domenica 26 luglio 2026

Siamo tutti Fakir? Quando una tragedia si trasforma in simbolo politico

 

Siamo tutti Fakir? Quando una tragedia si trasforma in simbolo politico

Durante la manifestazione svoltasi domenica a Bologna uno degli slogan più ripetuti è stato: «Siamo tutti Fakir». Al di là delle responsabilità che saranno eventualmente accertate dalla magistratura, ciò che colpisce è la rapidità con cui una vicenda ancora tutta da chiarire sia stata trasformata in un caso politico e mediatico.

La morte di un giovane suscita inevitabilmente dolore e rispetto. Nella nostra cultura non si augura la morte neppure al peggior nemico. Proprio per questo sarebbe opportuno attendere che i fatti vengano ricostruiti con precisione prima di attribuire responsabilità politiche o morali.

La decisione del sindaco di promuovere una manifestazione praticamente nell'immediatezza dell'accaduto appare, sotto questo profilo, una scelta eminentemente politica. Prima ancora che fossero chiarite le circostanze della morte, si è preferito costruire una narrazione pubblica che, agli occhi di molti, richiama quanto avvenuto negli Stati Uniti con altri episodi diventati simboli di presunte discriminazioni istituzionali.

È difficile non domandarsi se questa scelta sia stata dettata dalla volontà di trasformare un fatto di cronaca in uno strumento di mobilitazione politica. In questa prospettiva, il clima di tensione finisce per diventare funzionale alla rappresentazione di un governo incapace di garantire ordine e giustizia. Alcuni arrivano persino a ritenere che, in tale strategia, possa trovare spazio anche una parte della magistratura percepita come politicamente schierata.

Un altro aspetto merita una riflessione. Dalle informazioni emerse sembrerebbe che il giovane soffrisse di disturbi psichiatrici. Se così fosse, la prima domanda dovrebbe riguardare il funzionamento del sistema sanitario e dell'assistenza territoriale. La gestione delle persone affette da gravi patologie psichiche è infatti competenza delle Regioni e rappresenta uno dei punti più critici della sanità italiana.

Ogni giorno si verificano episodi che coinvolgono persone con disturbi mentali, spesso lasciate sole insieme alle loro famiglie. Si tratta di situazioni che raramente conquistano le prime pagine dei giornali. Perché, allora, in questo caso si è sentita l'esigenza di organizzare immediatamente una manifestazione pubblica? È stato determinante il fatto che il giovane fosse immigrato? O perché viviamo in uno stato di Polizia? O perché qualcuno ha interesse a far credere che ciò che è avvenuto è colpa del governo fascista di cui la polizia è la sua emanazione?  E’ certamente una triste disgrazia, ma con quale motivazione si va in corteo a gridare siamo tutti Fakir?  Era un giovane impegnato socialmente o politicamente? non risulta, oppure dovremmo credere che tutti i disturbati mentali sono eroi in quanto tali?

È legittimo interrogarsi anche sul significato dello slogan «Siamo tutti Fakir». Nel corso della storia espressioni analoghe hanno accompagnato figure o eventi destinati a rappresentare valori universali. John Fitzgerald Kennedy pronunciò il celebre «Ich bin ein Berliner» per testimoniare la solidarietà dell'Occidente alla città divisa dal Muro di Berlino; analogamente, il nome di Martin Luther King è diventato simbolo della lotta per i diritti civili.

Quale valore simbolico si intende attribuire oggi a questo giovane? Si vuole denunciare il fallimento dell'assistenza sanitaria verso le persone più fragili oppure sostenere l'esistenza di uno Stato autoritario che utilizza la forza contro i più deboli? Sono interrogativi ai quali la politica dovrebbe rispondere con serietà, evitando scorciatoie emotive.

Il rischio è che il dolore venga trasformato in uno strumento di consenso. Se una parte della sinistra utilizza questa vicenda per presentarsi come riferimento privilegiato delle nuove comunità immigrate, alimentando la convinzione che il giovane sia stato vittima di un sistema repressivo, contribuisce inevitabilmente ad aumentare il clima di contrapposizione sociale.

Le conseguenze, però, rischiano di ricadere proprio sugli immigrati onesti, perfettamente integrati, che lavorano e rispettano le leggi. Ogni volta che il dibattito pubblico viene esasperato attraverso una contrapposizione ideologica, cresce inevitabilmente anche la diffidenza reciproca, con effetti negativi sulla convivenza civile.

Viene spontaneo chiedersi, inoltre, perché analoghe mobilitazioni non siano state organizzate in occasione di altri episodi tragici. Dopo la strage di Modena, ad esempio, non si è assistito a manifestazioni promosse dalla stessa amministrazione (PD) contro il terrorismo di matrice islamista? Se l'obiettivo è evitare generalizzazioni che criminalizzano gli immigrati, principio certamente condivisibile, perché allora appare legittimo criminalizzare a Bologna le forze di polizia? Se, invece, si sostiene che l’attentato fosse soltanto il gesto di un individuo disturbato, perché il caso di Bologna assume immediatamente una dimensione politica? Sono domande che meritano una risposta.

Più in generale, la sensazione è che una parte della politica abbia progressivamente smarrito il senso dello Stato. Definire "comunisti" gli attuali dirigenti della sinistra è ingeneroso nei confronti di quella classe politica della Prima Repubblica che, pur nelle profonde differenze ideologiche, dimostrò in molte occasioni un forte senso dello Stato, come durante gli anni della lotta al terrorismo. Lenin definirebbe questa pseudo sinistra “l’estremismo malattia infantile del Comunismo”

Oggi sembra prevalere una politica costruita sulle emozioni, sugli slogan e sulla ricerca del consenso immediato. Le tradizionali battaglie per il lavoro, la tutela dei ceti popolari e la giustizia sociale sono sostituite da campagne simboliche che dividono più di quanto uniscano.

Questi pseudo-artisti allo sbaraglio sono manovrati dalla finanza speculativa, di cui certo non intaccano gli interessi. La Sinistra nacque per difendere gli operai e i lavoratori, un ruolo che questa versione 'pseudo' non è più in grado di svolgere. Eventi tristi come questo non sono che manovre di distrazione di massa, usate per dare l'illusione di stare dalla parte dei deboli e contemporaneamente ottenere il consenso degli immigrati. In realtà, obbediscono solo a un padrone invisibile che non cerca una classe politica competente o con senso dello Stato; al contrario, più si alimentano banalità e ideologie come la cultura Woke, meglio è.

Una democrazia matura dovrebbe invece saper distinguere il dolore dalla propaganda, l'accertamento dei fatti dalla costruzione delle narrazioni e il confronto politico dalla ricerca dello scontro permanente. Solo così tragedie come questa potranno essere affrontate con il rispetto dovuto alle persone coinvolte e con la responsabilità che le istituzioni sono chiamate a dimostrare.

Roberto Giuliano

 


 

 

 

mercoledì 8 luglio 2026

America First: il nuovo paradigma della politica internazionale

 

America First: il nuovo paradigma della politica internazionale

Molti osservatori continuano a interpretare Donald Trump come un incidente della politica americana: un leader imprevedibile, populista, capace di trasformare ogni dichiarazione in uno spettacolo mediatico. È una lettura rassicurante, ma probabilmente sbagliata. Trump non rappresenta una parentesi nella storia degli Stati Uniti. Rappresenta, piuttosto, il punto di arrivo di una trasformazione iniziata con la fine della Guerra fredda. L'America di Trump è, da un lato, il fallimento di alcune politiche perseguite dalle amministrazioni democratiche statunitensi, come l'idea di esportare la democrazia attraverso gli interventi militari o la strategia di costante contrapposizione alla Russia; dall'altro, segna un profondo cambiamento nel paradigma delle relazioni internazionali rispetto a quello a cui eravamo abituati con i precedenti presidenti americani, compresi molti repubblicani.

Non è facile stabilire se il suo stile comunicativo, fatto di annunci improvvisi e dichiarazioni sui social, sia una precisa strategia politica oppure il riflesso di una nuova epoca (quella digitale) nella quale un semplice messaggio è in grado di far crollare o risalire i mercati finanziari nel giro di poche ore. È però evidente che il mondo nato dopo Yalta ha favorito l'affermazione di un capitalismo finanziario sempre meno regolato e sempre più svincolato da controlli politici e sociali. Per decenni abbiamo creduto che gli Stati Uniti fossero il garante dell'ordine internazionale, il Paese chiamato a difendere la democrazia e l'Occidente. Oggi scopriamo che quell'America non esiste più. Non perché sia venuta meno la sua forza economica o militare, ma perché è cambiata la gerarchia delle sue priorità. I valori restano importanti, ma vengono subordinati agli interessi nazionali.

Il capitalismo ha vinto la sfida storica contro il collettivismo comunista, ma molte delle questioni sociali che il comunismo aveva esasperato e trasformato in battaglie ideologiche sono rimaste irrisolte. Inoltre, il capitalismo ha dimostrato una straordinaria capacità di adattamento: convive senza particolari difficoltà con sistemi democratici, autoritari, teocratici e perfino con Paesi che continuano a definirsi comunisti, come la Cina. In Europa abbiamo conosciuto inizialmente un capitalismo duro e spesso selvaggio, ma, grazie alla tradizione culturale cristiana e alle conquiste del movimento operaio, si è progressivamente affermato un modello che ha riconosciuto il valore dello Stato sociale, della tutela della salute, dei diritti dei lavoratori, delle pensioni e di una maggiore protezione dei cittadini. Oggi, invece, il capitalismo globale sembra mostrare soprattutto il suo volto finanziario e speculativo, mentre il modello europeo, fondato sull'equilibrio tra mercato e intervento pubblico, appare sempre più sotto pressione. Negli Stati Uniti, al contrario, tali forme di regolazione sono sempre state molto più limitate. Se durante la Guerra Fredda il capitalismo, pur nelle sue diverse forme, combatteva il comunismo perché lo considerava un nemico esistenziale, oggi il capitalismo globale convive con qualsiasi sistema politico purché funzionale agli interessi economici. Di conseguenza, anche le alleanze militari e diplomatiche non rispondono più principalmente a criteri ideologici, ma a convenienze economiche.

In questo contesto si inserisce la presidenza Trump. Al di là degli aspetti folkloristici e del suo stile spesso sopra le righe, il vero elemento di novità consiste nell'aver reso esplicito ciò che probabilmente era già in atto. Gli Stati Uniti non si presentano più come il faro destinato a diffondere la democrazia nel mondo, né ritengono più che essa possa essere esportata con le armi. La priorità diventa la difesa degli interessi economici americani.

Questo non significa che gli Stati Uniti abbiano rinunciato alla democrazia al proprio interno. Al contrario, ne riconoscono il valore, ma sembrano considerarla un prodotto della propria storia e della propria cultura, non un modello esportabile con la forza. In questo senso, anche l'approccio di Obama, pur molto diverso nei toni e nei metodi, perseguiva obiettivi che non erano così lontani da quelli oggi dichiarati apertamente da Trump. La nuova America non cerca più alleati accomunati da valori condivisi, ma partner commerciali, quando non semplici subordinati funzionali ai propri interessi economici. La politica americana appare sempre più come il luogo nel quale si confrontano apertamente gli interessi delle grandi lobby economiche, mentre i partiti diventano soprattutto gli strumenti attraverso cui tali interessi vengono rappresentati. Il cosiddetto sogno americano sembra ormai appartenere quasi esclusivamente agli americani e a pochi privilegiati che riescono a essere assimilati nel loro sistema.

Per il capitalismo americano, ma non solo per quello americano, non esistono più nemici ideologici tali da giustificare il mantenimento delle vecchie alleanze. Le critiche di Trump alla NATO e all'Europa rappresentano l'esempio più evidente di questo nuovo paradigma. La Russia non è più percepita come il nemico assoluto della Guerra Fredda, ma come un concorrente economico e militare. Che sia una democrazia liberale o uno Stato autoritario diventa, in questa prospettiva, un elemento secondario. Se ieri si stringevano alleanze con regimi illiberali per contrastare il comunismo, oggi la natura politica degli interlocutori conta molto meno rispetto agli interessi economici. L'Europa dovrebbe prendere atto di questo cambiamento. Se continuerà a muoversi con lentezze burocratiche e con la logica dei piccoli egoismi nazionali, rischierà una progressiva irrilevanza politica ed economica, diventando terreno di competizione tra le grandi potenze e favorendo indirettamente tanto gli interessi americani quanto quelli della Cina. Le singole sovranità nazionali non sono più sufficienti ad affrontare uno scenario globale di questa portata.

Anche le critiche rivolte da Trump ai principali Paesi europei seguono questa logica. Francia e Regno Unito vengono accusati di voler mantenere un ruolo di potenze globali senza sostenere adeguatamente i costi della difesa comune. Germania e Italia, invece, sono considerate i principali beneficiari della protezione americana nel secondo dopoguerra. In particolare, il comportamento italiano viene interpretato come una forma di ingratitudine nei confronti di un alleato che ha consentito al nostro Paese di mantenere una significativa autonomia rispetto alle ambizioni francesi e britanniche e di svolgere, entro determinati limiti, un ruolo importante nella strategia americana nel Mediterraneo e nel mondo.

La logica di Trump rappresenta anche una profonda rottura con la diplomazia tradizionale. Viene meno il paziente lavoro di costruzione del consenso che ha caratterizzato la politica internazionale del secondo dopoguerra. La sua visione appare fortemente dicotomica: o si è alleati pienamente allineati agli interessi americani oppure si viene considerati avversari. Una logica che semplifica la complessità delle relazioni internazionali e riduce gli spazi della diplomazia. Un esempio significativo risale alla seconda guerra in Iraq. Quando George W. Bush chiese il sostegno della NATO, molti alleati si sfilarono. Silvio Berlusconi, consapevole del rapporto privilegiato tra Italia e Stati Uniti, promosse la cosiddetta "coalizione dei volenterosi". È probabile che Trump si aspettasse da Giorgia Meloni un atteggiamento analogo in un contesto internazionale profondamente diverso.

Al di là delle singole presidenze, gli Stati Uniti sono ormai cambiati. Per questo anche l'Europa dovrebbe prendere definitivamente atto della trasformazione in corso e accelerare il proprio processo di integrazione politica, arrivando alla costruzione degli Stati Uniti d'Europa. Solo un'Europa realmente unita potrà superare gli egoismi nazionali, rafforzare la propria autonomia strategica, contribuire alla stabilità internazionale e difendere quel patrimonio di civiltà che rappresenta uno dei suoi principali punti di forza.

Post scriptum. Per chi fosse interessato ad approfondire il ruolo storico degli interessi britannici nei confronti dell'Italia, risultano particolarmente interessanti gli studi di Giovanni Fasanella, basati anche sui documenti desecretati dagli archivi britannici relativi al periodo che va da Garibaldi fino ai decenni successivi.

Roberto Giuliano


 

giovedì 2 luglio 2026

LA VERITA’ È RIVOLUZIONARIA: CAPIRE LE GUERRE OLTRE LA PROPAGANDA

 

LA VERITA’ È RIVOLUZIONARIA: CAPIRE LE GUERRE OLTRE LA PROPAGANDA

La verità è rivoluzionaria perché permette di squarciare il velo dell’ipocrisia e di portare alla luce interessi che spesso vengono nascosti per sostenere una determinata tesi. Se una mela cade da un albero, la sua caduta è un fatto oggettivo. Le cause che l’hanno provocata, però, possono essere molteplici e sono proprio queste a dare significato al fatto. Allo stesso modo, è un dato di realtà che la Russia abbia invaso l’Ucraina; comprenderne le motivazioni richiede invece un’analisi più complessa, nella quale possono convivere interpretazioni differenti e perfino contrapposte. Premetto una cosa per evitare equivoci: non prendo soldi da Vladimir Putin, considero la Russia un Paese illiberale che è stato volutamente provocato e, tra il modello occidentale e quello russo, preferisco senza esitazione il primo. Tuttavia, la Russia non è l’unico Stato illiberale con cui l’Occidente intrattiene rapporti: basti pensare alla Turchia di Recep Tayyip Erdoğan, nostro alleato nella Nato.

Molti si definiscono pacifisti, ma dimenticano una costante della storia: le guerre sono sempre state combattute, in larga misura, per interessi economici e strategici. Gli europei occidentali hanno vissuto 80 anni di pace grazie all'equilibrio della guerra fredda e al deterrente nucleare. Questo lungo periodo di benessere ha finito per attenuare la percezione della realtà storica. Dopo la caduta del muro di Berlino e la fine dell’assetto nato dagli accordi di Yalta, il politologo statunitense Francis Fukuyama teorizzò la “fine della storia”. Molti, me compreso, pensarono che il mondo fosse destinato a un lungo periodo di pace e prosperità. La realtà, però, ha preso una strada diversa: prima le guerre nei Balcani, poi il conflitto in Ucraina hanno dimostrato quanto quella previsione fosse ottimistica. Karl Marx sosteneva che la storia dell’umanità è una storia di sangue. Basta sfogliare un qualsiasi libro di storia per constatare come guerre e conflitti abbiano accompagnato costantemente il cammino dell’uomo. Perché, allora, nonostante il progresso scientifico e tecnologico, continuiamo a combattere?

La risposta può sembrare semplice: nell’essere umano convivono il bene e il male. Interessi economici, sete di potere, cinismo e disprezzo della vita umana continuano ad alimentare i conflitti. Per ottenere il consenso delle rispettive popolazioni, i governi costruiscono narrazioni che giustificano le proprie scelte. Questo vale tanto nelle democrazie quanto nei regimi autoritari, pur con modalità differenti. Le guerre seguono regole scritte e regole non scritte. In teoria dovrebbero combattersi tra eserciti; nella pratica sono quasi sempre i civili a pagarne il prezzo più alto. Accade soprattutto ai popoli sconfitti, spesso considerati corresponsabili delle decisioni dei propri governi, sia quando hanno sostenuto l’aggressione sia quando hanno semplicemente subito l’invasione.

È cambiato qualcosa rispetto al passato? Poco. In Occidente esiste certamente una maggiore sensibilità verso le conseguenze umanitarie dei conflitti, ma chi decide se iniziare una guerra non è quasi mai il popolo. Sono piuttosto le élite economiche, finanziarie e politiche, sostenute dagli apparati della comunicazione, a orientare le decisioni, costruendo poi le motivazioni da presentare all’opinione pubblica. Esistono guerre giuste? Sul piano teorico sì: quelle difensive. Ma anche questa definizione apre interrogativi. Se uno Stato modifica il corso di un fiume o costruisce una diga che priva d’acqua un Paese confinante, come giudicheremmo un’eventuale reazione militare? Sarebbe aggressione o difesa? La realtà è quasi sempre più complessa degli slogan. In Italia si richiama spesso il rispetto del diritto internazionale, dimenticando però che l’ordine giuridico nato dopo la Seconda Guerra mondiale si fondava sugli equilibri sanciti a Yalta. Oggi quegli equilibri sono in crisi e i conflitti rappresentano anche il tentativo delle grandi potenze di ridefinire un nuovo assetto mondiale.

Un altro aspetto spesso rimosso dal dibattito riguarda il ruolo dell’Italia e della Germania dopo il 1945. Entrambe sono uscite sconfitte dalla guerra e hanno ricostruito la propria sovranità all’interno del sistema creato dai vincitori. Si può discutere su come definire questa condizione, ma è indubbio che numerose scelte strategiche siano state a lungo influenzate dagli equilibri internazionali. La storia offre due possibilità ai popoli sconfitti: essere assimilati con pari diritti oppure conservare una limitata autonomia entro i vincoli imposti dai trattati di pace. La fine della guerra fredda ha liberato i Paesi dell’Europa orientale da molti di quei condizionamenti; diverso è stato il percorso dell’Europa occidentale. Anche la storia politica italiana lo dimostra. Il Partito socialista italiano poté entrare nel governo soltanto dopo aver riconosciuto la collocazione atlantica dell’Italia e il processo di integrazione europea. Negli anni del compromesso storico, anche Enrico Berlinguer arrivò a definire la Nato un “ombrello protettivo”. Persino l’apertura diplomatica dell'Italia verso la Cina avvenne con il consenso degli Stati Uniti.

Molti obiettano che sono trascorsi 80 anni dalla fine della guerra e che il mondo è profondamente cambiato. È vero. Ma è altrettanto vero che Benito Mussolini, nel bene e nel male, rappresentava lo Stato italiano, anche se noi per legittima propaganda parliamo e celebriamo la liberazione ci dimentichiamo (forse volutamente) di andare a Cassino o a Porta San Paolo nei cimiteri dove dovremmo ricordare anche i giovani soldati britannici, americani, canadesi, neozelandesi e di molti altri Paesi che hanno perso la vita combattendo sul nostro territorio per sconfiggere il nazifascismo. Oggi il mondo attraversa una fase di transizione. L’assetto internazionale costruito nel secondo dopoguerra mostra tutti i suoi limiti. Questa potrebbe essere l’occasione per compiere un passo storico: costruire veri Stati Uniti d’Europa, dotati di una reale sovranità politica, militare e diplomatica, superando l'attuale modello dell’Unione europea, spesso percepito come prevalentemente burocratico e lobbistico.

La strada sarà difficile. Francia e Regno Unito, come tutti gli altri Stati europei, dovranno prendere atto che nessun Paese del continente può affrontare da solo le grandi sfide globali. Esistono interessi economici e geopolitici che ostacoleranno questo processo, ma l’alternativa rischia di essere l’irrilevanza politica dell’Europa e dei singoli Stati europei. Costruire gli Stati Uniti d’Europa non significa rinunciare alle identità nazionali, ma dotare il Continente di una sovranità comune capace di affrontare le grandi sfide del nostro tempo. Un autentico governo europeo, qualunque sia il suo orientamento politico, dovrebbe fondare la propria legittimazione sul consenso dei cittadini europei, da Rostock a Lampedusa, e non sulla nazionalità del leader di turno. Solo così l’Europa potrebbe sviluppare una propria autonomia strategica, rimanendo saldamente nell’Alleanza atlantica ma valorizzando la propria identità culturale, democratica e sociale, contribuendo alla costruzione di un nuovo equilibrio internazionale più stabile e, auspicabilmente, più pacifico. Per questo la verità rimane rivoluzionaria. Perché ci obbliga ad abbandonare le semplificazioni, a guardare la storia senza propaganda e a comprendere che la pace non nasce dagli slogan, ma dalla capacità di leggere la realtà per quella che è, anche quando ci mette di fronte a verità scomode.


 

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