domenica 22 febbraio 2026

Dopo il comunismo, evoluzione/ involuzione del Capitalismo

 

Dopo il comunismo, evoluzione/ involuzione del Capitalismo

Con la scomparsa dell’Unione Sovietica e del suo sistema ideologico, molti hanno creduto che il mondo potesse finalmente prosperare in pace. Si pensava che i conflitti si sarebbero risolti attraverso il dialogo e il compromesso, e che la democrazia liberale rappresentasse l’approdo naturale della storia.

Era una visione ottimistica, forse ingenua, che dimenticava un elemento essenziale: l’essere umano resta, sempre, portatore tanto del bene quanto del male.

Nel 1991, nell’enciclica Centesimus Annus, Papa Giovanni Paolo II ricordava che il fallimento del comunismo non significava automaticamente la fine della povertà, né decretava il capitalismo come unica soluzione ideale. Era un monito profetico: la vittoria su un sistema non equivale alla perfezione dell’altro.

Che il capitalismo abbia prevalso sul comunismo è un fatto storico. Ma il capitalismo non coincide necessariamente con la democrazia. Può convivere con sistemi molto diversi tra loro: democratici, illiberali, oligarchici, autoritari, persino teocratici. Oggi Russia e Cina ne sono un esempio evidente: economie capitaliste inserite in assetti politici non liberali.

Il capitalismo, in altre parole, sopravvive e si espande al di là del sistema di governo. Nei regimi non democratici, i cittadini sanno di vivere senza libertà politiche. Più complesso è il rapporto tra capitalismo e democrazia, perché quest’ultima promette benessere diffuso, diritti, mobilità sociale.

In Europa il capitalismo si è storicamente intrecciato con lo Stato sociale, assumendo caratteristiche diverse da quello americano. Ma con la fine del comunismo il capitalismo ha conosciuto una trasformazione profonda: dalla fase industriale a quella finanziaria.

La finanza non è solo uno strumento a sostegno dell’economia reale; è diventata un attore autonomo, capace di orientare scelte politiche e assetti sociali. Nei sistemi democratici del dopoguerra era la politica a definire le regole entro cui economia manifatturiera e finanza dovevano muoversi. Questo equilibrio garantiva consenso: la politica aveva il dovere, morale ed elettorale, di migliorare le condizioni di vita dei cittadini.

Nel capitalismo industriale valeva la regola marxiana: chi controlla i mezzi di produzione esercita il potere economico, ma all’interno di regole condivise. Nel capitalismo finanziario, invece, la politica perde progressivamente autonomia e capacità di indirizzo, fino a diventare spesso ostaggio dei della finanza.

Oggi potremmo parafrasare Marx dicendo che chi controlla la comunicazione controlla la politica e l’economia. Nella società dell’informazione, il consenso può essere costruito anche senza benessere diffuso, attraverso la gestione e la polarizzazione delle notizie. Ognuno si forma un’idea della realtà sulla base delle informazioni che riceve.

La polarizzazione diventa così uno strumento di governo: divide l’opinione pubblica su temi identitari, spesso secondari rispetto ai bisogni primari, mentre il disagio sociale viene attribuito, di volta in volta, al “nemico” designato. Nulla di completamente nuovo — il “divide et impera” era già noto ai romani — ma oggi le tecniche sono più sofisticate.

Il passaggio dal capitalismo industriale a quello finanziario non è solo economico, è anche valoriale. Nel modello manifatturiero il lavoratore-consumatore era centrale: la produzione e il consumo alimentavano lo sviluppo. Nel capitalismo finanziario, invece, il lavoro perde centralità. Se un’azienda chiude o un territorio si impoverisce, per la finanza speculativa non è necessariamente un problema.

La logica dominante diventa quella del profitto immediato, un capitalismo senza anima,  sganciato da una visione di lungo periodo. Si bruciano risorse senza costruire futuro. E questa miopia finisce per contagiare anche la politica, sempre più condizionata da interessi finanziari e da orizzonti elettorali brevi.

In Italia, la trasformazione è stata evidente nella transizione dalla Prima alla Seconda Repubblica, con un progressivo ridimensionamento dello Stato sociale. Anche i partiti hanno cambiato pelle, adattandosi a nuove logiche di consenso e di finanziamento, che rendono i partiti alla mercè della finanza, avendo abolito il finanziamento pubblico.

In Italia abbiamo assistito ad un approccio finanziario nella politica ed è il caso del Partito Democratico dove gli iscritti votano un segretario e mediante un sistema senza vere regole (le primarie) avviene una Opa ostile per cui degli elettori/investitori decidono un altro segretario. Non è casuale che questo partito smette di lottare per la giustizia sociale (per non disturbare il capitale) e si configura come il partito dei diritti civili, facendone di tali diritti una ideologia divisiva come ogni ideologia.

Ma il cuore della democrazia resta il controllo del potere da parte dei cittadini. Perché questo sia possibile, occorrono regole trasparenti sul ruolo della finanza, sui finanziamenti alla politica, ai media, e sui rapporti tra interessi economici e istituzioni.

Senza questa chiarezza, il rischio è che la democrazia resti una forma, mentre il potere reale si sposta altrove. L’illusione della “fine della storia” diventa un diversivo funzionale ad una instabilità permanente, in cui il conflitto non scompare, ma nasconde il volto del nuovo potere, e noi staremmo a discutere di fascismo e antifascismo.

Roberto Giuliano


 

 

giovedì 12 febbraio 2026

La Follia Manichea anche sul Referendum

 

La Follia Manichea anche sul Referendum

La nostra visione positivistica ci porta a credere che il progresso sia sempre e comunque un bene. In realtà non è così. Il progresso non è intrinsecamente positivo o negativo: dipende dall’uso che ne facciamo. L’evoluzione tecnologica, ad esempio, rappresenta senza dubbio una conquista straordinaria, ma anche in questo caso tutto dipende da come viene orientata e applicata. La scoperta dell’energia nucleare ne è un esempio emblematico: ha prodotto distruzione, ma anche benessere, se pensiamo al suo impiego in ambito sanitario ed energetico.

La vita umana, in generale, e quella occidentale in particolare, necessita di cultura, intesa come conoscenza. Il progresso scientifico è certamente una dimensione della cultura, ma il suo utilizzo dipende dalla cultura umanistica, cioè dal prodotto dell’elaborazione umana, dalla capacità di interpretare e orientare ciò che la scienza rende possibile.

L’essere umano è profondamente condizionato dall’imprinting familiare, dal contesto sociale e istituzionale in cui nasce e cresce, nonché dai gruppi relazionali che frequenta. Per questo motivo l’uomo evolve, ma può anche involvere. Le nuove tecnologie, ad esempio, non solo accompagnano l’evoluzione umana, ma anche l’involuzione, contribuendo a modificare profondamente i comportamenti, le modalità di relazione e persino la struttura del pensiero.

Senza voler sostenere nostalgicamente che “si stava meglio quando si stava peggio”, è difficile non osservare, dal punto di vista culturale e politico, una certa involuzione. Basti ricordare – e invito i più giovani a verificarlo – il livello del dibattito culturale nella Prima Repubblica, sulle pagine di riviste come Rinascita, Mondoperaio, La Discussione, Il Borghese e molte altre. Erano luoghi di confronto che si proponevano l’obiettivo, ambizioso e visionario, di interpretare l’Italia, il mondo e la geopolitica. Oggi quella ricchezza di analisi appare impoverita. Sono inoltre scomparsi molti luoghi di confronto giovanile, come le sezioni di partito; restano le parrocchie e un associazionismo spesso settoriale e tematico.

Questo arretramento culturale non nasce oggi: affonda le sue radici nel passato e si è affermato lentamente, come un virus ritenuto inizialmente ininfluente e quindi mai realmente contrastato. La cultura protestataria e ribellista di alcuni movimenti extraparlamentari, insieme a episodi come il cosiddetto “teorema Calogero”, che ipotizzava la rilevanza penale della condivisione di idee estremiste, possono essere letti come primi segnali di una deriva verso il pensiero unico. L’incontro tra ribellismo ideologico e uniformità del pensiero ha generato una miscela tossica, amplificata dai media.

Dal pensiero complesso, tipico della maturità e capace di indagare la realtà nella sua dimensione poliedrica – dal comportamento umano alle istituzioni democratiche, fino alla politica internazionale – stiamo scivolando verso un pensiero polarizzato e manicheo. Una forma di pensiero infantile che riduce tutto al bianco e nero, incapace – o forse non interessata – a cogliere le sfumature dell’arcobaleno.

L’involuzione culturale non è casuale. Così come l’acquisizione di una competenza richiede impegno e fatica, anche il declino culturale può essere funzionale a una più facile manipolazione del consenso. I segnali di questo degrado sono molteplici: non solo nei fatti di cronaca che raccontano il disagio giovanile e sociale, ma anche nel decadimento delle funzioni istituzionali, che alimenta nel cittadino un senso di impotenza e rassegnazione.

La politica ha certamente una responsabilità. Prigioniera essa stessa della dicotomia manichea, ha trasformato il dialogo tra diversi – fondamento della democrazia – in tifoseria. L’avversario politico diventa un nemico; lo si criminalizza per rafforzare la propria fazione e rispondere al bisogno di individuare un colpevole. Si moltiplicano così operazioni di distrazione di massa, che polarizzano il dibattito su temi semplificati e impediscono di affrontare la complessità dei problemi.

Anche il confronto referendario viene spesso sottratto al merito delle questioni per essere ridotto a scontro identitario. Si ricorre a slogan: “Se voti sì favorisci il governo”, “chi vota sì è fascista”, “vogliono controllare la magistratura perché sono corrotti”. Si tratta di formule che alimentano un richiamo primitivo all’appartenenza: “noi siamo il bene”, “chi non è con noi è contro di noi”. Non si riconosce all’avversario il diritto di avere un’idea diversa; anzi, se perdono, si legittima la ribellione alla volontà della maggioranza.

Questo cortocircuito tossico è il prodotto di un intreccio tra social media, sistema mediatico e politica, aggravato da meccanismi elettorali che favoriscono la polarizzazione. Il precetto democratico del dialogo e del confronto presuppone partiti organizzati in comunità valoriali e identitarie capaci di mediazione; ma se prevale la logica della contrapposizione assoluta, la democrazia si indebolisce.

 

L’arretramento culturale nasce anche dall’intreccio tra due fattori: da un lato, un elettorato che non si riconosce nella logica del manicheismo e della tifoseria politica e che, per questo, sceglie di non votare; dall’altro, un sistema elettorale che finisce per amplificare il peso delle minoranze più estreme. L’astensione della maggioranza degli italiani produce così una rappresentanza sproporzionata delle componenti più radicali, rafforzando un estremismo identitario che risulta facile da comunicare e da comprendere, perché parla alla pancia e intercetta il qualunquismo diffuso, risultando più facilmente comprensibile rispetto alla complessità.

Così anche uno strumento democratico come il referendum, che ha inevitabilmente una dimensione politica, si trasforma in un fattore divisivo non tanto per le scelte in sé, quanto per il modo in cui vengono presentate: si evita il confronto nel merito e si sostituisce con anatemi e scomuniche verso chi voterà SI.

Roberto Giuliano 

 


 

 

giovedì 4 dicembre 2025

Dopo Yalta, l’Europa senza bussola e le due Zitelle Europee

 

Dopo Yalta, l’Europa senza bussola e le due Zitelle Europee

Per secoli il Vecchio Continente è stato un teatro di guerre cicliche: ogni dieci anni, un nuovo conflitto riaccendeva le rivalità tra imperi francesi, britannici, spagnoli e austro-ungarici. Non fu la maturità dell’umanità a mettere fine a questa spirale, ma l’atomica nelle mani delle potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale. L’arma assoluta impose, suo malgrado, una tregua lunga quasi mezzo secolo.

Prima di Yalta le aristocrazie europee si scambiavano territori come fossero pedine, rinsaldando alleanze tramite matrimoni dinastici che, proprio come nel titolo del film Parenti serpenti, finivano spesso per produrre nuovi scontri. Con gli accordi del 1945, invece, il mondo si divise in due blocchi e il Consiglio di Sicurezza dell’ONU — dominato dalle potenze vincitrici — congelò per decenni gli equilibri globali.

Era un mondo teso ma non manicheo. In Occidente si poteva essere comunisti purché si accettassero le regole del gioco: Nato, democrazia liberale, riconoscimento dell’ordine europeo. La politica era conflittuale, ma non polarizzata come oggi.

La caduta del Muro di Berlino spense l’utopia comunista e accese un’altra speranza: quella di un’Europa finalmente unita, pacifica, prospera. Ma venne a mancare anche il freno che aveva contenuto il capitalismo finanziario, costretto, durante la Guerra fredda, a non alienarsi i ceti popolari per evitare derive filocomuniste. Negli anni Novanta, senza più contrappesi ideologici, la finanza globale trovò nuove terre da colonizzare. L’Europa, priva di alternative sistemiche, divenne terreno fertile.

Le guerre, come quasi sempre nella storia, tornarono a bussare alla porta del continente per motivi economici: la Jugoslavia esplose, erosa da nazionalismi e interessi esterni, cancellando l’unico Paese comunista non allineato a Mosca. La Nato intervenne, sebbene nata come alleanza difensiva, per evitare diciamo un massacro intraeuropeo.

Il crollo dell’ordine di Yalta lasciò un vuoto ancora oggi presente. Nel frattempo emergono nuovi protagonisti: i BRICS, la Turchia, l’Iran, l’Arabia Saudita, mezzo continente africano. Gli Stati Uniti, soprattutto nella fase gestita dal partito democratico post-1990, hanno spesso agito come se potessero governare il mondo da soli: le “guerre per esportare la democrazia”, l’instabilità del Medio Oriente, l’espansione della Nato verso Est — avvenuta quando la Russia era ancora un attore indebolito — hanno contribuito a ridefinire gli equilibri.

Oggi l’Europa si divide perfino sulla guerra in Ucraina. Ogni volta che Washington e Mosca sembrano avvicinarsi a un’intesa, Londra e Parigi — le due ex potenze nucleari del continente — fanno muro, temendo un accordo che le escluda. E rilanciano allarmi sulla minaccia russa, alimentando una corsa al riarmo che non tiene conto delle differenze tra Kiev e i Paesi Nato. Le due capitali si comportano come “zitelle permalose”, incapaci di accettare che il loro ruolo di governatori del mondo sia ormai un ricordo.

Dietro le quinte pesano interessi economici: ricostruzione dell’Ucraina, gestione delle terre rare, nuove filiere energetiche. Ma in Europa nessuno sembra rendersi conto che il tempo delle rendite di posizione è finito. Il mondo non è più quello del 1945 e nemmeno quello del 1991.

L’Unione Europea, così com’è, è una grande burocrazia senza anima. Decide lentamente, poco e spesso senza spiegarsi ai cittadini. In un mondo iperconnesso e competitivo, questo significa irrilevanza.

Ecco allora la questione vera: o l’Europa diventa una federazione politica, con un governo scelto dai suoi cittadini, o rischia la disgregazione e un lento scivolamento fuori dalla storia. Londra e Parigi — e con loro tutto il continente — devono capire che non si vive di ricordi. E che senza un’Europa unita, nessuno di noi conterà più qualcosa nel nuovo ordine globale.

Roberto Giuliano

 


Dopo il comunismo, evoluzione/ involuzione del Capitalismo

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