domenica 19 maggio 2024

La Politica che parla a se stessa: Autoreferenzialità e Polarizzazione

 

La Politica che parla a se stessa: Autoreferenzialità e Polarizzazione

Nel mondo del giornalismo, e non solo, c’è un problema di deontologia professionale, che, ovviamente, riguarda anche gli editori, perché sarebbe da idioti credere che le redazioni non siano influenzate dagli interessi legittimi degli editori, i quali hanno interesse a vendere o ad avere maggior share nelle loro trasmissioni per ottenere maggior pubblicità.  Nel giornalismo cartaceo questo bisogno di aumentare le vendite si manifesta, il più delle volte, con titoli che devono determinare sensazione nel caso più banale o essere l’indicatore di una linea politica, si perché tutti i giornali fanno politica, chi con più obiettività e chi meno. Giornali indipendenti non esistono, al massimo ci sono giornali o trasmissioni che danno voce alle varie parti in causa, ma anche qui esistono i trucchi del mestiere per condizionare le opinioni.

In questa seconda Repubblica, dove si è realizzato il pensiero manicheo grazie al maggioritario, è più facile per il lettore comprendere l’orientamento del quotidiano che si legge, a volte è anche dichiarato visto che sono spariti i quotidiani di partito. La semplificazione del pensiero, che da anni si sta realizzando nel paese, comporta pregi e rischi, i pregi dovrebbero essere la chiarezza dello schieramento, (anche se io non ne vedo l’utilità culturale, in quanto conta ciò che si esprime e non l’appartenenza) il rischio è che questa chiarezza nasconde la necessità identitaria, come avviene nel web tramite l’algoritmo che visualizza ripetutamente argomenti che vengono ricercati, magari casualmente, e quindi rinforza ciò in cui si vuole credere e ciò uccide il pensiero critico.

Secondo molti scienziati della comunicazione la realtà è fatta da ciò che conosciamo, e se le cose che conosciamo o che ci vengono dette sono parziali, o peggio fake, noi inconsapevolmente diventiamo persone, in buona fede, suddite di volontà altrui.  Di norma in quest’epoca di profondi cambiamenti sociali dovuti alla presenza dell’universo digitale, più che educare, e dunque spiegare, si predilige il voler cambiare la società mediante un approccio etico che prevede la modifica del linguaggio, dare senso ideologico alle parole o peggio ancora cercare di estirpare i sentimenti non nobili. Si può estirpare l’odio? No, perché è un sentimento umano e i sentimenti non si possono estirpare, ma solo educare a gestirli, così è per la rabbia, la gelosia e l’invidia.  I media e la politica tendono a polarizzare tutte le questioni, obbligando chi ascolta  a stare da una parte con l’obbiettivo di dividere gli elettori con messaggi divisivi e contemporaneamente manipolare  la realtà dai bisogni reali dei cittadini.

Victor Klemperer in lingua tertii imperii afferma: “…se un linguaggio è creato con elementi velenosi o diviene portatore di sostanze velenose, le parole possono essere come minuscole dosi di arsenico, si inghiottiscono senza che uno se ne renda conto, sembra che non facciano nessuno effetto, ma dopo un certo tempo l’avvelenamento si fa notare.

Le parole in sé non offendono, ma descrivono, esse diventano offensive nel contesto, ad esempio nella scrittura, ma anche nella modalità di come vengono espresse, come ad esempio il tono, la gestualità, la mimica facciale. etc. Una stessa parola, anche volgare, può essere sia offensiva che un complimento, il tutto dipende dal contesto e da come essa viene espressa. A Roma, ad esempio, si usa il termine ‘fio de mignotta’, il quale è certamente offensivo, ma se il contesto è il racconto di un successo con un tono di voce e con una gestualità affettiva (tipo abbraccio), ha un senso positivo e viene colto benevolmente da colui che lo riceve perché recepito come complimento.  

Il dramma della parola è quando incontra il pregiudizio, figlio dell’etica di ciò che si deve considerare buono o cattivo, che vuole dare un senso a priori alla parola: negro, handicappato, cieco, spazzino, orbo, bidello, immigrato, etc.   Certamente sono parole che possono offendere, ma anche in questo caso dipende dal modo in cui vengono espresse, le parole non hanno una ideologia, esse descrivono, siamo noi ad attribuire loro un senso positivo o negativo per convezione o ideologia.

L’uso delle parole, e non la parola, non è neutrale, nel senso che esse descrivono la percezione e la visione di colui che racconta un fatto; questo oggi è tipico nei programmi di intrattenimento, non a caso in base alla collocazione politica delle trasmissioni si invitano al confronto le persone più incapaci o detestabili dello schieramento avverso, mentre in altri si predilige l’inchiesta unidirezionale.  L’esempio tipico di quest’ultima tipologia di trasmissione è la differenza tra la trasmissione Report condotta dalla Gabanelli  e quella di Ranucci , in entrambi c’è una ottima capacità investigativa a livello giornalistico (se non ci sono veline preconfezionante), ma la differenza sta nella narrazione, mentre quella condotta dalla Gabanelli   racconta i fatti e poi si lasciano dei dubbi, nella inchiesta  di Ranucci la narrazione viene montata dando una meta interpretazione  in cui gli investigati sono oggettivamente colpevoli senza palesarlo, una tecnica raffinata dell’uso del linguaggio che, utilizzando un mix tra sfumature dei toni delle parole  e della stessa costruzione della narrativa, fa si che il messaggio che si riceve non è di dubbio, ma asserisce la colpevolezza. Questo imbarbarimento della comunicazione, su cui l’ordine dei giornalisti sorvola, è dovuto a questa faziosità e doppio pesismo del sistema politico, dove nel gioco delle parti ognuno invoca il garantismo o l’oggettività dei fatti solo quando tocca la propria parte politica.  Tutto ciò sta determinando un aumento della conflittualità politica, un linguaggio che esaspera gli animi di chi ascolta e un allontanamento della politica da parte degli elettori, che percepiscono la politica come qualcosa di altro, che a loro non interessa e ne colgono, sempre grazie a questa conflittualità a prescindere, solo gli aspetti negativi. In conclusione possiamo dire che queste regole che si è data la politica in questa seconda repubblica con  le sua modalità di comunicare sostenuta dai media sta determinando sempre più una crisi istituzionale tra i cittadini e la politica, e i dati sulla partecipazione al voto ne è purtroppo un evidente segno di questa crisi.

 Roberto Giuliano



domenica 12 maggio 2024

Lapsus Freudiano: negli anniversari emerge il loro autoritarismo

 

Lapsus Freudiano: negli anniversari emerge il loro autoritarismo

Un vecchio detto popolare dice: Passata la festa gabbato lo Santo. Una modalità per evidenziare una forma dell’ipocrisia umana nel ripulirsi la coscienza, ma continuare a fare ciò che si è fatto, come se partecipare alle manifestazioni “religiose” abbia un potere catartico per considerarsi dalla parte del bene. Cosi, ormai, è da anni nel nostro Paese con le ricorrenze del 25 aprile e del 1° Maggio.   Oltre le polemiche che hanno avvelenato le due ricorrenze cosa è rimasto? Cosa è cambiato per i cittadini? Nulla. Appuntamento al 2025 e cosi via.  Ma questa volta è emerso in modo chiaro, per chi evidentemente non porta i paraocchi, delle profonde diversità con le altre ormai divisive ricorrenze di queste due date. 

Il 1° Maggio, da sempre la festa dei lavoratori, ormai è diventato il concertone del 1 Maggio, trasformando l’idea geniale di Ottaviano del Turco nell’utilizzare quella giornata anche come incontro con i giovani, ad un concerto fine a se stesso, anzi nel fare propaganda contro il governo dimenticandosi i “padroni”. Questo avviene perché il sindacato ha perso, in questi 30 anni di seconda repubblica, i riferimenti governativi che erano i partiti storici dell’arco costituzionale (DC,PSI, PSDI, PRI e PCI) con cui si discuteva e ci si confrontava,  ed  ognuno faceva la sua parte, da un lato si calmavano le spinte populiste e assistenziali (presenti da ambo le parti) e dall’altro si coglievano i bisogni che il sindacato una volta sapeva cogliere e rappresentare.

Oggi il sindacato, e lo dico con dispiacere, fa propaganda, quando non fa politica antigovernativa a priori. Certamente anche il sindacato si è dovuto adeguare, purtroppo al peggio della seconda repubblica,  visto che si è salvato dall’orda di tangentopoli, il prezzo da pagare è stato di sottostare al conservatorismo sfrenato dei vari governi, cosiddetti di sinistra, che hanno privatizzato  le aziende pubbliche e demolito molte delle garanzie sociali che si erano conquistate nel passato, ed il risultato oggi è sotto gli occhi di tutti: lavoro precario per giovani, difficoltà a ritrovare un lavoro per coloro che sono espulsi dal ciclo produttivo, salari che non riescono a contenere l’inflazione galoppante; e allora ecco che  la demagogia prende il sopravvento: salario  minimo per legge abdicando al suo ruolo di essere soggetto  contrattuale, referendum sul job act cioè lo strumento che per quanto anomalo, ha favorito il lavoro a tempo indeterminato, invece di contrastare il lavoro precario. Dunque ormai solo propaganda.

Anche il 25 aprile festa della liberazione dalla dittatura nazifascista e dunque festa nazionale, si è trasformata nella festa di una parte politica, quella comunista, cioè di coloro che si ritengono antropologicamente superiori agli altri, loro sono il bene e gli altri il male, solo loro possono dare patenti di legittimità democratica, ovviamente se condividi le loro opinioni.  Decidono loro mediante l’ANPI chi è degno di partecipare e chi no, e cosi la Brigata Ebraica che ha combattuto il nazifascismo viene esclusa perché Israele e Hamas si stanno scontrando nella striscia di Gaza e dove, purtroppo, i Palestinesi (da più di mezzo secolo sono la carne di macello per i conflitti geopolitici, sia tra gli stessi paesi arabi che con Israele) sono le vittime designate da questa guerra e volontariamente si confonde Hamas con i Palestinesi. Hamas non risponde ai Palestinesi, ma al regime teocratico e misogino dell’IRAN. C’è un clima pesante che rifiuta il dissenso, in questo caso sia a destra che a sinistra, ad esempio sulle 2 guerre in atto e sulla stagione del covid. Nel senso che esprimere dubbi su ciò che avviene o è avvenuto fa emergere il bisogno immediato  ad etichettarti come negazionista, filo putiniano etc.

 

Altro aspetto significativo che è emerso, è dato dall’intolleranza che esprimono i vari movimenti cosiddetti di sinistra, confondendo volutamente o per ignoranza semantica l’intolleranza con il diritto al dissenso. Una domanda mi sorge spontanea, ma se la sinistra o quella che storicamente abbiamo chiamato sinistra, nasce per difendere i più deboli che sono i lavoratori, coloro che sono sfruttati e dunque opporsi al profitto che non distribuisce o è fine a sé stesso perchè non lo fa? Oggi ciò non avviene più perché si predilige legittimamente la difesa dei diritti civili (mettendoli in antagonismo con quelli sociali) che sono certamente importanti ma vengono utilizzati come una clava nei confronti di chi pone dubbi, e visto l’affermarsi di una intolleranza culturale spacciata per diritto al dissenso sono sempre forze politiche di sinistra?

Non vorrei che si trasformano volutamente in ideologie  i diritti civili (mentre dovrebbero essere dei valori), i quali diventando ideologie non sono più diritti civili, ma elementi di discriminazione come tutte le ideologie, e spacciate al popolo come progressismo, alfine di lasciare al capitalismo la libertà di sfruttare, dimenticandosi della funzione sociale che sta alla base della cultura socialista, socialdemocratica ma anche cristiana, nel dare delle regole al capitalismo e alla sua nuova forma globalista e finanziaria.

 In fin dei conti il comunismo voleva abbattere il capitalismo ma avendo perso, per nostra fortuna, questa battaglia gli ex comunisti, armi e bagaglio, sono passati al servizio del capitalismo finanziario perché non hanno mai maturato una coscienza liberale o liberalsocialista e dunque sono ancora autoritari nel loro DNA culturale anche se si spacciano per democratici.

Roberto Giuliano

 


 

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