lunedì 2 novembre 2026

Senza soldi non c’è politica. Ma senza trasparenza non c'è democrazia.

 

Senza soldi non c’è politica. Ma senza trasparenza non c'è democrazia.

Senza soldi non si fa politica, senza soldi non si fa beneficenza, senza soldi non si organizzano eventi e manifestazioni, senza soldi non funzionano i media, senza soldi non c’è propaganda, senza soldi non ci sono coloro che educano all’odio sociale e politico, senza soldi non c’è la mafia o la criminalità, senza soldi la stessa democrazia muore. Questa ovvietà — proprio perché tale — non viene quasi mai considerata come un elemento chiave per comprendere le dinamiche sociali, men che meno in un sistema democratico.

Con questo non si vuole negare l’esistenza di problematiche legate al disagio sociale, specie quando sfociano in forme di protesta violente che non possono ovviamente essere giustificate. Tuttavia, quando queste proteste si generalizzano, dimostrano l’esistenza di una rete che, per reggersi, necessita di un supporto anche logistico: è qui che nasce la differenza fondamentale tra una protesta spontanea e una organizzata. Sapere chi finanzia chi e cosa è vitale per la democrazia, perché senza trasparenza non c'è democrazia.

Prendiamo il caso della CGIL che finanzia dei movimenti studenteschi: per la mia esperienza sindacale è una dinamica anomala, benché certamente non illegale. Ricordo che da giovane, quando iniziai a collaborare con la Cgil per organizzare le leghe dei disoccupati durante la stagione della legge 285 per l’occupazione giovanile, nel movimento si discuteva dell'opportunità di unire le lotte dei disoccupati a quelle degli studenti, ipotizzando — attraverso una lettura ideologica della realtà — che questi ultimi fossero i disoccupati di domani. Io mi battei contro questa visione, scontrandomi con una parte dei compagni comunisti, poiché la nostra priorità sindacale era supportare i giovani lavoratori a trovare un impiego concreto attraverso gli strumenti offerti dalla nuova legge. La voce di questa mia posizione si sparse nei “corridoi” della Cgil, al punto che ricevetti una telefonata dal segretario nazionale generale aggiunto, Agostino Marianetti: mi comunicava che la questione era stata discussa in segreteria e che si era deciso di tenere i due piani separati a causa delle diverse problematiche, aggiungendo che lo stesso Luciano Lama gli aveva chiesto di contattarmi per confermarmi la linea dell'organizzazione.

È vero che i tempi sono cambiati, ma quale senso ha oggi finanziare — visto che neanche i bilanci dei sindacati navigano nell'oro — parti del movimento studentesco? Forse si è passati dal sindacato di proposta al sindacato di protesta? 

È il ritorno di un vecchio virus di matrice massimalista, secondo cui la piazza conterebbe più del Parlamento, mentre per il sindacato riformista la piazza rappresenta soltanto un sostegno alle proposte da discutere con le controparti. La differenza è abissale: da un lato si utilizzano le regole democratiche per incidere sulle decisioni del governo, educando le masse al confronto civile; dall’altro si usa la piazza — garantita proprio dalle libertà democratiche — come strumento messianico di una rivoluzione catartica contro un nemico, sia esso il Governo o la Confindustria, educando al ribellismo fine a sé stesso.

Il problema della democrazia nell'era post-Yalta è che i cittadini hanno il diritto di sapere da dove arrivano i finanziamenti, poiché da ciò dipende la qualità stessa della democrazia. Nella Prima Repubblica sapevamo tutti che le forze politiche e le associazioni collaterali erano finanziate dagli alleati (quelle filo-occidentali) o dall’Unione Sovietica (quelle comuniste), anche se i compagni raccontavano di finanziarsi esclusivamente con il tesseramento e le Feste dell'Unità. C’era un equilibrio geopolitico noto a chiunque volesse vederlo. Oggi lo scenario è radicalmente diverso: non solo attraversiamo una crisi internazionale complessa e con alleanze fluide, ma assistiamo a un proliferare di soggetti opachi: dai finanziamenti di attori come George Soros ai multimiliardari delle multinazionali tecnologiche e farmaceutiche, dai fondi d'investimento dei Paesi arabi alla Russia, alla Cina, fino a capitali provenienti da società europee. È tutto legale? È tutto lecito?

Sarò anche ingenuo, ma di norma chi dà qualcosa pretende qualcosa in cambio. Esistono i benefattori, gli utopisti e gli altruisti, ma credo che nel mondo della finanza in particolare, predominino i cinici e i narcisisti che adorano il dio denaro, ben più che i filantropi mossi dall'amore per l'umanità. Non voglio dipingere una realtà interamente buia, ma abbiamo il dovere, per difendere la democrazia e gli uomini di buona volontà, di imporre regole trasparenti che permettano ai cittadini di esprimere il proprio consenso con la minor manipolazione possibile. Se un fondo d'investimento straniero finanzia, sotto le mentite spoglie della beneficenza, un'associazione che commette reati — seppur ammantati di nobili intenti umanitari, come bloccare strade, imbrattare monumenti o sabotare opere pubbliche —, non siamo forse di fronte a un attentato e a un tradimento della nostra Costituzione?

E se scoprissimo che le campagne contro il referendum sul nucleare sono state finanziate dai Paesi da cui compriamo l’energia, quelle associazioni avrebbero agito impunemente? Se giornali, media e social sono finanziati da gruppi economici stranieri occulti, possiamo davvero considerarne l'informazione libera e non manipolatoria?

Le stesse manifestazioni di questi giorni sia quelle violente che pacifiche, con viaggi, striscioni, tende,furgoncini, bandiere etc. chi le finanzia?  

Se spostiamo questo ragionamento sulla politica — oggi particolarmente vulnerabile a causa della drastica riduzione dei fondi pubblici ai partiti —, diventa imprescindibile stabilire che è un diritto del cittadino conoscere i flussi di denaro che la sostengono. Non amo il sistema elettorale americano, ma la trasparenza dei fondi è totale e alla luce del sole: nessuno si scandalizzò quando Ronald Reagan propose la "Guerra Stellare" e fu finanziato apertamente dalle industrie degli armamenti.

La trasparenza non è un vincolo burocratico né un orpello formale, ma l'ossigeno senza cui il sistema democratico soffoca. Fino a quando permetteremo che i fili della nostra vita pubblica vengano tirati da burattinai invisibili e da interessi opachi, il voto del cittadino corre il rischio di essere una finzione, forse questo spiega anche l’alto tasso di astensione tipico della Seconda Repubblica. Restituire limpidezza ai finanziamenti della politica, dei media e dei movimenti significa difendere la sovranità popolare da ogni forma di ingerenza occulta e riconsegnare ai cittadini il controllo consapevole del proprio futuro.

 

foto prodotta con IA
 

giovedì 29 ottobre 2026

La rabbia non è politica: il dissenso nell’era dei social quando la protesta diventa manipolazione

 

La rabbia non è politica: il dissenso nell’era dei social quando la protesta diventa manipolazione

C’è un bombardamento mediatico sulle manifestazioni di questi giorni, studentesche e non solo. Da una parte, giornalisti che sembrano impegnati a spegnere ogni incendio; dall’altra, commentatori che continuano a interpretare la realtà attraverso le categorie del Novecento o filtrandola attraverso i ricordi della propria giovinezza. Poi ci sono i leoni da tastiera, pronti a dividere il mondo in due schieramenti contrapposti: da un lato, chi denuncia una repressione brutale; dall’altro, chi ritiene che le forze dell’ordine abbiano fatto bene a intervenire. Sui social, pochi sembrano disposti a fermarsi, porsi delle domande e cercare di comprendere la complessità dei fatti. Ognuno rivendica la propria verità e chi non la condivide viene immediatamente etichettato come fascista o comunista. Eppure, proprio quando il dibattito pubblico si polarizza, sarebbe necessario recuperare la capacità di distinguere, analizzare e interrogarsi. Perché la democrazia non si difende scegliendo una tifoseria, ma attraverso il confronto, il rispetto delle regole e la capacità di riconoscere le ragioni degli altri.                                                                                                                               La prima domanda è inevitabile: la violenza può essere giustificata da motivazioni sociali? La risposta, in una democrazia, non può che essere negativa. Le ingiustizie, le disuguaglianze e il mancato riconoscimento dei diritti possono alimentare la protesta, ma non costituiscono una giustificazione automatica della violenza. Diverso è il contesto di un regime autoritario, nel quale manifestare il proprio dissenso può significare mettere a rischio la propria vita, perché chi protesta può essere ucciso dalle forze di sicurezza. In una democrazia, invece, chi viola la legge deve risponderne secondo le regole dello Stato di diritto. Questo non significa rinunciare alla funzione rieducativa della pena o ignorare le condizioni personali di chi commette un reato. Significa, al contrario, riconoscere che la responsabilità individuale e il rispetto delle garanzie giuridiche che sono elementi essenziali di una convivenza democratica.                                                                  La seconda domanda riguarda le responsabilità delle istituzioni: Uno Stato può essere inadempiente nei confronti dei cittadini: nella sanità, nella giustizia, nella scuola, nel sistema pensionistico, nei salari e nelle politiche sociali. Ma queste inadempienze possono giustificare la violenza collettiva o di gruppo? Anche in questo caso, la risposta deve essere negativa. In una democrazia esistono strumenti costituzionalmente garantiti per contestare le decisioni dei governi, rivendicare diritti e promuovere cambiamenti. La storia italiana dimostra che molte conquiste sociali ed economiche sono state ottenute attraverso la mobilitazione dei cittadini, le lotte sindacali, le manifestazioni di piazza e le battaglie parlamentari. Naturalmente, anche in passato non sono mancati scontri con le forze dell'ordine e danneggiamenti di beni pubblici e privati. Ma le azioni violente riconducibili a gruppi extraparlamentari o ai cosiddetti Black Bloc sono state condannate dalle organizzazioni politiche e sindacali, che le consideravano un ostacolo alle loro rivendicazioni e un possibile strumento per delegittimarne le ragioni. Il punto, dunque, non è negare il conflitto sociale, che è parte integrante della democrazia, ma distinguere tra il diritto di protestare e la pretesa di poterlo esercitare senza limiti.                                                                                                                                  La terza domanda riguarda gli obiettivi della protesta: per che cosa si lotta, oggi? Le mobilitazioni del passato erano legate a rivendicazioni riconoscibili: contratti di lavoro, salari, diritti, modifiche legislative e provvedimenti economici.  Un esempio significativo è stata la battaglia condotta dal Partito comunista italiano contro il taglio della scala mobile. Fu una mobilitazione politica e sociale di grande portata, accompagnata da manifestazioni di massa e da una dura opposizione parlamentare. Quando il provvedimento venne comunque approvato, il PCI promosse un referendum popolare, che tuttavia perse. Questo è il gioco democratico: si accetta l'esito delle procedure democratiche, ma sentendo le argomentazioni degli eredi del PCI, viene da chiedersi quanto di quella cultura sia rimasta, il senso dello stato e la responsabilità politica mi sembrano valori smariti.                                                                                                    C'è poi una quarta domanda, forse la più scomoda: chi organizza e finanzia le proteste di oggi?                  Le grandi mobilitazioni del passato erano promosse e finanziate dai partiti di massa, sindacati e organizzazioni capaci di aggregare milioni di persone attorno a obiettivi condivisi. Quel mondo, però, non esiste più. I partiti attuali non hanno la stessa struttura organizzativa e la stessa capacità di radicamento sociale delle grandi forze politiche della Prima Repubblica. I social network non si limitano a diffondere messaggi: contribuiscono a orientare il dibattito pubblico, influenzano le agende politiche e modificano le modalità attraverso cui si costruisce il consenso. Da una politica che mobiliava su proposte concrete oggi abbiamo una politica che si rivolge all’individuo social utilizzando strategie di generalizzazione e banalizzazione delle complessità sociali e geopolitiche. Ciò è possibile perché nei social non c’è un confronto politico e l’individuo, all’interno del social, vive in una condizione cognitiva di “anomia sociale” dove il messaggio che condivide, grazie al nostro “pensiero veloce” gli offre una sensazione di appartenenza virtuale e di socializzazione identitaria che in realtà è manipolazione.

Siamo passati da una politica che cercava di mobilitare le persone attorno a proposte concrete, a una comunicazione che spesso si rivolge direttamente all'individuo, facendo leva sulle emozioni, sulle paure e sul senso di appartenenza. La complessità dei problemi sociali e geopolitici viene così compressa in messaggi semplici, slogan immediati e contrapposizioni nette. Il rischio è che il consenso digitale venga scambiato per coscienza politica e che la condivisione di uno slogan venga confusa con la partecipazione consapevole alla vita democratica. Molti ragazzi crescono in un ambiente nel quale i social occupano una parte rilevante della vita quotidiana, ma non sempre dispongono degli strumenti critici necessari per interpretare i messaggi che ricevono. La ricerca di riconoscimento, il bisogno di appartenenza e il desiderio di affermare la propria identità possono renderli vulnerabili a slogan capaci di trasformare il disagio in rabbia e la rabbia in contrapposizione. L’aspetto “innovativo” è la partecipazione a queste violenze di minori i quali vivono nei social e non hanno una coscienza politica, vengono manipolati dagli slogan che li incitano a protestare e al gioco del virtuale consumistico dove l’apparire, l’avere o il possesso, da senso al vuoto esistenziale di questi giovani.   Quando la politica dice solo: “state rubando il futuro ai giovani” sta istigando i giovani ad essere violenti, perché alla politica compete oltre a denunciare, fare delle proposte per dare una speranza per cui lottare. La rabbia, da sola, non costruisce un futuro ed è altamente manipolabile. Un nuovo fenomeno è la mancanza di integrazione ai valori della democrazia dei giovani di seconda generazione e non solo, dove tra cattivi maestri e l’influenza della religione può diventare un elemento identitario nella sua versione radicale o fondamentalista. Altro elemento che nessuno poteva prevedere è il ruolo dei social nell’organizzare una protesta senza autorizzazioni (perché si pensa che in democrazia la protesta non ha regole) ma solo per trasgredire, tipico dell’età adolescenziale. I social aprono un capitolo nuovo e inedito sia per le istituzioni ma anche per le famiglie, le quali non sanno cosa fanno i ragazzi e cosa maturano nella loro psiche in quelle ore che passano davanti al telefonino o al PC.  La società digitale se da un lato ci tiene in connessione con il mondo dall’altro corre il rischio di toglierci specialmente ai giovani la connessione umana, fatta certamente anche di rabbia e dolore ma fondamentalmente di relazione umana, socializzazione ed empatia che permette di cogliere che colui che non condivide le tue idee comunque è un tuo amico, sono quelle connessioni che si creano giocando, aiutandosi, esprimendo le proprie paure e insofferenze, che nascono prima di una presunta coscienza politica. Per gli adolescenti, il desiderio di sfidare i limiti fa parte di una fase delicata della crescita. Quando questa tendenza incontra messaggi che esaltano lo scontro, può essere sfruttata da soggetti interessati a utilizzare i giovani per finalità politiche o religiose. Il vandalismo viene allora presentato come una forma di ribellione, mentre le forze dell'ordine diventano il bersaglio di una narrazione che tende a criminalizzarle in quanto tali. Bisogna avere il coraggio di chiamare le cose con il proprio nome: usare il disagio sociale (che ha una sua dignità e pudore) come scusa per la violenza, in un paese democratico è da eversivi consapevoli, che utilizzano oggi i minori perché facilmente manipolabili per realizzare una società Orwelliana.                                                                                                                                                                                       Capire i mutamenti sociali che stiamo attraversando è un dovere per la politica ma essa deve sapere essere classe dirigente sia le forze politiche che stanno al governo che all’opposizione, perché in democrazia esiste l’alternanza, ma è grave che forze politiche, istituzioni come la magistratura ed intellettuali dell’ovvio, giustificano la violenza solo per qualche like o qualche voto, perché scivolano dalla democrazia verso l’eversione della stessa.

 


 

martedì 20 ottobre 2026

Qui nessuno è straniero: quando la scuola diventa terreno di scontro politico

 

Qui nessuno è straniero: quando la scuola diventa terreno di scontro politico

In molte scuole si trovano lenzuoli utilizzati come manifesti sui quali campeggia una frase: «Qui nessuno è straniero». Un’affermazione condivisibile. La scuola è di tutti e deve sostenere gli alunni più fragili, non attraverso promozioni facili, come qualcuno potrebbe equivocare, ma offrendo loro gli strumenti necessari per sviluppare competenze, acquisire conoscenze e apprendere modelli di socializzazione e convivenza attraverso lo studio. Ma se tutto questo dovrebbe rappresentare un principio ovvio, perché oggi si sente la necessità di ribadirlo pubblicamente, quasi fosse una dichiarazione di principio da esibire?

Probabilmente, la comparsa di questi manifesti è legata alle polemiche sul numero di alunni stranieri presenti nelle classi. Eppure, una prima proposta in questa direzione era stata avanzata dall’attuale Presidente della Repubblica quando ricopriva l’incarico di ministro, senza suscitare, allora, particolari proteste. Una circolare che, per quanto riguarda il principio richiamato, era stata accolta positivamente. Mi domando, quindi, perché oggi si avverta il bisogno di esporre questi lenzuoli, quasi a voler contestare indirettamente una misura che riprende, sia pure in una forma diversa, un orientamento già espresso in passato. Forse perché, quando una proposta proviene da un governo di centrodestra, diventa automaticamente sospetta di autoritarismo o addirittura di fascismo? È una domanda che merita una riflessione. Si ha talvolta l’impressione che una parte della sinistra, invece di confrontarsi nel merito delle questioni, preferisca alimentare pregiudizi e fantasmi ideologici, utili soprattutto a consolidare il consenso della propria base.

Il problema, tuttavia, non si esaurisce nella polemica politica. Occorre interrogarsi sul significato concreto dell’inclusione scolastica. Prevedere una presenza equilibrata di studenti stranieri nelle classi non significa ghettizzare o discriminare. Al contrario, rappresenta una misura inclusiva, perché la conoscenza della lingua è una condizione fondamentale per favorire l'apprendimento, la comunicazione e l'integrazione. Senza una lingua condivisa, infatti, il rischio è che la classe si trasformi in una sorta di Babele, con difficoltà che coinvolgono non soltanto gli alunni, ma anche gli insegnanti. Quando un ragazzo non riesce a comunicare, a farsi comprendere dai compagni o a partecipare pienamente alla vita della classe, può sviluppare frustrazione e un senso di abbandono. Nel tempo, queste difficoltà rischiano di compromettere l'autostima e di favorire comportamenti oppositivi. La mancanza di relazioni e di occasioni di socializzazione può inoltre spingere alcuni ragazzi a rifugiarsi sempre più nel mondo virtuale, dove possono entrare in contatto con modelli di comportamento devianti, talvolta percepiti come normali o addirittura desiderabili.

C’è però un altro aspetto che considero ancora più preoccupante: chi scrive questi manifesti che proclamano, in nome della democrazia, un principio apparentemente indiscutibile? Sono gli studenti oppure gli insegnanti? Se sono gli studenti a realizzarli, bisognerebbe innanzitutto comprendere in quale contesto sia maturata l’iniziativa e quale significato le attribuiscano. Una volta conclusa l'eventuale mobilitazione, la dirigenza scolastica dovrebbe valutare se e come ricondurre l'iniziativa nell'ambito delle normali attività didattiche, salvo situazioni particolari, come un'occupazione dell'istituto. Se, invece, i manifesti sono stati ideati o fatti realizzare dagli insegnanti, la questione assume una dimensione diversa e chiama in causa il loro ruolo istituzionale. Gli insegnanti sono esseri umani, con le proprie convinzioni, sensibilità e legittime opinioni politiche. Tuttavia, nell'esercizio della loro funzione, dovrebbero evitare di trasformare tali convinzioni in messaggi che possano condizionare gli alunni o suggerire loro quale posizione politica assumere. La scuola deve educare al confronto e alla conoscenza, non diventare uno strumento di propaganda, qualunque sia l'orientamento ideologico da cui essa provenga.

È vero che gli insegnanti sono spesso poco retribuiti rispetto alla responsabilità e all'importanza sociale del loro lavoro. Ma questo non può giustificare eventuali forme di protagonismo ideologico né l'utilizzo degli studenti come destinatari delle proprie frustrazioni professionali o sociali. Naturalmente, sarebbe sbagliato generalizzare. Nel mondo della scuola operano migliaia di insegnanti preparati e appassionati, consapevoli della delicatezza del proprio compito. Esistono tuttavia anche minoranze che sembrano interpretare il ruolo educativo non tanto come trasmissione di conoscenze e sviluppo del pensiero critico, quanto come occasione per trasformare la società secondo una determinata visione del mondo. È una concezione che richiama, in parte, l'ambizione di costruire quell'«uomo nuovo» presente nella tradizione del pensiero marxista. A mio avviso, alcune di queste impostazioni culturali continuano a esercitare un'influenza significativa in determinati ambienti intellettuali, nonostante la crisi storica delle teorie marxiste e, in particolare, di quelle gramsciane. Nel corso degli anni, queste culture hanno consolidato una presenza in alcuni luoghi strategici della produzione e della diffusione del sapere: dalle università ai mezzi di comunicazione, fino al mondo della scuola.

Non si tratta, naturalmente, di invocare epurazioni o di sostituire un'egemonia culturale con un'altra. Sarebbe una contraddizione rispetto agli stessi principi democratici che si intendono difendere. Si tratta, piuttosto, di promuovere un confronto culturale serio, anche aspro quando necessario, nel quale nessuno possa considerarsi depositario esclusivo della verità. Una cultura autenticamente democratica dovrebbe essere capace di riconoscere i pregiudizi ovunque si manifestino, compresi quelli che appartengono a se stessi. Siamo spesso molto abili nell'individuare gli errori e le contraddizioni degli altri, mentre fatichiamo a riconoscere i nostri.

La democrazia, si fonda sul dialogo, sul confronto tra posizioni diverse e sulla possibilità di mettere in discussione le proprie convinzioni. Chi non la pensa come noi non diventa automaticamente fascista o comunista: è semplicemente una persona che esprime un'opinione differente. E proprio questa diversità che dovrebbe costituire uno stimolo per approfondire le questioni, elaborare nuove argomentazioni e verificare criticamente le proprie idee. È qui che si misura la funzione fondamentale della scuola. Gli insegnanti non devono sostituirsi alle famiglie o agli psicologi nell'affrontare ogni aspetto della crescita personale degli alunni. Hanno però la responsabilità di trasmettere conoscenze, insegnare la storia e la cultura del nostro Paese e, soprattutto, fornire gli strumenti per interpretare la realtà in modo autonomo.

Il loro compito non dovrebbe essere quello di indicare agli studenti che cosa pensare, ma di aiutarli a imparare come pensare. Per farlo, devono stimolare il dubbio, la curiosità e la capacità di distinguere tra fatti, opinioni e pregiudizi. Un obiettivo che oggi è ancora più importante, perché i ragazzi si trovano ad affrontare non soltanto le complessità del mondo reale, ma anche quelle, spesso più insidiose, della realtà virtuale. Un universo digitale che evolve rapidamente e che non sempre è pienamente conosciuto dagli stessi insegnanti. Per questa ragione, non si può lasciare che la scuola affronti da sola una sfida tanto complessa: servono formazione, strumenti adeguati e un sostegno concreto da parte delle istituzioni. L'inclusione non può ridursi a uno slogan scritto su un lenzuolo, così come la democrazia non può essere rivendicata da una sola parte politica. Entrambe richiedono un impegno quotidiano, fatto di conoscenza, responsabilità e rispetto delle differenze.

La scuola dovrebbe essere il luogo nel quale si impara a convivere con chi è diverso da noi, senza rinunciare al confronto critico e senza trasformare ogni dissenso in uno scontro ideologico. Perché educare alla democrazia significa, prima di tutto, insegnare al rispetto dell’altro e a riconoscere i propri pregiudizi e ad accettare che nessuno possiede, da solo, tutta la verità.

Roberto Giuliano

 

 

Senza soldi non c’è politica. Ma senza trasparenza non c'è democrazia.

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