martedì 24 marzo 2026

Polarizzazione e partecipazione: cosa rivela davvero la vittoria del No

 

Polarizzazione e partecipazione: cosa rivela davvero la vittoria del No

Non entro nel merito del quesito referendario perché personalmente l’ho condiviso come battaglia di civiltà giuridica. Inoltre quando lunedì si è saputo che era aumentato il numero dei votanti, onestamente ho pensato che il Si poteva vincere, perché chi di norma non va a votare e perché non sono soddisfatti dei partiti né di centro sinistra né di centro destra, per cui ho dedotto che erano attratti dal quesito referendario, visto il senso comune sulla mala giustizia. 

Le analisi dei dati referendari sulla vittoria del No, segnalano un nuovo dato sociologicamente rilevante, attenendomi ovviamente ai dati forniti dalle varie istituzioni di rilevamento statistico.  Il fenomeno rilevato è che il NO ha vinto per un richiamo al voto dei giovani (dai 18 ai 35 anni) che negli anni passati non votavano.  L’interpretazione che normalmente viene accreditata è che ci sia stato un richiamo o contro il governo (cosa certa) o nella difesa della costituzione: come se la riforma costituzionale fosse un escamotage per un ritorno al fascismo in modo soft.

È possibile, tuttavia, considerare anche una lettura alternativa. Negli ultimi anni, alcune politiche pubbliche hanno cercato di intervenire su aree caratterizzate da forme diffuse di illegalità o di ambiguità tra disagio sociale e comportamenti illeciti. Si tratta di contesti che storicamente hanno espresso una distanza dalle istituzioni e una bassa partecipazione elettorale.

Questo universo, da sempre tollerato, si è sempre caratterizzato per il non voto, per l’astensione militante, perché questi movimenti non si riconoscono in nessuno dei partiti di sinistra esistenti, in quanto borghesi e non rivoluzionari, ma nonostante ciò, da sempre un minimo di dialogo tra i gruppi dirigenti degli antagonisti e dei cosiddetti partiti di sinistra c’è sempre stato. In questo quadro, alcune dinamiche sociali e politiche- le manifestazioni proPal, la tolleranza sviluppata nel tempo per le occupazioni illegali sia degli appartamenti che dei fabbricati trasformati in centri sociali- si sia saldata una unità d’azione tra questo universo e una pseudo sinistra ormai massimalista.

Lo sgombro di alcuni centri sociali occupati, la facilità con cui i proprietari di case occupate possono ritornare nelle proprie case anche in quelle degli enti pubblici, è stato un allarme per questo universo, anche perché una parte della magistratura ha sempre chiuso un occhio su questi fenomeni e in alcuni casi è stata parte attiva ad esempio sul fenomeno migratorio, nel sabotare le decisioni del governo.

Un ulteriore aspetto di interesse riguarda la partecipazione dei cittadini con background migratorio che hanno acquisito la cittadinanza italiana. Comprendere il loro comportamento elettorale potrebbe offrire indicazioni utili sul livello di integrazione e sul rapporto tra nuove componenti sociali e sistema politico.

Questo evento, del voto giovanile di astenuti per professione che tornano a votare, è stato possibile non solo per le iniziative di legalità messe in pratica da questo governo, ma dello scivolamento costante di questa pseudo sinistra nel qualunquismo moralista e nel vuoto del massimalismo politico. Fenomeno favorito dal bipolarismo bastardo come lo definiva Gianni De Michelis, che favorisce la polarizzazione del sistema con il condizionamento della politica dalle frange estreme per vincere.

Ovviamente il governo ci ha messo del suo nel gestire male questa campagna referendaria da un punto di vista della comunicazione, per cui anche persone che hanno votato nelle elezioni politiche a favore di questa coalizione hanno votato No. Il motivo più accreditato sembra, non so se vero, che il governo avrebbe voluto fare un braccio di ferro contro le opposizioni senza cercare una possibile convergenza sulla riforma costituzionale. Se ciò non fosse vero, bisogna dire che il governo non ha saputo contrastare nei confronti del proprio elettorato e non solo, questa manipolazione dei fatti. La grande novità è questa saldatura tra movimenti antagonisti e la pseudo sinistra istituzionale, un connubio pericoloso per la democrazia e per la stessa esistenza di una sinistra democratica. Questo fenomeno, favorito anche dall’attuale assetto del sistema elettorale, può incidere sulla qualità del dibattito pubblico e sulla capacità di costruire convergenze su riforme condivise.

Ogni consultazione elettorale a cominciare da quella del 2027, corre il rischio di non essere un confronto tra partiti e programmi diversi ma una ordalia nella quale i partiti o meglio gli schieramenti, si trasformano in fazioni nemiche dove per vincere tutto è lecito. Per contrastare questa deriva potenzialmente antidemocratica è necessario rivedere la legge elettorale con un ritorno al sistema proporzionale al primo turno senza preventivi apparentamenti, e se si dovrà eleggere il premier, ogni singolo partito dovrà presentare il suo candidato, al secondo turno i singoli partiti decidono le alleanze con un unico candidato premier e con il premio di maggioranza per garantire la governabilità.   

 Roberto Giuliano

 


 

mercoledì 18 marzo 2026

Perché votare Si al Referendum : il lato oscuro della natura umana

 

Perché votare Si al

 Referendum: il lato oscuro della natura umana 

Sono consapevole che, già leggendo il titolo di questo articolo, molte persone sceglieranno di non proseguire. Alcuni perché hanno già deciso di votare Sì, altri perché sono orientati verso il No. Tutto questo è lecito e legittimo. Tuttavia, io credo nel confronto, anche con chi la pensa diversamente da me: è proprio dal dialogo che possiamo acquisire maggiore consapevolezza, sia per rafforzare le nostre convinzioni sia per metterle in discussione.

Trovo invece poco utile confrontarsi con chi parte da un pregiudizio, ad esempio rifiutando la riforma solo perché proposta da questo governo: la riforma non va perché l’ha fatta questo governo, per cui non mi fido chissà cosa c’è dietro.  È una posizione legittima, ma ideologica e, in parte, incoerente. Per coerenza, si dovrebbero allora rifiutare anche eventuali benefici derivanti dalle stesse politiche, ma questo è un altro tema.

La mia riflessione nasce dalla consapevolezza che ogni essere umano è portatore del bene e del male, poi l’imprinting familiare, la cultura di appartenenza, le persone che si frequentano, le relazioni sociali − dalla scuola al quartiere − contribuiscono a modellare il nostro comportamento sociale. Ognuno di noi può essere santo e diavolo, il tutto dipende dal nostro sviluppo cognitivo e dalle regole che la società ci impone.

Anche i comportamenti più estremi, come quelli dei dittatori, nascono da visioni del mondo costruite nel tempo, quello che fanno, per loro è giusto, anche uccidere chi non la pensa come loro, convinzioni spesso alimentate da fragilità, paura e dinamiche di gruppo. Questo non significa giustificare chi commette reati, ma cercare di comprendere i meccanismi psicosociali che li determinano. Sono esseri umani come noi che hanno sviluppato per educazione e contesto culturale una visione del mondo opposta ad esempio alla nostra.

Forse è per la loro fragilità che compensano con l’aggressività e il disprezzo nei confronti di chi non appartiene al loro gruppo, sviluppando una forte negazione dei loro sentimenti verso coloro che non la pensano come loro, realizzando un forte pregiudizio a supporto del loro comportamento.

Cosa c’entra ciò con il referendum?  Apparentemente nulla, tutto ciò può sembrare distante dal tema del referendum, ma serve a mettere in luce quanto sia importante riconoscere la complessità della natura umana e la raffinatezza dei meccanismi manipolatori.

La democrazia, infatti, si fonda proprio sulla consapevolezza dei nostri limiti e delle nostre fragilità, bilanciandoli con regole e contrappesi che evitino concentrazioni di potere.

Il referendum pone una domanda cruciale: è normale, ed è una garanzia per i cittadini, che nel Consiglio Superiore della Magistratura una delle parti del processo − quella requirente − sia parte integrante dell’organo giudicante?

La risposta potrebbe essere positiva solo se si credesse, in modo quasi utopico, che ogni magistrato sia perfetto, immune da fragilità, ambizioni o condizionamenti. Ma questa visione non tiene conto della realtà umana (che essi non abbiano fragilità, desideri, egoismi aspirazioni e perversioni come ogni essere umano). Pensare il contrario significherebbe proiettare su una figura “ideale” il loro Angelo Fustigatore che faccia giustizia contro i potenti responsabili (i politici, la destra o la sinistra, etc.) in sintonia con le loro aspettative di giustizia, dimenticando che anche la magistratura è un potere composto da esseri umani, con i loro limiti.

La storia dimostra che ogni sistema autoreferenziale tende, nel tempo, a degenerare. È proprio per questo che le democrazie moderne prevedono una separazione e un bilanciamento dei poteri.

La riforma proposta introduce la separazione delle carriere − distinta dalla separazione delle funzioni già esistente − creando due distinti Csm. Questo garantirebbe una maggiore autonomia tra i diversi ruoli, pur mantenendo invariato l’equilibrio tra membri laici e togati. Ogni Csm si occuperebbe delle carriere dei propri appartenenti, mentre una Alta Corte avrebbe il compito di valutare eventuali sanzioni disciplinari.

Un ulteriore elemento innovativo è l’introduzione del sorteggio per la selezione dei membri, sia togati sia laici. Questo meccanismo ridurrebbe il peso delle correnti interne, che oggi influenzano significativamente le elezioni nel Csm. Il sorteggio contribuirebbe a limitare la formazione di cordate di potere e i conseguenti vincoli, spesso poco trasparenti, tra eletti ed elettori.

Si tratta di un passaggio importante, perché il Csm non è un organo politico, ma amministrativo. Liberare magistrati e pubblici ministeri dalle logiche di corrente significa rafforzare la loro indipendenza e garantire, in modo più concreto, la terzietà del giudice, come previsto dalla Costituzione più bella del mondo.

Per queste ragioni, ritengo sia importante votare Sì.


 

domenica 22 febbraio 2026

Dopo il comunismo, evoluzione/ involuzione del Capitalismo

 

Con la scomparsa dell’Unione Sovietica e del suo sistema ideologico, molti hanno creduto che il mondo potesse finalmente prosperare in pace. Si pensava che i conflitti si sarebbero risolti attraverso il dialogo e il compromesso, e che la democrazia liberale rappresentasse l’approdo naturale della storia. Era una visione ottimistica, forse ingenua, che dimenticava un elemento essenziale: l’essere umano resta, sempre, portatore tanto del bene quanto del male. Nel 1991, nell’enciclica Centesimus Annus, Papa Giovanni Paolo II ricordava che il fallimento del comunismo non significava automaticamente la fine della povertà, né decretava il capitalismo come unica soluzione ideale. Era un monito profetico: la vittoria su un sistema non equivale alla perfezione dell’altro. Che il capitalismo abbia prevalso sul comunismo è un fatto storico. Ma il capitalismo non coincide necessariamente con la democrazia. Può convivere con sistemi molto diversi tra loro: democratici, illiberali, oligarchici, autoritari, persino teocratici. Oggi Russia e Cina ne sono un esempio evidente: economie capitaliste inserite in assetti politici non liberali. Il capitalismo, in altre parole, sopravvive e si espande al di là del sistema di Governo. Nei regimi non democratici, i cittadini sanno di vivere senza libertà politiche. Più complesso è il rapporto tra capitalismo e democrazia, perché quest’ultima promette benessere diffuso, diritti, mobilità sociale.

In Europa il capitalismo si è storicamente intrecciato con lo Stato sociale, assumendo caratteristiche diverse da quello americano. Ma con la fine del comunismo il capitalismo ha conosciuto una trasformazione profonda: dalla fase industriale a quella finanziaria. La finanza non è solo uno strumento a sostegno dell’economia reale; è diventata un attore autonomo, capace di orientare scelte politiche e assetti sociali. Nei sistemi democratici del dopoguerra era la politica a definire le regole entro cui economia manifatturiera e finanza dovevano muoversi. Questo equilibrio garantiva consenso: la politica aveva il dovere, morale ed elettorale, di migliorare le condizioni di vita dei cittadini. Nel capitalismo industriale valeva la regola marxiana: chi controlla i mezzi di produzione esercita il potere economico, ma all’interno di regole condivise. Nel capitalismo finanziario, invece, la politica perde progressivamente autonomia e capacità di indirizzo, fino a diventare spesso ostaggio dei della finanza. Oggi potremmo parafrasare Karl Marx dicendo che chi controlla la comunicazione controlla la politica e l’economia. Nella società dell’informazione, il consenso può essere costruito anche senza benessere diffuso, attraverso la gestione e la polarizzazione delle notizie. Ognuno si forma un’idea della realtà sulla base delle informazioni che riceve. La polarizzazione diventa così uno strumento di Governo: divide l’opinione pubblica su temi identitari, spesso secondari rispetto ai bisogni primari, mentre il disagio sociale viene attribuito, di volta in volta, al “nemico” designato. Nulla di completamente nuovo – il Divide et impera era già noto ai romani – ma oggi le tecniche sono più sofisticate.

Il passaggio dal capitalismo industriale a quello finanziario non è solo economico, è anche valoriale. Nel modello manifatturiero il lavoratore-consumatore era centrale: la produzione e il consumo alimentavano lo sviluppo. Nel capitalismo finanziario, invece, il lavoro perde centralità. Se un’azienda chiude o un territorio si impoverisce, per la finanza speculativa non è necessariamente un problema. La logica dominante diventa quella del profitto immediato, un capitalismo senza anima, sganciato da una visione di lungo periodo. Si bruciano risorse senza costruire futuro. E questa miopia finisce per contagiare anche la politica, sempre più condizionata da interessi finanziari e da orizzonti elettorali brevi. In Italia, la trasformazione è stata evidente nella transizione dalla Prima alla Seconda Repubblica, con un progressivo ridimensionamento dello Stato sociale. Anche i partiti hanno cambiato pelle, adattandosi a nuove logiche di consenso e di finanziamento, che rendono i partiti alla mercè della finanza, avendo abolito il finanziamento pubblico.

In Italia abbiamo assistito ad un approccio finanziario nella politica ed è il caso del Partito democratico dove gli iscritti votano un segretario e mediante un sistema senza vere regole (le primarie) avviene una Opa ostile per cui degli elettori-investitori decidono un altro segretario. Non è casuale che questo partito smette di lottare per la giustizia sociale (per non disturbare il capitale) e si configura come il partito dei diritti civili, facendone di tali diritti una ideologia divisiva come ogni ideologia. Ma il cuore della democrazia resta il controllo del potere da parte dei cittadini. Perché questo sia possibile, occorrono regole trasparenti sul ruolo della finanza, sui finanziamenti alla politica, ai media, e sui rapporti tra interessi economici e istituzioni. Senza questa chiarezza, il rischio è che la democrazia resti una forma, mentre il potere reale si sposta altrove. L’illusione della “fine della storia” diventa un diversivo funzionale ad una instabilità permanente, in cui il conflitto non scompare, ma nasconde il volto del nuovo potere, e noi staremmo a discutere di fascismo e antifascismo.

Roberto Giuliano


 

 

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