martedì 20 ottobre 2026

Qui nessuno è straniero: quando la scuola diventa terreno di scontro politico

 

Qui nessuno è straniero: quando la scuola diventa terreno di scontro politico

In molte scuole si trovano lenzuoli utilizzati come manifesti sui quali campeggia una frase: «Qui nessuno è straniero». Un’affermazione condivisibile. La scuola è di tutti e deve sostenere gli alunni più fragili, non attraverso promozioni facili, come qualcuno potrebbe equivocare, ma offrendo loro gli strumenti necessari per sviluppare competenze, acquisire conoscenze e apprendere modelli di socializzazione e convivenza attraverso lo studio. Ma se tutto questo dovrebbe rappresentare un principio ovvio, perché oggi si sente la necessità di ribadirlo pubblicamente, quasi fosse una dichiarazione di principio da esibire?

Probabilmente, la comparsa di questi manifesti è legata alle polemiche sul numero di alunni stranieri presenti nelle classi. Eppure, una prima proposta in questa direzione era stata avanzata dall’attuale Presidente della Repubblica quando ricopriva l’incarico di ministro, senza suscitare, allora, particolari proteste. Una circolare che, per quanto riguarda il principio richiamato, era stata accolta positivamente. Mi domando, quindi, perché oggi si avverta il bisogno di esporre questi lenzuoli, quasi a voler contestare indirettamente una misura che riprende, sia pure in una forma diversa, un orientamento già espresso in passato. Forse perché, quando una proposta proviene da un governo di centrodestra, diventa automaticamente sospetta di autoritarismo o addirittura di fascismo? È una domanda che merita una riflessione. Si ha talvolta l’impressione che una parte della sinistra, invece di confrontarsi nel merito delle questioni, preferisca alimentare pregiudizi e fantasmi ideologici, utili soprattutto a consolidare il consenso della propria base.

Il problema, tuttavia, non si esaurisce nella polemica politica. Occorre interrogarsi sul significato concreto dell’inclusione scolastica. Prevedere una presenza equilibrata di studenti stranieri nelle classi non significa ghettizzare o discriminare. Al contrario, rappresenta una misura inclusiva, perché la conoscenza della lingua è una condizione fondamentale per favorire l'apprendimento, la comunicazione e l'integrazione. Senza una lingua condivisa, infatti, il rischio è che la classe si trasformi in una sorta di Babele, con difficoltà che coinvolgono non soltanto gli alunni, ma anche gli insegnanti. Quando un ragazzo non riesce a comunicare, a farsi comprendere dai compagni o a partecipare pienamente alla vita della classe, può sviluppare frustrazione e un senso di abbandono. Nel tempo, queste difficoltà rischiano di compromettere l'autostima e di favorire comportamenti oppositivi. La mancanza di relazioni e di occasioni di socializzazione può inoltre spingere alcuni ragazzi a rifugiarsi sempre più nel mondo virtuale, dove possono entrare in contatto con modelli di comportamento devianti, talvolta percepiti come normali o addirittura desiderabili.

C’è però un altro aspetto che considero ancora più preoccupante: chi scrive questi manifesti che proclamano, in nome della democrazia, un principio apparentemente indiscutibile? Sono gli studenti oppure gli insegnanti? Se sono gli studenti a realizzarli, bisognerebbe innanzitutto comprendere in quale contesto sia maturata l’iniziativa e quale significato le attribuiscano. Una volta conclusa l'eventuale mobilitazione, la dirigenza scolastica dovrebbe valutare se e come ricondurre l'iniziativa nell'ambito delle normali attività didattiche, salvo situazioni particolari, come un'occupazione dell'istituto. Se, invece, i manifesti sono stati ideati o fatti realizzare dagli insegnanti, la questione assume una dimensione diversa e chiama in causa il loro ruolo istituzionale. Gli insegnanti sono esseri umani, con le proprie convinzioni, sensibilità e legittime opinioni politiche. Tuttavia, nell'esercizio della loro funzione, dovrebbero evitare di trasformare tali convinzioni in messaggi che possano condizionare gli alunni o suggerire loro quale posizione politica assumere. La scuola deve educare al confronto e alla conoscenza, non diventare uno strumento di propaganda, qualunque sia l'orientamento ideologico da cui essa provenga.

È vero che gli insegnanti sono spesso poco retribuiti rispetto alla responsabilità e all'importanza sociale del loro lavoro. Ma questo non può giustificare eventuali forme di protagonismo ideologico né l'utilizzo degli studenti come destinatari delle proprie frustrazioni professionali o sociali. Naturalmente, sarebbe sbagliato generalizzare. Nel mondo della scuola operano migliaia di insegnanti preparati e appassionati, consapevoli della delicatezza del proprio compito. Esistono tuttavia anche minoranze che sembrano interpretare il ruolo educativo non tanto come trasmissione di conoscenze e sviluppo del pensiero critico, quanto come occasione per trasformare la società secondo una determinata visione del mondo. È una concezione che richiama, in parte, l'ambizione di costruire quell'«uomo nuovo» presente nella tradizione del pensiero marxista. A mio avviso, alcune di queste impostazioni culturali continuano a esercitare un'influenza significativa in determinati ambienti intellettuali, nonostante la crisi storica delle teorie marxiste e, in particolare, di quelle gramsciane. Nel corso degli anni, queste culture hanno consolidato una presenza in alcuni luoghi strategici della produzione e della diffusione del sapere: dalle università ai mezzi di comunicazione, fino al mondo della scuola.

Non si tratta, naturalmente, di invocare epurazioni o di sostituire un'egemonia culturale con un'altra. Sarebbe una contraddizione rispetto agli stessi principi democratici che si intendono difendere. Si tratta, piuttosto, di promuovere un confronto culturale serio, anche aspro quando necessario, nel quale nessuno possa considerarsi depositario esclusivo della verità. Una cultura autenticamente democratica dovrebbe essere capace di riconoscere i pregiudizi ovunque si manifestino, compresi quelli che appartengono a se stessi. Siamo spesso molto abili nell'individuare gli errori e le contraddizioni degli altri, mentre fatichiamo a riconoscere i nostri.

La democrazia, si fonda sul dialogo, sul confronto tra posizioni diverse e sulla possibilità di mettere in discussione le proprie convinzioni. Chi non la pensa come noi non diventa automaticamente fascista o comunista: è semplicemente una persona che esprime un'opinione differente. E proprio questa diversità che dovrebbe costituire uno stimolo per approfondire le questioni, elaborare nuove argomentazioni e verificare criticamente le proprie idee. È qui che si misura la funzione fondamentale della scuola. Gli insegnanti non devono sostituirsi alle famiglie o agli psicologi nell'affrontare ogni aspetto della crescita personale degli alunni. Hanno però la responsabilità di trasmettere conoscenze, insegnare la storia e la cultura del nostro Paese e, soprattutto, fornire gli strumenti per interpretare la realtà in modo autonomo.

Il loro compito non dovrebbe essere quello di indicare agli studenti che cosa pensare, ma di aiutarli a imparare come pensare. Per farlo, devono stimolare il dubbio, la curiosità e la capacità di distinguere tra fatti, opinioni e pregiudizi. Un obiettivo che oggi è ancora più importante, perché i ragazzi si trovano ad affrontare non soltanto le complessità del mondo reale, ma anche quelle, spesso più insidiose, della realtà virtuale. Un universo digitale che evolve rapidamente e che non sempre è pienamente conosciuto dagli stessi insegnanti. Per questa ragione, non si può lasciare che la scuola affronti da sola una sfida tanto complessa: servono formazione, strumenti adeguati e un sostegno concreto da parte delle istituzioni. L'inclusione non può ridursi a uno slogan scritto su un lenzuolo, così come la democrazia non può essere rivendicata da una sola parte politica. Entrambe richiedono un impegno quotidiano, fatto di conoscenza, responsabilità e rispetto delle differenze.

La scuola dovrebbe essere il luogo nel quale si impara a convivere con chi è diverso da noi, senza rinunciare al confronto critico e senza trasformare ogni dissenso in uno scontro ideologico. Perché educare alla democrazia significa, prima di tutto, insegnare al rispetto dell’altro e a riconoscere i propri pregiudizi e ad accettare che nessuno possiede, da solo, tutta la verità.

Roberto Giuliano

 

 

sabato 17 ottobre 2026

Lettera aperta al Presidente della Repubblica: L’Anpi è democratica?

 

Lettera aperta al Presidente della Repubblica: L’Anpi è democratica?

Mi permetto di rivolgermi a Lei in quanto costituzionalmente è il rappresentante dell’unità del Paese, fuori dalle beghe dei partiti e oggi dei politicanti. L’ex Presidente della Camera Luciano Violante figura anche questa costituzionalmente bipartisan disse che bisogna favorire la riconciliazione nazionale e chiudere una parte della nostra storia proprio per consegnarla agli storici. La nostra costituzione risente giustamente dei tempi in cui fu scritta e dunque sia degli accordi di Parigi con le potenze vincitrici sia quelli di Yalta.  Noi dobbiamo essere riconoscenti agli alleati e agli americani in particolare per la liberazione del nostro Paese dal nazismo e dal fascismo suo alleato. Se qualcuno crede che l’Italia si sarebbe liberata dal fascismo e dal nazismo da sola tramite la resistenza non sa di cosa parla, e come dire che senza l’intervento americano l’Afghanistan si sarebbe liberato dai talebani. Certamente la resistenza è importante sia per il contributo dato agli alleati e sia per affermare che non tutti gli italiani hanno condiviso l’avventura del fascismo prima e della alleanza con i nazisti dopo. Pertanto noi democratici siamo orgogliosi della resistenza che ovviamente è stata rappresentata da varie forze politiche e religiose.

Ma per onesta intellettuale dobbiamo raccontare la storia per quello che è stata e non per convenienze politiche anche perché Yalta non esiste più e la guerra in Ucraina ne è purtroppo la conferma drammatica, ma questo è un altro discorso. Mi permetto anche di far presente che le guerre purtroppo comportano anche i cosiddetti (ipocritamente) danni collaterali dovuti alla bestia umana che in determinate situazioni emerge in coloro che combattono e nell’essere umano che vive alla giornata. Con ciò non giustifico questi atti, fatti sia dai vincitori che dai perdenti ma rientrano nella presa d’atto dell’esistenza del lato oscuro dell’essere umano.

Ove è stato possibile si processano i responsabili di questi atti orribili(da metà del 900 circa) ma il più delle volte i vincitori stendono un velo pietoso sui loro crimini ed ovviamente ne evidenziano quelli dei perdenti.  Tutta questa premessa Presidente per dire una ovvietà che non sembra così ovvia nonostante siamo nella cosiddetta seconda Repubblica, cioè: che nella Resistenza non tutti i partigiani combattevano per la Democrazia e la Libertà. Infatti i partigiani comunisti combatterono il nazifascismo quando Hitler invase la Russia, ma il loro obbiettivo legittimo era di realizzare in Italia una democrazia popolare di stampo sovietico. Gli accordi di Yalta sancirono tra le potenze vincitrici le zone di Influenza e l’Italia rientrò in quella occidentale ma con il rischio che se nelle elezioni del 1948 non avesse vinto la Democrazia Cristiana ma il Fronte Popolare (PCI+PSI) si sarebbero potuto creare le condizioni di una guerra civile o di una silenziosa scissione della Sicilia dall’Italia.   

A comprova di ciò, ci fu il coraggio del segretario del PCI dell’epoca Palmiro Togliatti, tornato da Mosca in Italia, che ferito in un attentato, da subito diede il messaggio agli italiani, ma in particolare ai Comunisti italiani, di stare calmi e di non prendere le armi.   Non a caso per molti comunisti la resistenza è stata una rivoluzione tradita.  Tutto ciò Presidente sono argomenti che certamente Lei sa già e conosce meglio di me.  Pertanto mi permetto adesso di fare questa affermazione: i democratici sono solo le persone che ripudiano le dittature; pertanto se non si è antifascisti e anticomunisti in egual misura non si è democratici.

Credo che qualunque democratico (almeno di oggi) sarà d’accordo con questa affermazione, però gli ex Comunisti non hanno mai fatto la loro Bad Godesberg (Congresso in cui i socialdemocratici tedeschi fecero autocritica), pensarono che cambiando solo il loro nome potevano risolvere il problema culturale che ancora oggi li affligge, anche a loro insaputa: e cioè di essere cresciuti nella cultura comunista e dunque di pensare ed agire da comunisti.

Nelle organizzazioni unitarie create nella Prima Repubblica dai socialisti e dai comunisti, questo gap culturale, se da un lato è stato superato in quelle economiche perché la realtà è prevalsa sulle ideologie (Unipol, Lega, Cna etc)  in quelle politiche (dai DS al PD, ANPI, ARCI etc) questa negazione di realtà sul comunismo ancora produce danni.  Tralasciando la Cgil vorrei mettere alla Sua evidenza  l’ANPI che prende contributi anche dalla Presidenza della Repubblica se non erro,  la  quale  ad oggi, aldilà della mancanza di partigiani per ovvi motivi di età, non ha mai ripudiato il comunismo, anzi in molte manifestazioni esclude e contesta la Brigata Ebraica. Mi permetto di fare questa osservazione perché da Socialista Craxiano mai pentito, una volta la nostra presenza permetteva in queste associazioni unitarie un minimo di pluralismo, oggi in questa associazione prevale il peggio della cultura autoritaria perché è ipocritamente vestita da democratica. Per tanto credo che quando L’ANPI si dichiarerà ufficialmente antifascista e anticomunista sarà una organizzazione credibilmente democratica.  

Con l’avvicinarsi della data del 25 aprile, festa della liberazione sarebbe utile che L’ANPI avesse il coraggio di dirsi non solo antifascista ma anche anticomunista, e che evitasse di fare politica partitica cosa che non gli compete perché nella festa del 25 Aprile la Brigata Ebraica deve stare dentro le manifestazioni a pieno titolo ed onore, mentre non ha senso inneggiare alla Palestina che in quelle date nefaste della seconda guerra mondiale molti loro leader erano alleati dei nazisti. Certamente quello che sta accadendo nella striscia di Gaza è drammatico ed è giusto lavorare per la pace e per realizzare due Popoli e due Stati, ma non vorrei che qualcuno al soldo dell’IRAN usa e strumentalizza il martoriato popolo Palestinese per difendere o peggio aiutare Hamas: i quali, se qualcuno ha la memoria corta si dimentica che quando Sharon si ritiro dalla striscia di Gaza i terroristi di Hamas uccisero i combattenti dell’OLP per prendere loro il controllo della striscia.

PS. Per quelli che si considerano di Destra: confondere il comunismo con il socialismo democratico e riformista non solo è da ignoranti ma aiutate gli ex comunisti a rifarsi una verginità senza un vero cambiamento e dunque perpetuare l'equivoco.

Roberto Giuliano


 





mercoledì 14 ottobre 2026

Se l’attuale sinistra confonde la protesta democratica con la violenza

 

Se l’attuale sinistra confonde la protesta democratica con la violenza

Appartengo alla generazione che ha vissuto il 1977, gli anni della P38, gli anni di piombo, il sequestro e l'uccisione di Moro, i delitti Tobagi, Alessandrini, Rossa, Tarantelli etc. In quei cortei, tra i vari slogan, si gridava: “Se vedi un punto nero spara, o è un fascista o è un celerino”, oppure “Se spari a un fascista non è reato”, e ancora “Ci piace di più Almirante a testa in giù” (dove al posto di Almirante poteva esserci di volta in volta il politico di turno inviso al movimento).

Queste erano le parole d’ordine dell’estremismo extraparlamentare; ma anche la stampa piccolo-borghese come la Repubblica, in modo più raffinato e ammiccando agli estremisti, rappresentava Craxi vestito da Duce, evocando in maniera subdola sui socialisti e sul loro leader l’anatema di "socialfascisti", proprio come avveniva nel 1928. Una certa sinistra ha sempre utilizzato il fascismo come un Moloch, sia per etichettare e criminalizzare chiunque la pensasse diversamente, sia per un proprio bisogno identitario, arrivando a manipolare la storia del fascismo così come ha fatto con gli scritti di Gramsci.

Sentire oggi gli stessi slogan, come se questi decenni non fossero passati, è allucinante. Il vecchio PCI, nonostante la breve e drammatica parentesi dei “compagni che sbagliano”, seppe ripudiare la violenza, soprattutto dopo l’assassinio dell'operaio Guido Rossa. Il PD di oggi e la cosiddetta sinistra attuale, invece, non solo non prendono le distanze da quel linguaggio, ma sembrano averlo fatto proprio con forme diverse.

Sentire un rettore come Tommaso Montanari affermare che quella gioventù rappresenta “l’Italia migliore” è di una gravità estrema per la sua carica di ambiguità: è la posizione di chi non distingue tra chi esercita la violenza e chi protesta pacificamente, unita all'ambiguità di non chiarire mai se l'oggetto della protesta ha una sua fondatezza. O forse l’illustrissimo rettore ritiene che l’importante sia protestare a prescindere, e che la protesta sia un bene in sé, purché coincida con le sue vedute? Un "democratico a tutto tondo", verrebbe da dire; chissà chi avrà mai esaminato le sue competenze.

In questo ultimo scorcio d'anno stiamo assistendo a forme di violenza praticate con uno stato d'animo quasi rassegnato, come se la violenza fosse un dato naturale del comportamento umano. Nonostante l’allarme del fascismo, le manifestazioni che hanno avuto derive violente e scontri con la polizia sono state organizzate da soggetti e movimenti che si dichiarano di sinistra. La violenza si muove lungo due direttrici. La prima è la violenza legata a fenomeni sociali privi di qualsiasi legittimità culturale (dai futili motivi delle baby gang, ai femminicidi agli stupri), che rivelano l'aspetto più barbaro e spregevole della natura umana, al quale ci stiamo pericolosamente abituando. La seconda è la violenza politica, sdoganata dall'assurdo presupposto che, se l'altro viene etichettato come "non democratico", allora sia lecito usargli violenza. Come si può considerare democratico dire che è lecito “uccidere un fascista, un comunista o un poliziotto”, la violenza fai da te è sempre antidemocratica non solo legalmente ma anche culturalmente.

Storicamente la violenza è sempre esistita perché connaturata alle possibili scelte comportamentali dell'essere umano: di fronte a un'ingiustizia o a un torto presunto, scatta nella nostra mente l'impulso a farla pagare all'altro. Tuttavia, la violenza — che come un virus veniva tenuta a bada dagli anticorpi culturali della democrazia e dal nostro processo di civilizzazione — oggi torna a infettare ampie fasce della società, calpestando quell'insieme di valori umani e civili che la nostra storia, sia cristiana che laica, ha faticosamente costruito. Oggi si tollera, ad esempio, che se qualcuno organizza un’iniziativa su un determinato tema, chi non la pensa allo stesso modo si senta in diritto di interromperla, contrastarla o impedirla. Questo comportamento non è democratico: è autoritario e violento (a prescindere che chi lo compia venga definito fascista o comunista). In democrazia i confronti si organizzano e chi vi partecipa può valutare liberamente sia gli argomenti sia le condotte. In democrazia non si va a "casa" di qualcuno per impedirgli di parlare; se ci si va, lo si fa per ascoltare, per capire e, se si avverte la necessità di fare una domanda (che non deve trasformarsi in un comizio), la si pone per comprendere, non per provocare. Solo chi ha seri problemi di equilibrio mentale può credere che provocare a casa altrui equivalga a essere democratico. Come ricordava Karl Popper: “La tolleranza, al pari della libertà, non può essere illimitata, altrimenti si autodistrugge”, e ancora: “Dovremmo proclamare, in nome della tolleranza, il diritto di non tollerare gli intolleranti”. La verità è che in un regime dittatoriale affermare le proprie idee significa provocare l'autoritarismo a rischio della vita; farlo in democrazia pensando di stare in una dittatura è solo funzionale alle proprie fragilità mentali perché da senso alle proprie frustrazioni esistenziali  che si scaricano con la violenza.

In conclusione, mi permetto di dare un consiglio non richiesto a quanti si definiscono di sinistra e ai molti manifestanti pro-Pal (che spesso confondono il popolo palestinese con Hamas), diventati gli utili epigoni di coloro che saranno i futuri carnefici dei diritti occidentali — diritti di cui essi stessi fruiscono senza rendersi conto che stanno contribuendo a smantellarli. Quando, per ignoranza (che non dipende dai titoli di studio), si confonde un Paese democratico, con tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni, con uno stato autoritario, credo sia davvero necessario un percorso terapeutico, e da uno bravo, perché le manipolazioni operate da chi controlla e finanzia l'informazione hanno prodotto in voi comportamenti asociali e forme di dissociazione cognitiva della realtà, persino senza l'aiuto dell'intelligenza artificiale.

Roberto Giuliano

 Immagine prodotta con IA

domenica 4 ottobre 2026

7 ottobre e la realtà inventata: perché l'Occidente cade nella trappola delle élite islamiste

 

7 ottobre e la realtà inventata: perché l'Occidente cade nella trappola delle élite islamiste

In occasione della ricorrenza del 7 ottobre vorrei fare un ragionamento paradossale per metter in luce la manipolazione che si è costruita nei confronti di Israele in questi ultimi anni.

Ammettiamo che il premier Netanyahu sapeva che cosa stava preparando Hamas e fa finta di non sapere nulla per avere una scusa per attaccare Hamas a Gaza, e allora? Questo copre o giustifica le atrocità commesse da Hamas? Non credo, ma anche se ciò fosse provato Netanyahu ne risponderà al popolo Israeliano, ma Hamas ha svelato al mondo intero, se c’erano dubbi, il volto orribile di cosa sia.

Altro aspetto, ammettiamo che il governo di Netanyahu abbia finanziato o fatto finta di non vedere i finanziamenti che arrivavano ad Hamas per comprare armi per colpire Israele, cosa possibile, nel senso che ha pianificato una strategia per attaccare Hamas. Anche in questo caso Netanyahu ne risponderà agli elettori israeliani se fosse confermato, ma non cambia la volontà terroristica di Hamas di eliminare Israele cosi come è scritto nello statuto fondativo di questo movimento terroristico e fondamentalista. Che il popolo Palestinese abbia diritto ad avere uno stato non c’è dubbio, ma certamente non può essere uno Stato che ha nel suo statuto l’eliminazione dello stato di Israele come Hamas.

Noi occidentali, anche senza rolex, abbiamo assorbito la leggenda che i paesi mediorientali sono poveri (ovviamente per colpa dell’occidente cattivo) e in particolare i palestinesi sono i reietti della terra.  Che storicamente l’occidente abbia delle responsabilità non c’è dubbio come altri popoli non occidentali hanno le loro responsabilità, se penso allo schiavismo contro gli africani proprio dagli Arabi, ma come sempre in occidente in oriente e in africa i responsabili sono state le élite e non i popoli. Con l’unica differenza che in occidente a caro prezzo i popoli hanno combattuto le élite politiche e religiose: le libertà che abbiamo non sono sempre esistite sono il frutto storico del sacrificio di tanti esseri umani.

Questa narrativa,  ha certamente un fondamento sull’arretratezza dei Paesi medio orientali per le condizioni che vediamo nei TG, ma dimentichiamo o viene offuscata volutamente che le élite di questi popoli vivono nel lusso più sfrenato, comprano aziende e immobili di pregio in giro per il mondo (e non voglio parlare del Qatargate). Le loro élite gestiscono hacker, l’intelligence, controllano media, hanno a loro servizio fior di informatici, e professionisti di varia natura pagati profumatamente e sono in grado di condizionare i media occidentali e non solo.

Ma la  narrativa dominante è che gli occidentali sono colpevoli per le condizioni in cui vivono questi popoli e se qualcuno fa notare che le loro élite sfruttano i loro popoli, ma per coloro che credono in questa  narrativa,  è sempre colpa dell’occidente che li corrompe; aldilà che questa lettura è razzista, perché ipotizza che questi popoli sono inferiori a noi perché non sono capaci di ribellarsi alle dittature delle loro élite, ma la cosa più grave che cosi scusano il comportamento e la cultura dei dittatori. Nel nostro immaginario collettivo non ci sono le ricchezze degli emirati, ma solo la miseria dei popoli che loro governano, le loro ricchezze e i finanziamenti non vanno a migliorare le condizioni di vita dei loro popoli ma a comprare armi, costruire tunnel non per proteggere il popolo, ma le milizie, e tutto ciò a noi sembra normale.

Paul Watzlawick, psicologo e filosofo esponente della Scuola di Palo Alto, afferma: che la realtà non viene semplicemente scoperta, ma inventata e costruita attivamente attraverso la comunicazione e le informazioni che riceviamo ed elaboriamo, la comunicazione non serve solo a trasmettere informazioni, ma a creare la forma del mondo in cui viviamo. La forza della manipolazione da parte delle élite Arabe ed islamiste sta nella loro forza economica che compra, finanzia e corrompe, il che fa sì che in occidente si parla solo della drammatica guerra in Palestina e non si sa nulla delle altre guerre, dei massacri nei confronti dei civili praticate sia dagli islamisti (che sono cosa diversa di chi è di religione islamica) che dei vari dittatori o teocrazie.

Di norma, le vittime di un conflitto si contano a guerra conclusa: è stato così per la Seconda guerra mondiale, per il Vietnam e per lo scontro tra Iraq e Iran. Oggi, al contrario, assistiamo a un bollettino quotidiano dei morti — molto simile a quello del COVID-19 — accompagnato da immagini, reali o manipolate, capaci di impattare fortemente sull’emotività di chi guarda. Culturalmente non siamo pronti ad accettare che anche nei Paesi islamici vi siano competenze raffinate nella gestione della comunicazione e dei media. Un parallelo significativo è la costante sottovalutazione dell'India in ambito informatico e cinematografico: un'immagine deformata dallo stereotipo del Paese povero e popolato solo da mendicanti, veicolato da anni di rappresentazioni superficiali.

Questo non significa negare la presenza di vittime civili a Gaza — una tragedia purtroppo inevitabile in qualsiasi guerra, a maggior ragione quando la popolazione viene usata come scudo umano. Da un lato vi è la consapevolezza che l’Occidente cristiano è profondamente sensibile alle perdite umane; dall'altro, la morte dei civili diventa per Hamas un mezzo per giustificare il fine ultimo, ovvero la distruzione di Israele. Ciò è reso possibile da una perversione culturale inculcata negli anni ai palestinesi attraverso un odio sistematico verso gli ebrei, sfociato nell'islamismo radicale che arriva a considerare "normale" l'educazione dei bambini al martirio.

Anche l’uso del termine genocidio risulta improprio, poiché definisce la volontà deliberata di sterminare un popolo. La differenza è sostanziale: Hitler cercava ed eliminava i civili ebrei in Germania, Polonia e Italia persino laddove i combattimenti erano già terminati, mentre a Gaza le vittime civili sono tragicamente colpite all'interno di operazioni di bombardamento bellico. Per cogliere questa distinzione occorre il coraggio di riconoscere la propria vulnerabilità alla manipolazione; un’ammissione difficile non solo per orgoglio personale, ma perché l'adesione a certe narrazioni ha finito per strutturare un vero e proprio senso di appartenenza esistenziale.

Chi cade in questi automatismi ragiona ormai con la logica dei terrapiattisti o con la superficialità del "piove, governo ladro", fino a riproporre il pregiudizio che attribuisce agli ebrei la responsabilità di ogni male del mondo. Di fronte a questa forma mentis, impermeabile al dubbio, al pensiero critico e alla tradizione umanistica, c'è ben poco da fare: si tratta degli epigoni e degli utili idioti dell’autoritarismo moderno e digitale.

Stiamo attraversando una fase storica peculiare, in cui ogni potenza cerca un posizionamento strategico al tavolo per definire i nuovi equilibri globali dopo la fine del sistema di Yalta. Ciascun attore tenta di influenzare le opinioni pubbliche facendo ricorso anche alle strategie della guerra ibrida e condizionando la percezione della realtà. In tutto questo, l’Europa sembra non aver ancora compreso che senza la costruzione degli Stati Uniti d’Europa non ci sarà spazio né futuro nel nuovo assetto globalizzato.

Se, come affermava Carl von Clausewitz, «la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi», il nostro impegno deve orientarsi verso una pace che non potrà — e non dovrà — essere strettamente eurocentrica. Al contempo, non dobbiamo dimenticare l'insegnamento del Presidente Sandro Pertini: «È meglio la peggiore delle democrazie della migliore di tutte le dittature». Si tratta di un valore irrinunciabile per la storia dell’Occidente, a dispetto delle sue intrinseche fragilità, oggi amplificate dalle nuove tecnologie: se nelle dittature il consenso si fonda sulla paura in modo esplicito, nelle democrazie la vera sfida del presente è rappresentata dal rischio di un consenso manipolato che usa anche la paura.

Roberto Giuliano

 


 

 

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