Il caso Vannacci: fenomeno spontaneo o costruzione mediatica?
Premetto che non nutro alcuna ostilità personale nei confronti del generale Vannacci. Al contrario, mi dà l'impressione di essere una persona perbene, finita però su un palcoscenico che, probabilmente, non gli apparteneva. Tuttavia alcuni fatti alimentano i miei dubbi. È accaduto con Mani Pulite, che poi così "pulite" non si sono rivelate; è successo con il fenomeno Grillo, che di comico non ha nulla; e mi torna in mente anche quella che considero una sorta di OPA politica sul Partito Democratico, culminata nelle primarie che hanno portato Elly Schlein alla segreteria grazie anche al voto di molti scappati di casa (i non iscritti).
Il caso Vannacci esplode con la pubblicazione del libro Il mondo al contrario. Da quel momento, una parte consistente del sistema mediatico riconducibile alla sinistra scatena una campagna durissima con effetti speciali contro un generale che fino ad allora era praticamente sconosciuto al grande pubblico. Le accuse si susseguono senza sosta: fascista, razzista, islamofobo, misogino, omofobo, esponente della destra più estrema. Una sequenza di etichette che, anziché emarginarlo, finiscono per trasformarsi in una gigantesca operazione pubblicitaria. Migliaia di italiani, soprattutto dell'area del centrodestra, acquistano il libro proprio per verificare se davvero si tratti del nuovo Mein Kampf, come sembrava emergere da numerose recensioni e commenti.
La lettura, però, ci lascia molto sorpresi. Nel volume non c’è nulla di quel immaginario manifesto estremista di come lo hanno descritto. Si leggono invece considerazioni di buon senso, opinioni condivisibili o discutibili, talvolta perfino banali. Non vi è un'elaborazione teorica particolarmente approfondita né un impianto culturale complesso. Certamente alcune frasi, se estrapolate dal loro contesto, possono assumere un significato diverso da quello originariamente inteso dall'autore: è una tecnica di manipolazione comunicativa nota, utilizzata, purtroppo molto spesso nel dibattito politico e mediatico.
Ed è proprio qui che nasce il mio primo dubbio. Se il libro non contiene affermazioni realmente rivoluzionarie o tali da scuotere ed infiammare il dibattito culturale del Paese, perché dedicargli una simile attenzione? Perché trasformare uno sconosciuto in un protagonista della scena politica nazionale?
Una possibile risposta è che una certa sinistra abbia da tempo bisogno di individuare un nuovo avversario simbolico, un nuovo "fascista" da contrapporre alla propria identità politica. Essendo ormai poco credibili (tranne che per i fans) continuare a demonizzare come fascisti la Meloni, Salvini etc. Ma è davvero questa l'unica spiegazione oppure c'è qualcosa di più?
Dopo l'elezione al Parlamento europeo nelle liste della Lega, il generale Vannacci perde progressivamente centralità nel dibattito pubblico. Nonostante l'enorme successo editoriale e la nomina a vicesegretario del partito, la sua figura tende lentamente a normalizzarsi, fino a diventare quella di uno dei tanti dirigenti politici. La situazione cambia nuovamente quando decide di lasciare la Lega e fondare Futuro Nazionale. In apparenza potrebbe sembrare uno dei tanti sommovimenti che hanno caratterizzato la Seconda Repubblica. Eppure, quasi immediatamente, tornano ad accendersi i riflettori. Interviste televisive, dibattiti, approfondimenti, grande spazio mediatico, in particolare su alcune reti televisive e media orientati a sinistra.
È noto che una forte esposizione sui media produce inevitabilmente consenso e notorietà. Da una parte la sinistra continua a garantire ampia visibilità al nuovo soggetto politico; dall'altra il centrodestra cerca di minimizzare la portata della scissione oppure valuta possibili scenari di futura collaborazione.
È comprensibile che la sinistra enfatizzi il fenomeno, nella speranza che esso possa trasformarsi in un elemento di divisione del centrodestra. Non è un caso che alcuni quotidiani sempre orientati a sinistra, insistano contemporaneamente sulla crescita nei sondaggi e sulla definizione di "destra destra", un'espressione tanto efficace sul piano dell’immaginario comunicativo, quanto vago dal punto di vista politico.
L'obiettivo sembra essere duplice: da un lato individuare un nuovo antagonista sul quale concentrare la polemica; dall'altro alimentare ancora una volta la narrazione del fascismo come pericolo imminente, una rappresentazione che, a mio giudizio, convince ormai soltanto la parte militante del loro elettorato.
Da qui nasce il mio secondo interrogativo. È possibile che, consapevolmente o meno, il fenomeno Vannacci sia stato favorito proprio da chi oggi lo combatte? In altri termini, non potrebbe essere diventato il "nemico perfetto", utile sia a chi cerca di dividere il centrodestra sia a chi necessita di un simbolo contro cui mobilitare il proprio elettorato?
Ma esiste poi un'ulteriore questione, raramente affrontata.
La politica e la democrazia costano. Organizzare un partito, costruire una struttura territoriale, sostenere campagne elettorali richiede risorse economiche considerevoli. Oggi i partiti non possono più contare sul finanziamento pubblico come in passato e, inevitabilmente, devono reperire fondi attraverso altri canali. Nella prima repubblica esistevano partiti che rappresentavano dei valori condivisibili o meno e coloro che condividevano quei valori erano insieme al finanziamento pubblico dei sostenitori ma anche per interessi. Ma chi finanzia realmente la politica oggi?
È difficile immaginare che ingenti risorse vengano investite esclusivamente per spirito civico. Più spesso, dietro i finanziamenti, esistono interessi economici che rimangono poco trasparenti agli occhi dei cittadini. Viviamo in un contesto globale nel quale la finanza internazionale esercita un'influenza crescente sulle economie e, indirettamente, anche sulle decisioni politiche.
Da qui il mio ultimo dubbio: chi trae vantaggio da un determinato fenomeno politico e mediatico? Non è possibile che, al di là delle contrapposizioni ideologiche, alcuni grandi interessi economici sostengano soggetti politici apparentemente contrapposti? Al capitale, in fondo, interessa soprattutto la tutela dei propri investimenti, indipendentemente dal colore politico dei governi.
Non considero questa una teoria del complotto, né una critica al capitalismo in quanto tale. Ritengo però che il capitalismo, privo di adeguati contrappesi, possa privilegiare esclusivamente la logica del profitto. Durante l'equilibrio internazionale nato dagli accordi di Yalta abbiamo conosciuto forme di capitalismo temperate da forti garanzie sociali. Oggi quegli equilibri sono profondamente cambiati.
E’ utile che i cittadini comincino ad interrogarsi per essere consapevoli, quando vanno a votare chi finanzia realmente i singoli partiti, e quali interessi essi rappresentano, ma anche porci quali strumenti vanno creati, affinché il sistema democratico possa tutelarsi e dunque tutelarci da eventuali eccessi della finanza nazionale ed internazionale. Mi torna alla mente una delle frasi più celebri di Giovanni Falcone, che continua a rappresentare un metodo di analisi ancora attuale: "Seguite i soldi."
Roberto Giuliano


