domenica 27 settembre 2026

Gramsci, Wanna Marchi e la politica delle tifoserie.

 

Gramsci, Wanna Marchi e la politica delle tifoserie. 

Non sempre siamo consapevoli di vivere in un mondo profondamente interconnesso. Eppure, la percezione che abbiamo della realtà dipende in buona misura proprio da questa consapevolezza. Essere consapevoli non significa estraniarsi dal mondo in cui viviamo, ma comprendere che tutto ciò di cui veniamo informati non corrisponde necessariamente alla realtà: può essere, anche inconsapevolmente, il risultato di una manipolazione. Le nostre scelte informative, per quanto legittime, non sono mai completamente neutrali. Sono scelte e, proprio per questo, dovremmo affrontarle mantenendo sempre, per principio, un atteggiamento di diffidenza e di attenzione critica. I social network, in sé, sono semplicemente uno strumento: non sono né buoni né cattivi. Il problema nasce quando non sviluppiamo la capacità di porci, di fronte a ciò che ci viene proposto, una domanda fondamentale: a quale scopo viene diffuso questo messaggio? Senza questa forma di diffidenza preventiva rischiamo di finire dentro vere e proprie bolle informative, nelle quali la realtà viene progressivamente deformata e sostituita da una rappresentazione costruita.

Per cultura siamo portati a pensare che le persone siano fondamentalmente buone, e molto probabilmente la maggioranza lo è. Tuttavia, ciò che ci viene raccontato con maggiore frequenza sono soprattutto le cattive notizie. La loro conoscenza svolge certamente una funzione importante: ci rende più attenti e ci permette di riconoscere i rischi. Ma può produrre anche un effetto distorsivo, portandoci a percepire il pericolo come qualcosa di generalizzato. Pensiamo, per esempio, al tema della sicurezza. Se siamo continuamente esposti a notizie relative a crimini, violenze e situazioni di pericolo, possiamo arrivare a percepire la società nel suo complesso come molto più insicura di quanto non sia realmente. È proprio questo meccanismo che oggi viene utilizzato anche in politica per deformare la percezione della realtà. E si rischia, stupidamente, di trasformare la società in due tifoserie contrapposte, come due squadre da stadio che litigano ciascuna in nome della propria verità. In questo modo si alimenta uno scontro sociale costruito spesso sul nulla, elevato a pregiudizio a difesa della propria visione e dunque identità.

Se tutto ciò avviene in buona fede, il risultato è comunque pericoloso. Se invece è consapevolmente costruito, può diventare una vera e propria operazione di distrazione di massa. Ben diversa è la natura del conflitto sociale. Il confronto democratico presuppone che esistano proposte diverse, anche profondamente contrapposte, rispetto a un problema che entrambe le parti riconoscono e che entrambe sanno di dover affrontare. Il conflitto, in questo caso, diventa uno strumento di confronto e non una guerra permanente nella quale vale il principio del “mors tua, vita mea”, tipico delle dittature, dei cinici, degli opportunisti e dei narcisisti.

La logica dello scontro sociale, anche quando viene sostenuta da una sola parte, finisce però per diventare funzionale anche all'altra. Chi viene attaccato è infatti costretto a reagire e a contrastare quella narrativa, contribuendo, paradossalmente, ad alimentarla. È il classico effetto boomerang.  È in questo contesto che si colloca, a mio avviso, il comportamento di quella che definirei una pseudo-sinistra: invece di contrastare un governo legittimamente eletto attraverso strategie di politica economica e sociale, e quindi creare le condizioni per un confronto capace di stimolare e condizionare l'azione del governo, sembra spesso ridursi alla propaganda, agli slogan e alla demagogia. Gli esempi, secondo questa lettura, sono numerosi:

  • Difendono la sanità pubblica, dopo aver contribuito negli anni alla sua privatizzazione.
  • Invocano il salario minimo, dopo aver favorito la precarizzazione del lavoro e l'erosione della contrattazione e dei salari.
  • Propongono il contrasto all'inflazione, dopo aver sostenuto la privatizzazione di aziende pubbliche strategiche che avrebbero potuto svolgere una funzione di contenimento rispetto alle speculazioni del mercato.
  • Denunciano la mala giustizia, ma allo stesso tempo hanno difeso la cosiddetta casta opponendosi alla riforma del sistema giudiziario.
  • Parlano di accoglienza, ma spesso lasciano poi le persone accolte a sé stesse, nell’abbandono sociale, arrivando persino a utilizzarle strumentalmente nel confronto politico contro il governo.
  • Parlano di inclusione, ma finiscono per difendere anche comportamenti illegali compiuti da immigrati, mettendo in difficoltà proprio gli immigrati che hanno scelto la strada e vivono nell'integrazione.
  • Parlano di democrazia, ma rischiano di trasformarla in un valore di cui si considerano gli esclusivi custodi, stabilendo chi sia democratico e chi non lo sia.
  • Gridano al fascismo alle porte, senza accorgersi che finiscono per adottare atteggiamenti autoritari (fascisti) nei confronti di chi non condivide le loro posizioni, omettendo a loro stessi il proprio DNA comunista mai completamente rinnegato, anzi dai loro giovani rilanciato.

Naturalmente, fascismo e comunismo appartengono a due esperienze storiche ormai concluse. Ciò che sopravvive, non sono le ideologie nella loro forma originaria, bensì mentalità autoritarie, che è comodo denominarle fasciste, per far vivere ciò che è morto, ma in realtà si tratta di comportamenti umani, perché l’autoritarismo appartiene alla natura stessa dell'essere umano, e la storia ne è una prova purtroppo. Se fossi uno psichiatra, potrei dire provocatoriamente che questa pseudo-sinistra presenta tutti i sintomi dell'isteria e della schizofrenia, accompagnati da evidenti comportamenti bipolari, viste le continue amnesie rispetto al proprio operato negli ultimi trent'anni di questa Seconda Repubblica.

Ma, al di là della provocazione, il problema politico è un altro. La politica, intesa come strategia e come visione della società, era una delle caratteristiche di una classe dirigente che, pur con tutti i suoi limiti, era presente in molti esponenti comunisti della Prima Repubblica. Oggi, invece, questa pseudo-sinistra sembra essersi progressivamente trasformata in una macchina di propaganda e marketing. Se ieri il modello culturale di riferimento, nonostante le numerose manipolazioni operate sui suoi scritti, dalla tradizione comunista e togliattiana, poteva essere Gramsci, oggi sembra essere diventata Wanna Marchi. E allora una domanda diventa inevitabile: come è stato possibile arrivare fino a questo punto? Tutte le rivoluzioni, specialmente quelle cruente, producono cambiamenti ma al tempo stesso buttano via il bambino con l'acqua sporca. Se da un lato predicano il bene comune e una maggiore giustizia, dall'altro la violenza delle loro modalità fa emergere il peggio della natura umana — nonostante la buona fede di tanta gente comune. Un esempio chiaro è stata la falsa rivoluzione mediatica-giudiziaria, il cui vero obiettivo era eliminare una classe politica che si opponeva alla svendita e alla privatizzazione delle imprese pubbliche. Per riuscirci, si è convinta l'opinione pubblica che chiunque potesse fare politica meglio di una classe dirigente bollata come corrotta. Ma avere un'opinione politica è ben diverso dall'essere classe dirigente, e i risultati oggi sono sotto i nostri occhi. Una vera classe politica possiede una visione della società e delle relazioni internazionali; oggi, invece, la politica si è ridotta a puro marketing e propaganda. Si stimola l'invidia sociale e si negano i valori democratici trasformando gli avversari in nemici. Le coalizioni diventano ammucchiate caotiche nate per vincere e non per governare, mentre l'elettorato viene polarizzato solo per coprire l'assenza di progetti, offrendogli un bersaglio da odiare. Persino le scelte di buon senso del governo vengono manipolate e date in pasto a chi necessita di un "antifascismo paradossalmente fascista" per trovare un'identità. Si rinuncia così a un'opposizione di merito, capace di incalzare il governo ed edificare un'alternativa credibile. La cultura e le idee vengono messe da parte in favore di un'interpretazione autoritaria dell'egemonia culturale di stampo gramsciano, riadattata alle dinamiche del marketing aggressivo tipiche della società digitale.

Roberto Giuliano

 


 

 

lunedì 7 settembre 2026

America First e la fine dell’ordine di Yalta – Parte 4

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America First e la fine dell’ordine di Yalta 

Parte 4

 

Oltre Trump

Ogni generazione tende a identificare la storia con i protagonisti del proprio tempo.

Nel Novecento furono Roosevelt, Churchill, Stalin, Kennedy, Reagan, Gorbaciov. Nel XXI secolo molti hanno individuato in Donald Trump il simbolo della trasformazione dell’Occidente.

È comprensibile, ma la sua figura ha rappresentato una discontinuità nello stile comunicativo, nel linguaggio politico e nel rapporto con gli alleati. Ma la storia raramente cambia per iniziativa di un solo uomo.

I grandi cambiamenti maturano lentamente, attraversano intere generazioni e solo in un secondo momento trovano interpreti capaci di renderli visibili. Trump appartiene a questa categoria. Non ha inventato l’America First.

Ha dato un nome politico a una trasformazione iniziata molti anni prima.
Quando il Muro di Berlino cadde, l’Occidente credette di avere vinto definitivamente la propria sfida storica. Per la prima volta sembrava non esistere più un modello alternativo alla democrazia liberale e all’economia di mercato.

Questa convinzione alimentò l’idea che la globalizzazione avrebbe progressivamente ridotto il peso delle frontiere, delle rivalità geopolitiche e persino degli Stati nazionali. Per alcuni anni questa interpretazione sembrò confermata dai fatti.

Il commercio internazionale si espanse. Le catene produttive divennero globali. La rivoluzione digitale accelerò gli scambi inoltre milioni di persone dell’Est e dell’Asia uscirono dalla povertà, ma, nello stesso tempo, il nuovo ordine mondiale che si vuole costruire ha prodotto effetti che inizialmente vennero sottovalutati.

L’integrazione economica non eliminò la competizione tra gli Stati, la trasformò. La tecnologia sostituì progressivamente l’ideologia. Le filiere industriali divennero strumenti di potere.

Le terre rare, i semiconduttori, i dati e l’intelligenza artificiale acquisirono un’importanza strategica paragonabile, per molti aspetti, a quella che il petrolio aveva avuto nel secolo precedente.

La globalizzazione non pose fine alla geopolitica. La rese semplicemente più complessa. Anche il capitalismo cambiò. Venuto meno il confronto con il comunismo, il mercato acquistò una libertà di movimento senza precedenti.

Le stesse guerre sia in Europa scoppiate dopo 1989, come anche quelle in Medio Oriente – Israele, Palestina, Turchia Iran e paesi del Golfo – sono aspetti di posizionamento per il nuovo ordine mondiale che si determinerà nei prossimi anni.

La finanza è diventata globale, le imprese organizzarono la produzione su scala mondiale, la competizione economica si è intensificata. Questa trasformazione ha prodotto crescita e innovazione, ma anche nuove disuguaglianze e nuove insicurezze.

Molti cittadini occidentali iniziano a percepire che la politica fatica sempre più a governare processi economici ormai transnazionali.

Da questa percezione nascono fenomeni molto diversi tra loro, ma accomunati da una medesima domanda: chi controlla davvero il nostro futuro?

America First rappresenta una delle possibili risposte a questa domanda. Non è l’unica, ma è certamente una delle più influenti.

Essa propone di ricondurre la globalizzazione entro il perimetro dell’interesse nazionale americano, riaffermando il primato della politica sulle dinamiche economiche quando queste vengono percepite come contrarie agli interessi strategici degli Stati Uniti.

Che questa strategia sia destinata ad avere successo oppure no, è una questione che soltanto la storia potrà chiarire.

Più importante è comprendere che il problema non riguarda esclusivamente gli Stati Uniti. Riguarda l’intero Occidente, e riguarda soprattutto l’Europa.

Per decenni il continente europeo ha costruito la propria integrazione in un contesto internazionale relativamente stabile, fondato sulla sicurezza garantita dall’Alleanza Atlantica e su un’economia mondiale in continua espansione.

Quel contesto oggi è profondamente mutato. L’Europa si trova di fronte a una scelta storica.

Può continuare a considerarsi una grande area economica composta da Stati che cooperano e non sempre. Oppure può decidere di diventare un soggetto politico capace di agire unitariamente nel nuovo equilibrio mondiale.

Questa scelta non nasce da un’aspirazione ideologica, nasce dall’evoluzione della storia.

Nel XXI secolo nessuno Stato europeo, da solo, dispone delle dimensioni demografiche, economiche, tecnologiche e militari necessarie per confrontarsi alla pari con Stati Uniti, Cina o con le grandi potenze emergenti.

La sovranità, paradossalmente, potrebbe essere difesa meglio condividendone una parte che tentando di conservarla integralmente, ed è questa la sfida del nostro tempo.

Il dibattito sugli Stati Uniti d’Europa dovrebbe partire da qui. Non da una contrapposizione tra europeismo e nazionalismo.

Ma dalla domanda fondamentale che ogni generazione è chiamata a porsi: quale ruolo vogliamo avere nella storia che sta iniziando?

Forse questa è anche la vera lezione del 1989. Non la fine della storia, come molti immaginarono, ma l’inizio di una storia diversa.

Una storia nella quale le categorie del Novecento non bastano più a interpretare il presente e nella quale la competizione tra le grandi potenze è tornata a essere il principale motore della politica internazionale.

Trump passerà. Come sono passati Reagan, Clinton, Bush, Obama e passeranno tutti coloro che guideranno gli Stati Uniti nei prossimi decenni.

Ciò che resterà sarà il mondo nato dopo il 1989. Comprenderlo significa prepararsi ad affrontare il futuro. Ignorarlo significa continuare a interpretare il XXI secolo con gli strumenti del secolo scorso.

È questa, forse, la vera sfida che attende l’Europa e, più in generale, l’intero Occidente. 

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     Parte 1 https://lesfumaturedelgarofanorosso.blogspot.com/2026/09/america-first-e-la-fine-dellordine-di.html

 

Autore

  • Roberto Giuliano

    Roberto Giuliano, sociologo, scrittore e giornalista, già segretario generale della Fillea CGIL del Lazio, di matrice socialista e craxiano, ex membro del Corecom Lazio.

sabato 5 settembre 2026

America First e la fine dell’ordine di Yalta – Parte 3

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America First e la fine dell’ordine di Yalta – 

Parte 3

Trump: la politica prende atto del nuovo mondo

Quando Donald Trump entrò alla Casa Bianca nel gennaio del 2017, gran parte degli osservatori interpretò la sua elezione come una rottura improvvisa della politica americana.

Il linguaggio diretto, la critica alle istituzioni internazionali, il rifiuto del politicamente corretto e la dottrina dell’«America First» sembravano segnare una cesura rispetto alla tradizione diplomatica degli Stati Uniti.

In realtà, molte delle trasformazioni attribuite a Trump erano già in corso da tempo. La sua presidenza rappresentò soprattutto il momento in cui esse vennero dichiarate apertamente.

Per oltre settant’anni gli Stati Uniti avevano esercitato una leadership globale fondata su un equilibrio tra interessi nazionali e responsabilità internazionale.

La difesa dell’Europa occidentale, il sostegno alle principali organizzazioni multilaterali e la promozione dell’economia di mercato erano certamente funzionali agli interessi americani, ma venivano presentati come parte di una missione più ampia: garantire stabilità internazionale e difendere il mondo libero.

Questa impostazione era perfettamente coerente con il contesto della Guerra Fredda.

La presenza dell’Unione Sovietica rendeva conveniente sostenere il costo politico, economico e militare della leadership occidentale. Con la fine del bipolarismo, tuttavia, questa logica iniziò progressivamente a perdere forza.

Gli Stati Uniti continuarono a esercitare un ruolo globale, ma all’interno della stessa società americana crebbe il dibattito sul costo di quella leadership.

Le guerre in Afghanistan e in Iraq rappresentarono un punto di svolta. Al di là del giudizio sulle singole decisioni politiche, esse mostrarono quanto fosse difficile trasformare il successo militare in una stabile ricostruzione politica.

Negli anni Novanta fu ampiamente diffusa e manipolata l’idea di esportare la democrazia con le armi, un concetto poi fortemente ridimensionato. La stanchezza degli americani verso queste “guerre infinite” fu tra i fattori decisivi che aprirono la strada alla presidenza Trump.

America First nacque anche da questa consapevolezza. La domanda implicita era semplice: perché gli Stati Uniti dovrebbero continuare a sostenere costi crescenti per garantire sicurezza e stabilità ad alleati che, nel frattempo, investono meno nella propria difesa?

Non era una domanda completamente nuova. Già amministrazioni precedenti avevano chiesto agli alleati europei di aumentare la spesa militare e di assumere maggiori responsabilità all’interno della NATO.

Trump ha trasformato questa richiesta in una vera e propria dottrina politica. Le alleanze non venivano più considerate un valore in sé, ma devono produrre un vantaggio concreto per gli interessi americani. In questa prospettiva cambia anche il significato della NATO.

Durante la Guerra Fredda essa rappresentava il principale strumento di contenimento dell’espansionismo sovietico. Nel XXI secolo, venuta meno questa minaccia nella forma originaria, la sua funzione diventa oggetto di un crescente dibattito strategico.

Trump interpreta questa trasformazione con estrema chiarezza: non mette formalmente in discussione l’Alleanza Atlantica, ne mette in discussione il modello di funzionamento. Agli alleati europei viene chiesto di contribuire maggiormente ai costi della sicurezza comune.

L’argomento non riguarda soltanto i bilanci della difesa. Riguarda una diversa concezione della leadership americana. Gli Stati Uniti non intendono più essere percepiti come il garante automatico dell’equilibrio internazionale, ogni alleanza deve dimostrare la propria utilità strategica.

Anche il rapporto con la Russia assume caratteristiche differenti rispetto alla Guerra Fredda. Mosca continua a rappresentare un competitore militare e geopolitico.

Tuttavia, il confronto non viene più interpretato principalmente come uno scontro tra modelli di civiltà. La dimensione ideologica lascia progressivamente spazio alla competizione per l’influenza regionale, l’energia, le risorse strategiche e gli equilibri militari.

La vera sfida del XXI secolo, infatti, non è rappresentata dalla Russia ma dalla Cina.

Mentre gran parte del dibattito occidentale rimane concentrato sull’eredità della Guerra Fredda, Pechino ha consolidato la propria posizione come principale rivale economico e tecnologico degli Stati Uniti.

Il confronto si sposta progressivamente dalla deterrenza nucleare ai semiconduttori, dall’intelligenza artificiale alle terre rare, dalle reti digitali alle catene globali del valore.

È in questo scenario che America First acquista un significato più ampio. Non rappresenta semplicemente uno slogan elettorale. È il tentativo di ridefinire la strategia americana in un mondo nel quale il predominio economico degli Stati Uniti non può più essere considerato incontestabile. La politica commerciale diventa così parte integrante della politica estera.

I dazi, il reshoring industriale, il controllo delle tecnologie sensibili e la protezione delle filiere strategiche assumono un’importanza pari a quella tradizionalmente attribuita agli strumenti diplomatici e militari.

Da questo punto di vista, è significativo osservare che molte di queste scelte non sono state abbandonate dalle amministrazioni successive. Sono cambiate le modalità comunicative. È cambiato il linguaggio diplomatico.

Ma la crescente attenzione verso la competizione con la Cina, il rafforzamento delle produzioni strategiche e la riduzione delle dipendenze economiche considerate critiche sono rimasti elementi centrali della politica americana.

Questo suggerisce una riflessione importante: Trump potrebbe non aver inaugurato una nuova strategia, potrebbe aver accelerato una trasformazione che gli Stati Uniti avevano già iniziato a compiere. Se questa interpretazione è corretta, il dibattito sulla sua figura assume un significato diverso.

La domanda non è se Donald Trump rappresenti una parentesi della storia americana. La domanda è se egli abbia semplicemente dato voce a una nuova fase della politica estera degli Stati Uniti, destinata a proseguire anche dopo la conclusione della sua esperienza politica.

Ed è proprio questa possibilità che dovrebbe interessare maggiormente l’Europa.

Perché, se il cambiamento riguarda la struttura della potenza americana e non soltanto la personalità di un presidente, allora il problema non consiste nell’attendere il prossimo inquilino della Casa Bianca, ma, consiste nel comprendere che il mondo nel quale l’Europa ha costruito la propria sicurezza per oltre settant’anni è profondamente cambiato.

Ed è un cambiamento destinato a durare.

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    Autore
    • Roberto Giuliano, sociologo, scrittore e giornalista, già segretario generale della Fillea CGIL del Lazio, di matrice socialista e craxiano, ex membro del Corecom Lazio.

      Parte 4 https://lesfumaturedelgarofanorosso.blogspot.com/2026/09/america-first-e-la-fine-dellordine-di_01829913958.html 

     

venerdì 4 settembre 2026

America First e la fine dell’ordine di Yalta – Parte 2

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America First e la fine dell’ordine di Yalta 

– Parte 2


Per comprendere l’America First bisogna quindi guardare molto oltre la figura di Donald Trump

Bisogna osservare il mondo nato dopo il 1989, quando il capitalismo rimase senza un antagonista sistemico e la competizione internazionale cessò di essere principalmente ideologica per diventare sempre più economica, tecnologica e finanziaria.

È da quel momento che prende forma la ricerca di nuovo ordine mondiale nel quale viviamo ancora oggi.

Il capitalismo senza antagonisti

La fine della Guerra fredda non ha modificato soltanto gli equilibri geopolitici. Ha cambiato la natura stessa del capitalismo occidentale. Durante i quarant’anni del confronto tra Stati Uniti e Unione Sovietica, il capitalismo non rappresentava soltanto un sistema economico.

Era anche il principale strumento attraverso il quale l’Occidente cercava di dimostrare la superiorità del proprio modello di società. La competizione con il blocco comunista non si svolgeva esclusivamente sul piano militare o tecnologico.

Riguardava anche la qualità della vita, la capacità di garantire occupazione, mobilità sociale, tutela dei diritti e benessere diffuso.

Sarebbe storicamente scorretto attribuire la nascita dello Stato sociale esclusivamente alla contrapposizione con il comunismo. Il welfare europeo affonda le proprie radici nella dottrina sociale della Chiesa, nella cultura liberale, nella socialdemocrazia e nelle lotte del movimento operaio.

Tuttavia, è altrettanto difficile negare che la competizione con il blocco sovietico non abbia rafforzato questa evoluzione.

Nel secondo dopoguerra le democrazie occidentali avevano bisogno di dimostrare che il capitalismo poteva produrre non soltanto ricchezza, ma anche giustizia sociale.

La crescita economica e la protezione dei cittadini diventavano così due elementi della stessa strategia politica.

Per questo motivo gli anni compresi tra il secondo dopoguerra e la fine degli anni Settanta vengono spesso ricordati come i “Trenta gloriosi”: un periodo caratterizzato da forte crescita economica, espansione della classe media, aumento dei salari reali e consolidamento dei sistemi di protezione sociale.

Naturalmente quel modello, che abbiamo vissuto, non era privo di limiti: l’elevata inflazione degli anni Settanta, le crisi energetiche e l’aumento della spesa pubblica mostrarono che l’equilibrio tra mercato e intervento statale non poteva essere mantenuto indefinitamente senza profonde riforme.

Già negli anni Ottanta, con le politiche di Ronald Reagan negli Stati Uniti e di Margaret Thatcher nel Regno Unito, iniziò una stagione di liberalizzazioni, privatizzazioni e riduzione del ruolo economico dello Stato, cosa che in Italia avviene negli anni di Mani pulite, a partire dal biennio 92/94, con la fine della prima Repubblica.

Tuttavia, il vero punto di svolta arrivò soltanto dopo il 1989. Con la dissoluzione dell’Unione Sovietica il capitalismo perse il proprio antagonista storico.

Da quel momento non fu più necessario dimostrare, almeno sul piano geopolitico, la superiorità sociale del modello occidentale rispetto a un sistema concorrente.

L’economia iniziò così a muoversi con una libertà crescente rispetto alla politica, le imprese organizzarono la produzione su scala mondiale. I capitali iniziarono a spostarsi in tempo reale da un continente all’altro. Le grandi multinazionali acquisirono una capacità di influenza economica e tecnologica superiore a quella di molti Stati nazionali.

Nel novembre del 1999 Bill Clinton con il Gramm-Leach-Bliley Act, abrogò le disposizioni chiave del Glass-Steagall Act del 1933, una legge varata in seguito alla crisi del ’29 che separava le banche commerciali da quelle d’investimento, sulla scia del crollo del mercato azionario del 1929 e della successiva Grande Depressione, il Congresso, allora era preoccupato che le operazioni bancarie commerciali e il sistema di pagamento incorressero in perdite da mercati azionari volatili.

Una motivazione importante per l’atto, era il desiderio di limitare l’uso del credito bancario per la speculazione e di indirizzare il credito bancario in quelli che Glass e altri pensavano per essere usi più produttivi, come l’industria, il commercio e l’agricoltura.

La finanza, ipotizzata storicamente per sostenere l’economia reale, assunse progressivamente una dimensione autonoma. La ricerca del rendimento finanziario divenne sempre più centrale rispetto agli investimenti produttivi di lungo periodo.

Il paradigma del 900 dove il profitto avviene all’interno di una cornice definita dalla politica finisce, e prende forma una concezione del profitto fine a sé stesso.

Per alcuni economisti lo scoppio della “bolla” immobiliare statunitense del 2007, dovuta all’innesco della crisi dei mutui subprime è la conseguenza dell’abolizione Glass-Steagall Act del 1933.

Gli Istituti di credito hanno erogato prestiti ad alto rischio a debitori insolventi, portando al crollo del mercato nel febbraio 2007, e a una devastante crisi finanziaria globale che nel 2008 arrivo anche in Europa.

Ogni trasformazione produce anche effetti collaterali. In molte società occidentali la delocalizzazione industriale determinò la perdita di interi comparti produttivi. La crescente competizione internazionale esercitò una pressione sui salari di numerosi settori.

L’aumento della produttività non sempre si è tradotta in un corrispondente miglioramento della distribuzione della ricchezza.

Il capitale viaggia liberamente, mentre il lavoro resta confinato nei territori.

L’unica eccezione è l’immigrazione, che spesso non è altro che una cinica manipolazione: i trafficanti vendono l’illusione del sogno occidentale a persone che, una volta arrivate, vengono regolarmente sfruttati dalla malavita o da un’imprenditoria pirata e usati per fare concorrenza al ribasso ai lavoratori autoctoni.

Si apre così una frattura che sta segnando tutta la politica occidentale del XXI secolo.

Da una parte si sviluppano i grandi centri della finanza, dell’innovazione tecnologica e dell’economia globale. Dall’altra in molte aree industriali tradizionali è iniziato un lento declino economico e demografico.

Ed è proprio all’interno di queste trasformazioni che è maturato il bisogno di una crescente domanda di protezione. Non soltanto protezione economica ma anche protezione identitaria, culturale e politica.

Molti cittadini iniziarono a percepire la globalizzazione come un processo governato da attori lontani – mercati finanziari, organismi internazionali, grandi multinazionali – rispetto ai quali i governi nazionali appaiano sempre meno capaci di incidere.

La crisi finanziaria del 2008 ha reso evidente questa frattura. Il fallimento di grandi istituzioni finanziarie mise in luce quanto il sistema economico mondiale fosse diventato interconnesso e vulnerabile.

Molti governi intervennero per evitare il collasso del sistema bancario, ma una parte consistente dell’opinione pubblica interpretò, giustamente, quelle scelte come la dimostrazione che la finanza globale veniva salvaguardata con maggiore rapidità rispetto alle difficoltà dell’economia reale e dei suoi effetti dirompenti nelle realtà sociali.

È in questo clima che riemergono parole che sembravano appartenere al passato: sovranità, protezione, confini, interesse nazionale. Non si tratta necessariamente del ritorno al mondo del Novecento. Si tratta piuttosto della ricerca di nuovi strumenti politici per governare un’economia ormai globale.

Donald Trump, la Brexit e la crescita di numerosi movimenti sovranisti europei possono essere letti anche come risposte, diverse tra loro, a questa percezione di perdita di controllo.

Ridurre questi fenomeni a semplici manifestazioni di populismo significa probabilmente sottovalutare le trasformazioni economiche e sociali che li hanno preceduti. La politica, come spesso accade, arriva dopo. Prima cambiano l’economia e la società. Poi cambiano i governi.

L’America First nasce proprio all’interno di questa inversione di prospettiva. Non propone l’abbandono del capitalismo. Propone un capitalismo maggiormente orientato agli interessi nazionali americani. È una differenza sostanziale.

Il mercato continua a essere considerato il motore della crescita. Ciò che cambia è il rapporto tra mercato e Stato.

La politica torna a rivendicare il diritto di orientare la globalizzazione in funzione degli interessi strategici della nazione. È questo il terreno sul quale si comprenderà il significato della presidenza Trump. Non una rivoluzione.

Ma il tentativo di adattare la leadership americana a un mondo nel quale il predominio economico degli Stati Uniti non può più essere dato per scontato.

Parte 2 https://lesfumaturedelgarofanorosso.blogspot.com/2026/09/america-first-e-la-fine-dellordine-di.html 

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    Autore

    • Roberto GiulianoRoberto Giuliano, sociologo, scrittore e giornalista, già segretario generale della Fillea CGIL del Lazio, di matrice socialista e craxiano, ex membro del Corecom Lazio.
      Parte 3 https://lesfumaturedelgarofanorosso.blogspot.com/2026/09/trump-la-politica-prende-atto-del-nuovo.html 


America First e la fine dell’ordine di Yalta – Parte 1

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America First e la fine dell’ordine di Yalta –

 Parte 1

Trump non ha cambiato gli Stati Uniti. Ha reso visibile una trasformazione iniziata con la fine della Guerra Fredda, quando il capitalismo ha perso il suo antagonista storico e le alleanze hanno smesso di essere fondate sulle ideologie per diventare sempre più strumenti degli interessi economici

Ogni epoca cerca il proprio simbolo.

Per molti osservatori Donald Trump rappresenta la rottura della politica americana: il presidente imprevedibile, il comunicatore provocatorio, il leader che ha trasformato la diplomazia in una successione di annunci e di rapporti di forza.

È una lettura suggestiva, ma rischia di essere superficiale.

Trump non è la causa del cambiamento. È il prodotto di una trasformazione iniziata molto prima del suo ingresso alla Casa Bianca.

L’ordine nato a Yalta

Per comprenderlo occorre tornare al 1989. Non perché in quell’anno sia caduto soltanto il Muro di Berlino, ma perché è venuto meno l’equilibrio sul quale era stato costruito l’intero ordine internazionale nato a Yalta.

Da allora non è cambiata soltanto la politica americana: è cambiato il modo stesso di intendere il capitalismo.

Ogni sistema internazionale nasce da un equilibrio di potenza. Quello che ha dominato la seconda metà del Novecento affonda le proprie radici nella Conferenza di Yalta del febbraio 1945, quando le principali potenze alleate iniziarono a delineare l’assetto politico del mondo dopo la sconfitta della Germania nazista.

Pur senza definire ogni aspetto del futuro ordine internazionale, Yalta rappresentò il punto di partenza di un sistema fondato sull’equilibrio tra due grandi potenze: gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica.

Da quel momento il mondo fu diviso in due blocchi contrapposti, ciascuno portatore di un diverso modello economico, politico e culturale.

La Guerra Fredda non fu soltanto una competizione militare. Fu soprattutto una competizione tra due idee di società.

Da una parte vi era il capitalismo democratico occidentale; dall’altra il socialismo reale guidato da Mosca. Entrambi pretendevano di rappresentare il futuro dell’umanità.

In questo contesto anche il capitalismo occidentale assunse caratteristiche particolari. Non era semplicemente un sistema economico basato sul mercato. Era anche uno strumento della competizione ideologica.

Per dimostrare la propria superiorità rispetto al modello sovietico, le democrazie occidentali non potevano limitarsi a produrre ricchezza.

Dovevano dimostrare di saper distribuire benessere, garantire diritti, assicurare mobilità sociale e offrire condizioni di vita migliori rispetto ai Paesi comunisti.

Lo sviluppo del welfare europeo, la diffusione della sanità pubblica, il rafforzamento dei diritti dei lavoratori, la crescita della classe media e l’intervento dello Stato nell’economia furono certamente il risultato delle lotte sociali, della cultura cristiano-democratica e socialdemocratica e delle peculiarità dei singoli Paesi.

Ma si inserirono anche in una competizione globale nella quale l’Occidente aveva interesse a dimostrare che libertà economica e giustizia sociale potevano convivere.

Anche gli Stati Uniti, pur mantenendo un modello più orientato al mercato rispetto all’Europa, investirono enormi risorse nella costruzione dell’ordine occidentale.

Il Piano Marshall, la nascita della NATO e il sostegno economico ai Paesi europei rispondevano certamente a esigenze strategiche, ma contribuivano anche a consolidare un sistema politico fondato sulla cooperazione tra alleati.

In quel contesto le alleanze non erano soltanto strumenti di sicurezza. Erano comunità politiche. Gli interessi nazionali esistevano, ma erano mediati da una comune appartenenza ideologica.

Questa impostazione influenzò profondamente anche la politica estera americana. L’obiettivo non era soltanto contenere l’espansione sovietica, ma preservare un ordine internazionale nel quale gli Stati Uniti esercitavano una leadership riconosciuta e largamente accettata dagli alleati.

Per oltre quarant’anni questo equilibrio garantì una relativa stabilità internazionale. Tuttavia, esso dipendeva da una condizione fondamentale: l’esistenza di un avversario sistemico.

Quando quell’avversario scomparve, anche l’ordine che aveva contribuito a costruire iniziò lentamente a trasformarsi. È proprio da questa trasformazione che prende avvio il mondo contemporaneo.

1989: l’anno in cui finisce il 900

La storia non cambia sempre con una guerra. Talvolta cambia con il crollo di un muro.

Il 9 novembre 1989, quando migliaia di berlinesi abbatterono il Muro che per quasi trent’anni aveva diviso la città, pochi immaginavano che non stesse semplicemente finendo la Guerra fredda. Stava terminando l’intero sistema internazionale costruito nel secondo dopoguerra.

Due anni dopo, con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, il bipolarismo lasciò il posto a un mondo apparentemente privo di rivali per l’Occidente.

Per la prima volta nella storia contemporanea una sola potenza sembrava in grado di esercitare una leadership globale sul piano economico, militare e tecnologico.

Gli Stati Uniti uscirono dalla Guerra Fredda come unica superpotenza mondiale e molti analisti ritennero che la democrazia liberale e l’economia di mercato fossero destinate a diventare il modello universale di organizzazione delle società.

Fu in questo clima che Francis Fukuyama pubblicò La fine della storia e l’ultimo uomo, sostenendo che il grande confronto tra ideologie fosse giunto al termine.

Non intendeva affermare che gli eventi storici sarebbero cessati, ma che la democrazia liberale rappresentasse l’approdo definitivo dell’evoluzione politica dell’umanità.

A distanza di oltre trent’anni, quella previsione appare soltanto parzialmente confermata.

È vero che il capitalismo si è diffuso su scala planetaria ma è altrettanto vero, però, che la democrazia non ha seguito lo stesso percorso.

Al contrario, gli ultimi decenni hanno dimostrato che il mercato può prosperare anche in sistemi autoritari, nei quali la competizione economica convive con un forte controllo politico.

La Cina costituisce il caso più evidente di questa trasformazione. L’apertura economica avviata da Deng Xiaoping non ha prodotto una democratizzazione del Paese secondo il modello occidentale; ha invece dato origine a una forma di capitalismo di Stato capace di competere con le economie liberali senza rinunciare al monopolio politico del Partito comunista.

Questa esperienza ha messo in discussione una delle convinzioni più diffuse negli anni Novanta: l’idea che lo sviluppo economico avrebbe inevitabilmente condotto alla liberalizzazione politica. Non è accaduto, il mercato si è globalizzato molto più rapidamente della democrazia.

La globalizzazione ha inoltre modificato profondamente il rapporto tra economia e politica. Durante la Guerra fredda il capitalismo occidentale era costretto a confrontarsi con un modello alternativo e, proprio per questo, doveva dimostrare di poter garantire non soltanto crescita economica, ma anche coesione sociale.

La presenza di un antagonista sistemico contribuiva, indirettamente, a contenere gli squilibri del capitalismo stesso. L’esistenza di un’alternativa obbligava le democrazie occidentali a mantenere un equilibrio tra mercato, diritti sociali e intervento pubblico.

Con la scomparsa dell’Unione Sovietica questo equilibrio iniziò progressivamente a modificarsi.

La liberalizzazione dei movimenti di capitale, l’integrazione dei mercati finanziari, le privatizzazioni, la delocalizzazione delle produzioni e la rivoluzione digitale favorirono la nascita di un capitalismo sempre più globale e sempre meno legato ai confini nazionali.

Le grandi imprese cominciarono a ragionare su scala mondiale. Anche la finanza acquisì una capacità di influenza senza precedenti, spesso superiore a quella degli Stati.

Naturalmente questo processo produsse enormi benefici. Centinaia di milioni di persone uscirono dalla povertà, soprattutto in Asia. L’innovazione tecnologica accelerò, gli scambi commerciali aumentarono e l’interdipendenza economica raggiunse livelli mai conosciuti.

Ma la globalizzazione ha generato anche nuove fragilità.
In molte economie occidentali, una parte consistente della produzione industriale fu trasferita verso Paesi con costi del lavoro più bassi, interi settori manifatturieri entrarono in crisi, mentre la ricchezza tendeva a concentrarsi nei comparti finanziari e tecnologici.

Si è accentuata così, una frattura tra i benefici della globalizzazione e le sue conseguenze sociali.

È proprio da questo contesto che emergono molti dei fenomeni politici che stanno caratterizzando il XXI secolo: la crescita dei movimenti populisti, il ritorno del nazionalismo economico, la richiesta di protezione delle produzioni nazionali e una crescente diffidenza verso le istituzioni sovranazionali.

Donald Trump non nasce politicamente nel 2016, ma idealmente, nel momento in cui una parte della società americana iniziò a percepire che la globalizzazione produce vincitori e vinti e che il costo della leadership mondiale degli Stati Uniti non è più distribuito in modo equo all’interno della stessa società americana.

Da questo punto di vista, Trump non è il punto di partenza del cambiamento, è il punto nel quale le trasformazioni economiche, sociali e geopolitiche maturate nell’arco di tre decenni trovano in Lui una traduzione politica esplicita.

 


 
Parte 2 https://lesfumaturedelgarofanorosso.blogspot.com/2026/09/america-first-e-la-fine-dellordine-di.html 

 

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