domenica 9 agosto 2026

Il caso Vannacci: fenomeno spontaneo o costruzione mediatica?

 

Il caso Vannacci: fenomeno spontaneo o costruzione mediatica?

Premetto che non nutro alcuna ostilità personale nei confronti del generale Vannacci. Al contrario, mi dà l'impressione di essere una persona perbene, finita però su un palcoscenico che, probabilmente, non gli apparteneva. Tuttavia alcuni fatti alimentano i miei dubbi. È accaduto con Mani Pulite, che poi così "pulite" non si sono rivelate; è successo con il fenomeno Grillo, che di comico non ha nulla; e mi torna in mente anche quella che considero una sorta di OPA politica sul Partito Democratico, culminata nelle primarie che hanno portato Elly Schlein alla segreteria grazie anche al voto di molti scappati di casa (i non iscritti).

Il caso Vannacci esplode con la pubblicazione del libro Il mondo al contrario. Da quel momento, una parte consistente del sistema mediatico riconducibile alla sinistra scatena una campagna durissima con effetti speciali contro un generale che fino ad allora era praticamente sconosciuto al grande pubblico. Le accuse si susseguono senza sosta: fascista, razzista, islamofobo, misogino, omofobo, esponente della destra più estrema. Una sequenza di etichette che, anziché emarginarlo, finiscono per trasformarsi in una gigantesca operazione pubblicitaria. Migliaia di italiani, soprattutto dell'area del centrodestra, acquistano il libro proprio per verificare se davvero si tratti del nuovo Mein Kampf, come sembrava emergere da numerose recensioni e commenti.

La lettura, però, ci lascia molto sorpresi. Nel volume non c’è nulla di quel immaginario manifesto estremista di come lo hanno descritto. Si leggono invece considerazioni di buon senso, opinioni condivisibili o discutibili, talvolta perfino banali. Non vi è un'elaborazione teorica particolarmente approfondita né un impianto culturale complesso. Certamente alcune frasi, se estrapolate dal loro contesto, possono assumere un significato diverso da quello originariamente inteso dall'autore: è una tecnica di manipolazione comunicativa nota, utilizzata, purtroppo molto spesso nel dibattito politico e mediatico.

Ed è proprio qui che nasce il mio primo dubbio. Se il libro non contiene affermazioni realmente rivoluzionarie o tali da scuotere ed infiammare il dibattito culturale del Paese, perché dedicargli una simile attenzione? Perché trasformare uno sconosciuto in un protagonista della scena politica nazionale?

Una possibile risposta è che una certa sinistra abbia da tempo bisogno di individuare un nuovo avversario simbolico, un nuovo "fascista" da contrapporre alla propria identità politica. Essendo ormai poco credibili (tranne che per i fans) continuare a demonizzare come fascisti la Meloni, Salvini etc. Ma è davvero questa l'unica spiegazione oppure c'è qualcosa di più?

Dopo l'elezione al Parlamento europeo nelle liste della Lega, il generale Vannacci perde progressivamente centralità nel dibattito pubblico. Nonostante l'enorme successo editoriale e la nomina a vicesegretario del partito, la sua figura tende lentamente a normalizzarsi, fino a diventare quella di uno dei tanti dirigenti politici. La situazione cambia nuovamente quando decide di lasciare la Lega e fondare Futuro Nazionale. In apparenza potrebbe sembrare uno dei tanti sommovimenti che hanno caratterizzato la Seconda Repubblica. Eppure, quasi immediatamente, tornano ad accendersi i riflettori. Interviste televisive, dibattiti, approfondimenti, grande spazio mediatico, in particolare su alcune reti televisive e media orientati a sinistra.

È noto che una forte esposizione sui media produce inevitabilmente consenso e notorietà. Da una parte la sinistra continua a garantire ampia visibilità al nuovo soggetto politico; dall'altra il centrodestra cerca di minimizzare la portata della scissione oppure valuta possibili scenari di futura collaborazione.

È comprensibile che la sinistra enfatizzi il fenomeno, nella speranza che esso possa trasformarsi in un elemento di divisione del centrodestra. Non è un caso che alcuni quotidiani sempre orientati a sinistra, insistano contemporaneamente sulla crescita nei sondaggi e sulla definizione di "destra  destra", un'espressione tanto efficace sul piano dell’immaginario comunicativo, quanto vago dal punto di vista politico.

L'obiettivo sembra essere duplice: da un lato individuare un nuovo antagonista sul quale concentrare la polemica; dall'altro alimentare ancora una volta la narrazione del fascismo come pericolo imminente, una rappresentazione che, a mio giudizio, convince ormai soltanto la parte militante del loro elettorato.

Da qui nasce il mio secondo interrogativo. È possibile che, consapevolmente o meno, il fenomeno Vannacci sia stato favorito proprio da chi oggi lo combatte? In altri termini, non potrebbe essere diventato il "nemico perfetto", utile sia a chi cerca di dividere il centrodestra sia a chi necessita di un simbolo contro cui mobilitare il proprio elettorato?

Ma esiste poi un'ulteriore questione, raramente affrontata.

La politica e la democrazia costano. Organizzare un partito, costruire una struttura territoriale, sostenere campagne elettorali richiede risorse economiche considerevoli. Oggi i partiti non possono più contare sul finanziamento pubblico come in passato e, inevitabilmente, devono reperire fondi attraverso altri canali. Nella prima repubblica esistevano partiti che rappresentavano dei valori condivisibili o meno e coloro che condividevano quei valori erano insieme al finanziamento pubblico dei sostenitori ma anche per interessi. Ma chi finanzia realmente la politica oggi?

È difficile immaginare che ingenti risorse vengano investite esclusivamente per spirito civico. Più spesso, dietro i finanziamenti, esistono interessi economici che rimangono poco trasparenti agli occhi dei cittadini. Viviamo in un contesto globale nel quale la finanza internazionale esercita un'influenza crescente sulle economie e, indirettamente, anche sulle decisioni politiche.

Da qui il mio ultimo dubbio: chi trae vantaggio da un determinato fenomeno politico e mediatico? Non è possibile che, al di là delle contrapposizioni ideologiche, alcuni grandi interessi economici sostengano soggetti politici apparentemente contrapposti? Al capitale, in fondo, interessa soprattutto la tutela dei propri investimenti, indipendentemente dal colore politico dei governi.

Non considero questa una teoria del complotto, né una critica al capitalismo in quanto tale. Ritengo però che il capitalismo, privo di adeguati contrappesi, possa privilegiare esclusivamente la logica del profitto. Durante l'equilibrio internazionale nato dagli accordi di Yalta abbiamo conosciuto forme di capitalismo temperate da forti garanzie sociali. Oggi quegli equilibri sono profondamente cambiati.

E’ utile che i cittadini comincino ad interrogarsi per essere consapevoli, quando vanno a votare chi finanzia realmente i singoli partiti, e quali interessi essi rappresentano, ma anche porci quali strumenti vanno creati, affinché il sistema democratico possa tutelarsi e dunque tutelarci da eventuali eccessi della finanza nazionale ed internazionale. Mi torna alla mente una delle frasi più celebri di Giovanni Falcone, che continua a rappresentare un metodo di analisi ancora attuale: "Seguite i soldi."

Roberto Giuliano

 



 

 

 

domenica 26 luglio 2026

Siamo tutti Fakir? Quando una tragedia si trasforma in simbolo politico

 

Siamo tutti Fakir? Quando una tragedia si trasforma in simbolo politico

Durante la manifestazione svoltasi domenica a Bologna uno degli slogan più ripetuti è stato: “Siamo tutti Fakir”. Al di là delle responsabilità che saranno eventualmente accertate dalla magistratura, ciò che colpisce è la rapidità con cui una vicenda ancora tutta da chiarire sia stata trasformata in un caso politico e mediatico.

La morte di un giovane suscita inevitabilmente dolore e rispetto. Nella nostra cultura non si augura la morte neppure al peggior nemico. Proprio per questo sarebbe opportuno attendere che i fatti vengano ricostruiti con precisione prima di attribuire responsabilità politiche o morali.

La decisione del sindaco di promuovere una manifestazione praticamente nell’immediatezza dell’accaduto appare, sotto questo profilo, una scelta eminentemente politica. Prima ancora che fossero chiarite le circostanze della morte, si è preferito costruire una narrazione pubblica che, agli occhi di molti, richiama quanto avvenuto negli Stati Uniti con altri episodi diventati simboli di presunte discriminazioni istituzionali.

È difficile non domandarsi se questa scelta sia stata dettata dalla volontà di trasformare un fatto di cronaca in uno strumento di mobilitazione politica. In questa prospettiva, il clima di tensione finisce per diventare funzionale alla rappresentazione di un governo incapace di garantire ordine e giustizia. Alcuni arrivano persino a ritenere che, in tale strategia, possa trovare spazio anche una parte della magistratura percepita come politicamente schierata.

Un altro aspetto merita una riflessione. Dalle informazioni emerse sembrerebbe che il giovane soffrisse di disturbi psichiatrici. Se così fosse, la prima domanda dovrebbe riguardare il funzionamento del sistema sanitario e dell’assistenza territoriale. La gestione delle persone affette da gravi patologie psichiche è infatti competenza delle Regioni e rappresenta uno dei punti più critici della sanità italiana.

Ogni giorno si verificano episodi che coinvolgono persone con disturbi mentali, spesso lasciate sole insieme alle loro famiglie. Si tratta di situazioni che raramente conquistano le prime pagine dei giornali. Perché, allora, in questo caso si è sentita l’esigenza di organizzare immediatamente una manifestazione pubblica? È stato determinante il fatto che il giovane fosse immigrato? O perché viviamo in uno Stato di Polizia? O perché qualcuno ha interesse a far credere che ciò che è avvenuto è colpa del governo fascista di cui la polizia è la sua emanazione?  È certamente una triste disgrazia, ma con quale motivazione si va in corteo a gridare “siamo tutti Fakir”?  Era un giovane impegnato socialmente o politicamente? Non risulta, oppure dovremmo credere che tutti i disturbati mentali sono eroi in quanto tali?

È legittimo interrogarsi anche sul significato dello slogan “Siamo tutti Fakir”. Nel corso della storia espressioni analoghe hanno accompagnato figure o eventi destinati a rappresentare valori universali. John Fitzgerald Kennedy pronunciò il celebre “Ich bin ein Berliner” per testimoniare la solidarietà dell’Occidente alla città divisa dal Muro di Berlino; analogamente, il nome di Martin Luther King è diventato simbolo della lotta per i diritti civili.

Quale valore simbolico si intende attribuire oggi a questo giovane? Si vuole denunciare il fallimento dell’assistenza sanitaria verso le persone più fragili oppure sostenere l’esistenza di uno Stato autoritario che utilizza la forza contro i più deboli? Sono interrogativi ai quali la politica dovrebbe rispondere con serietà, evitando scorciatoie emotive.

Il rischio è che il dolore venga trasformato in uno strumento di consenso. Se una parte della sinistra utilizza questa vicenda per presentarsi come riferimento privilegiato delle nuove comunità immigrate, alimentando la convinzione che il giovane sia stato vittima di un sistema repressivo, contribuisce inevitabilmente ad aumentare il clima di contrapposizione sociale.

Le conseguenze, però, rischiano di ricadere proprio sugli immigrati onesti, perfettamente integrati, che lavorano e rispettano le leggi. Ogni volta che il dibattito pubblico viene esasperato attraverso una contrapposizione ideologica, cresce inevitabilmente anche la diffidenza reciproca, con effetti negativi sulla convivenza civile.

Viene spontaneo chiedersi, inoltre, perché analoghe mobilitazioni non siano state organizzate in occasione di altri episodi tragici. Dopo la strage di Modena, ad esempio, non si è assistito a manifestazioni promosse dalla stessa amministrazione (Pd) contro il terrorismo di matrice islamista. Se l’obiettivo è evitare generalizzazioni che criminalizzano gli immigrati, principio certamente condivisibile, perché allora appare legittimo criminalizzare a Bologna le forze di polizia? Se, invece, si sostiene che l’attentato fosse soltanto il gesto di un individuo disturbato, perché il caso di Bologna assume immediatamente una dimensione politica? Sono domande che meritano una risposta.

Più in generale, la sensazione è che una parte della politica abbia progressivamente smarrito il senso dello Stato. Definire “comunisti” gli attuali dirigenti della sinistra è ingeneroso nei confronti di quella classe politica della Prima Repubblica che, pur nelle profonde differenze ideologiche, dimostrò in molte occasioni un forte senso dello Stato, come durante gli anni della lotta al terrorismo. Lenin definirebbe questa pseudo sinistra “l’estremismo malattia infantile del Comunismo”.

Oggi sembra prevalere una politica costruita sulle emozioni, sugli slogan e sulla ricerca del consenso immediato. Le tradizionali battaglie per il lavoro, la tutela dei ceti popolari e la giustizia sociale sono sostituite da campagne simboliche che dividono più di quanto uniscano.

Questi pseudo-artisti allo sbaraglio sono manovrati dalla finanza speculativa, di cui certo non intaccano gli interessi. La Sinistra nacque per difendere gli operai e i lavoratori, un ruolo che questa versione ‘pseudo’ non è più in grado di svolgere. Eventi tristi come questo non sono che manovre di distrazione di massa, usate per dare l’illusione di stare dalla parte dei deboli e contemporaneamente ottenere il consenso degli immigrati. In realtà, obbediscono solo a un padrone invisibile che non cerca una classe politica competente o con senso dello Stato; al contrario, più si alimentano banalità e ideologie come la cultura Woke, meglio è.

Una democrazia matura dovrebbe invece saper distinguere il dolore dalla propaganda, l’accertamento dei fatti dalla costruzione delle narrazioni e il confronto politico dalla ricerca dello scontro permanente. Solo così tragedie come questa potranno essere affrontate con il rispetto dovuto alle persone coinvolte e con la responsabilità che le istituzioni sono chiamate a dimostrare.

 Roberto Giuliano

https://opinione.it/politica/2026/07/28/roberto-giuliano-bologna-fakir-propaganda-politica-migranti/ 

 


 

 

 

mercoledì 8 luglio 2026

America First: il nuovo paradigma della politica internazionale

 

America First: il nuovo paradigma della politica internazionale

Molti osservatori continuano a interpretare Donald Trump come un incidente della politica americana: un leader imprevedibile, populista, capace di trasformare ogni dichiarazione in uno spettacolo mediatico. È una lettura rassicurante, ma probabilmente sbagliata. Trump non rappresenta una parentesi nella storia degli Stati Uniti. Rappresenta, piuttosto, il punto di arrivo di una trasformazione iniziata con la fine della Guerra fredda. L'America di Trump è, da un lato, il fallimento di alcune politiche perseguite dalle amministrazioni democratiche statunitensi, come l'idea di esportare la democrazia attraverso gli interventi militari o la strategia di costante contrapposizione alla Russia; dall'altro, segna un profondo cambiamento nel paradigma delle relazioni internazionali rispetto a quello a cui eravamo abituati con i precedenti presidenti americani, compresi molti repubblicani.

Non è facile stabilire se il suo stile comunicativo, fatto di annunci improvvisi e dichiarazioni sui social, sia una precisa strategia politica oppure il riflesso di una nuova epoca (quella digitale) nella quale un semplice messaggio è in grado di far crollare o risalire i mercati finanziari nel giro di poche ore. È però evidente che il mondo nato dopo Yalta ha favorito l'affermazione di un capitalismo finanziario sempre meno regolato e sempre più svincolato da controlli politici e sociali. Per decenni abbiamo creduto che gli Stati Uniti fossero il garante dell'ordine internazionale, il Paese chiamato a difendere la democrazia e l'Occidente. Oggi scopriamo che quell'America non esiste più. Non perché sia venuta meno la sua forza economica o militare, ma perché è cambiata la gerarchia delle sue priorità. I valori restano importanti, ma vengono subordinati agli interessi nazionali.

Il capitalismo ha vinto la sfida storica contro il collettivismo comunista, ma molte delle questioni sociali che il comunismo aveva esasperato e trasformato in battaglie ideologiche sono rimaste irrisolte. Inoltre, il capitalismo ha dimostrato una straordinaria capacità di adattamento: convive senza particolari difficoltà con sistemi democratici, autoritari, teocratici e perfino con Paesi che continuano a definirsi comunisti, come la Cina. In Europa abbiamo conosciuto inizialmente un capitalismo duro e spesso selvaggio, ma, grazie alla tradizione culturale cristiana e alle conquiste del movimento operaio, si è progressivamente affermato un modello che ha riconosciuto il valore dello Stato sociale, della tutela della salute, dei diritti dei lavoratori, delle pensioni e di una maggiore protezione dei cittadini. Oggi, invece, il capitalismo globale sembra mostrare soprattutto il suo volto finanziario e speculativo, mentre il modello europeo, fondato sull'equilibrio tra mercato e intervento pubblico, appare sempre più sotto pressione. Negli Stati Uniti, al contrario, tali forme di regolazione sono sempre state molto più limitate. Se durante la Guerra Fredda il capitalismo, pur nelle sue diverse forme, combatteva il comunismo perché lo considerava un nemico esistenziale, oggi il capitalismo globale convive con qualsiasi sistema politico purché funzionale agli interessi economici. Di conseguenza, anche le alleanze militari e diplomatiche non rispondono più principalmente a criteri ideologici, ma a convenienze economiche.

In questo contesto si inserisce la presidenza Trump. Al di là degli aspetti folkloristici e del suo stile spesso sopra le righe, il vero elemento di novità consiste nell'aver reso esplicito ciò che probabilmente era già in atto. Gli Stati Uniti non si presentano più come il faro destinato a diffondere la democrazia nel mondo, né ritengono più che essa possa essere esportata con le armi. La priorità diventa la difesa degli interessi economici americani.

Questo non significa che gli Stati Uniti abbiano rinunciato alla democrazia al proprio interno. Al contrario, ne riconoscono il valore, ma sembrano considerarla un prodotto della propria storia e della propria cultura, non un modello esportabile con la forza. In questo senso, anche l'approccio di Obama, pur molto diverso nei toni e nei metodi, perseguiva obiettivi che non erano così lontani da quelli oggi dichiarati apertamente da Trump. La nuova America non cerca più alleati accomunati da valori condivisi, ma partner commerciali, quando non semplici subordinati funzionali ai propri interessi economici. La politica americana appare sempre più come il luogo nel quale si confrontano apertamente gli interessi delle grandi lobby economiche, mentre i partiti diventano soprattutto gli strumenti attraverso cui tali interessi vengono rappresentati. Il cosiddetto sogno americano sembra ormai appartenere quasi esclusivamente agli americani e a pochi privilegiati che riescono a essere assimilati nel loro sistema.

Per il capitalismo americano, ma non solo per quello americano, non esistono più nemici ideologici tali da giustificare il mantenimento delle vecchie alleanze. Le critiche di Trump alla NATO e all'Europa rappresentano l'esempio più evidente di questo nuovo paradigma. La Russia non è più percepita come il nemico assoluto della Guerra Fredda, ma come un concorrente economico e militare. Che sia una democrazia liberale o uno Stato autoritario diventa, in questa prospettiva, un elemento secondario. Se ieri si stringevano alleanze con regimi illiberali per contrastare il comunismo, oggi la natura politica degli interlocutori conta molto meno rispetto agli interessi economici. L'Europa dovrebbe prendere atto di questo cambiamento. Se continuerà a muoversi con lentezze burocratiche e con la logica dei piccoli egoismi nazionali, rischierà una progressiva irrilevanza politica ed economica, diventando terreno di competizione tra le grandi potenze e favorendo indirettamente tanto gli interessi americani quanto quelli della Cina. Le singole sovranità nazionali non sono più sufficienti ad affrontare uno scenario globale di questa portata.

Anche le critiche rivolte da Trump ai principali Paesi europei seguono questa logica. Francia e Regno Unito vengono accusati di voler mantenere un ruolo di potenze globali senza sostenere adeguatamente i costi della difesa comune. Germania e Italia, invece, sono considerate i principali beneficiari della protezione americana nel secondo dopoguerra. In particolare, il comportamento italiano viene interpretato come una forma di ingratitudine nei confronti di un alleato che ha consentito al nostro Paese di mantenere una significativa autonomia rispetto alle ambizioni francesi e britanniche e di svolgere, entro determinati limiti, un ruolo importante nella strategia americana nel Mediterraneo e nel mondo.

La logica di Trump rappresenta anche una profonda rottura con la diplomazia tradizionale. Viene meno il paziente lavoro di costruzione del consenso che ha caratterizzato la politica internazionale del secondo dopoguerra. La sua visione appare fortemente dicotomica: o si è alleati pienamente allineati agli interessi americani oppure si viene considerati avversari. Una logica che semplifica la complessità delle relazioni internazionali e riduce gli spazi della diplomazia. Un esempio significativo risale alla seconda guerra in Iraq. Quando George W. Bush chiese il sostegno della NATO, molti alleati si sfilarono. Silvio Berlusconi, consapevole del rapporto privilegiato tra Italia e Stati Uniti, promosse la cosiddetta "coalizione dei volenterosi". È probabile che Trump si aspettasse da Giorgia Meloni un atteggiamento analogo in un contesto internazionale profondamente diverso.

Al di là delle singole presidenze, gli Stati Uniti sono ormai cambiati. Per questo anche l'Europa dovrebbe prendere definitivamente atto della trasformazione in corso e accelerare il proprio processo di integrazione politica, arrivando alla costruzione degli Stati Uniti d'Europa. Solo un'Europa realmente unita potrà superare gli egoismi nazionali, rafforzare la propria autonomia strategica, contribuire alla stabilità internazionale e difendere quel patrimonio di civiltà che rappresenta uno dei suoi principali punti di forza.

Post scriptum. Per chi fosse interessato ad approfondire il ruolo storico degli interessi britannici nei confronti dell'Italia, risultano particolarmente interessanti gli studi di Giovanni Fasanella, basati anche sui documenti desecretati dagli archivi britannici relativi al periodo che va da Garibaldi fino ai decenni successivi.

Roberto Giuliano


 

Il caso Vannacci: fenomeno spontaneo o costruzione mediatica?

  Il caso Vannacci: fenomeno spontaneo o costruzione mediatica? Premetto che non nutro alcuna ostilità personale nei confronti del gener...