

Oggi l’Europa si divide perfino sulla guerra in Ucraina. Ogni volta che Washington e Mosca sembrano avvicinarsi a un’intesa, Londra e Parigi — le due ex potenze nucleari del continente — fanno muro, temendo un accordo che le escluda. E rilanciano allarmi sulla minaccia russa, alimentando una corsa al riarmo che non tiene conto delle differenze tra Kiev e i Paesi Nato. Le due capitali si comportano come “zitelle permalose”, incapaci di accettare che il loro ruolo di governatori del mondo sia ormai un ricordo.

Dietro le quinte pesano interessi economici: ricostruzione dell’Ucraina, gestione delle terre rare, nuove filiere energetiche. Ma in Europa nessuno sembra rendersi conto che il tempo delle rendite di posizione è finito. Il mondo non è più quello del 1945 e nemmeno quello del 1991.

L’Unione Europea, così com’è, è una grande burocrazia senza anima. Decide lentamente, poco e spesso senza spiegarsi ai cittadini. In un mondo iperconnesso e competitivo, questo significa irrilevanza.

Ecco allora la questione vera: o l’Europa diventa una federazione politica, con un governo scelto dai suoi cittadini, o rischia la disgregazione e un lento scivolamento fuori dalla storia. Londra e Parigi — e con loro tutto il continente — devono capire che non si vive di ricordi. E che senza un’Europa unita, nessuno di noi conterà più qualcosa nel nuovo ordine globale.

Roberto Giuliano

 


venerdì 21 novembre 2025

Le ideologie: la morte della democrazia

 

Le ideologie: la morte della democrazia

Nell’epoca dell’iperconnessione viviamo immersi in un flusso continuo di notizie, immagini, commenti. Ogni giorno i media e i social ci raccontano il mondo, ma spesso lo fanno semplificando, distorcendo o trasformando tutto in spettacolo. In questa realtà sovraccarica di informazioni – che più che chiarire rischia di confondere – riaffiora un dilemma antico: è meglio vivere sereni, al riparo dai fatti, o accettare la complessità del sapere, con l’inquietudine che inevitabilmente porta con sé?

Socrate ci insegnava che la vera conoscenza nasce dal riconoscimento della propria ignoranza. Oggi, però, il paradosso è amplificato: abbiamo accesso a tutto, ma non sempre abbiamo gli strumenti per interpretarlo. Bauman parlava di “società liquida”: un mondo in cui le informazioni scorrono rapide ma spesso senza trasformarsi in autentica conoscenza. Ne deriva una frammentazione che genera smarrimento, ansia e una percezione distorta della realtà.

È in questo clima che molti cittadini si sentono disorientati e impauriti. Temono per la propria sicurezza, per il futuro, per i figli. Il cambiamento rapido dell’epoca digitale — dall’intelligenza artificiale ai fenomeni migratori — alimenta preoccupazioni concrete, che però vengono spesso manipolate o semplificate, anziché analizzate con lucidità.

L’avanzata dell’IA solleva interrogativi su lavoro e economia. L’immigrazione, tema complesso fin troppo usato come arma politica, viene trasformata in una contrapposizione tra “buoni” e “cattivi”: una narrazione che non aiuta a capire, ma solo ad alimentare polarizzazione e paura.

La prima distorsione da smontare è l’idea che gli immigrati siano la causa di tutti i problemi o che siano per definizione pericolosi. È una lettura non solo falsa, ma anche priva di basi scientifiche. Darwin ricordava come la mescolanza tra popoli abbia storicamente rafforzato la specie umana. Il vero nodo non è dunque l’immigrazione in sé, ma la compatibilità culturale, la gestione legale degli ingressi, il rispetto delle regole dello Stato ospitante. In qualsiasi Paese esistono procedure da seguire: se valgono per i cittadini, perché non dovrebbero valere anche per chi arriva da fuori?

Accoglienza significa apertura, ma anche rispetto della cultura e delle norme del Paese ospitante. Un equilibrio che richiede politiche serie, non slogan. Eppure il dibattito politico, spesso intrappolato in contrapposizioni ideologiche, evita i contenuti e alimenta tensioni. Il risultato è un cortocircuito in cui forze politiche, magistratura che si percepisce politica e i  media contribuiscono, volontariamente o meno, a confondere i cittadini anziché chiarire.

La narrazione mediatica non aiuta: un giorno si minimizzano episodi di cronaca, il giorno dopo li si enfatizza oltre misura. In entrambi i casi si perde di vista la realtà: esiste un problema di legalità e di integrazione che uno Stato democratico non può ignorare. Il recente stop al progetto dei centri di accoglienza in Albania è emblematico: molto scontro politico-mediatico, zero proposte alternative.

Faccio presente che in tempi non sospetti nel settembre 2023 scrissi un articolo su questo tema, che potete approfondire se interessati: https://lesfumaturedelgarofanorosso.blogspot.com/2023/09/dallanalisi-alla-proposta-il-pensiero.html

Un altro terreno dove la polarizzazione fa danni è quello economico, a partire dal tema del caro vita. Anche qui, anziché aprire un confronto serio, ci si rifugia in slogan. L’idea del salario minimo per legge, proposta come soluzione immediata e universale, dimentica che non tutti i settori possono sostenerlo e che senza una concertazione ampia potrebbe tradursi in un semplice aumento dei prezzi, annullando i benefici per i lavoratori. Una misura che rischia di indebolire la contrattazione e di favorire il capitale finanziario, custodendo rendite e distorsioni invece di eliminarle.

In questo clima, la polarizzazione diventa la vera nemica della democrazia: trasforma i cittadini in tifosi, incapaci di affrontare la complessità dei singoli temi. Slogan come “mettiamo la patrimoniale”, “salario minimo per tutti”, “accogliamoli tutti”, “rimandiamoli tutti a casa”, “la democrazia è in pericolo” sostituiscono il ragionamento con l’emotività. Al punto che parole come “destra” e “sinistra” vengono usate come etichette assolute: per alcuni “destra” è automaticamente sinonimo di fascismo, per altri “sinistra” significa comunismo. Un gioco al massacro che svuota il dibattito pubblico e legittima comportamenti sempre più aggressivi, alimentando insicurezza e spingendo alcuni a desiderare risposte autoritarie invece che istituzioni autorevoli.

Con questa logica demenziale si determina confusione, si corre il rischio di aggravare il dialogo sociale e si sdoganano forme violente di convivenza civile, aumentando l’insicurezza sociale con il rischio che si alimenta nei cittadini il bisogno di autoritarismo istituzionale invece di Istituzioni autorevoli. Per contrastare questa deriva dobbiamo pretendere dai media e dalla politica confronti e non scontri sensazionalisti perché il sapere non significa accumulare notizie, ma saperli collegare, e dare a loro senso (Edgar Morin). La conoscenza autentica non ci isola dal mondo, ma ci rende più capaci di comprenderlo e, forse, di trasformarlo.

Roberto Giuliano 


 

 

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