venerdì 4 settembre 2026

America First e la fine dell’ordine di Yalta – Parte 1

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America First e la fine dell’ordine di Yalta –

 Parte 1

Trump non ha cambiato gli Stati Uniti. Ha reso visibile una trasformazione iniziata con la fine della Guerra Fredda, quando il capitalismo ha perso il suo antagonista storico e le alleanze hanno smesso di essere fondate sulle ideologie per diventare sempre più strumenti degli interessi economici

Ogni epoca cerca il proprio simbolo.

Per molti osservatori Donald Trump rappresenta la rottura della politica americana: il presidente imprevedibile, il comunicatore provocatorio, il leader che ha trasformato la diplomazia in una successione di annunci e di rapporti di forza.

È una lettura suggestiva, ma rischia di essere superficiale.

Trump non è la causa del cambiamento. È il prodotto di una trasformazione iniziata molto prima del suo ingresso alla Casa Bianca.

L’ordine nato a Yalta

Per comprenderlo occorre tornare al 1989. Non perché in quell’anno sia caduto soltanto il Muro di Berlino, ma perché è venuto meno l’equilibrio sul quale era stato costruito l’intero ordine internazionale nato a Yalta.

Da allora non è cambiata soltanto la politica americana: è cambiato il modo stesso di intendere il capitalismo.

Ogni sistema internazionale nasce da un equilibrio di potenza. Quello che ha dominato la seconda metà del Novecento affonda le proprie radici nella Conferenza di Yalta del febbraio 1945, quando le principali potenze alleate iniziarono a delineare l’assetto politico del mondo dopo la sconfitta della Germania nazista.

Pur senza definire ogni aspetto del futuro ordine internazionale, Yalta rappresentò il punto di partenza di un sistema fondato sull’equilibrio tra due grandi potenze: gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica.

Da quel momento il mondo fu diviso in due blocchi contrapposti, ciascuno portatore di un diverso modello economico, politico e culturale.

La Guerra Fredda non fu soltanto una competizione militare. Fu soprattutto una competizione tra due idee di società.

Da una parte vi era il capitalismo democratico occidentale; dall’altra il socialismo reale guidato da Mosca. Entrambi pretendevano di rappresentare il futuro dell’umanità.

In questo contesto anche il capitalismo occidentale assunse caratteristiche particolari. Non era semplicemente un sistema economico basato sul mercato. Era anche uno strumento della competizione ideologica.

Per dimostrare la propria superiorità rispetto al modello sovietico, le democrazie occidentali non potevano limitarsi a produrre ricchezza.

Dovevano dimostrare di saper distribuire benessere, garantire diritti, assicurare mobilità sociale e offrire condizioni di vita migliori rispetto ai Paesi comunisti.

Lo sviluppo del welfare europeo, la diffusione della sanità pubblica, il rafforzamento dei diritti dei lavoratori, la crescita della classe media e l’intervento dello Stato nell’economia furono certamente il risultato delle lotte sociali, della cultura cristiano-democratica e socialdemocratica e delle peculiarità dei singoli Paesi.

Ma si inserirono anche in una competizione globale nella quale l’Occidente aveva interesse a dimostrare che libertà economica e giustizia sociale potevano convivere.

Anche gli Stati Uniti, pur mantenendo un modello più orientato al mercato rispetto all’Europa, investirono enormi risorse nella costruzione dell’ordine occidentale.

Il Piano Marshall, la nascita della NATO e il sostegno economico ai Paesi europei rispondevano certamente a esigenze strategiche, ma contribuivano anche a consolidare un sistema politico fondato sulla cooperazione tra alleati.

In quel contesto le alleanze non erano soltanto strumenti di sicurezza. Erano comunità politiche. Gli interessi nazionali esistevano, ma erano mediati da una comune appartenenza ideologica.

Questa impostazione influenzò profondamente anche la politica estera americana. L’obiettivo non era soltanto contenere l’espansione sovietica, ma preservare un ordine internazionale nel quale gli Stati Uniti esercitavano una leadership riconosciuta e largamente accettata dagli alleati.

Per oltre quarant’anni questo equilibrio garantì una relativa stabilità internazionale. Tuttavia, esso dipendeva da una condizione fondamentale: l’esistenza di un avversario sistemico.

Quando quell’avversario scomparve, anche l’ordine che aveva contribuito a costruire iniziò lentamente a trasformarsi. È proprio da questa trasformazione che prende avvio il mondo contemporaneo.

1989: l’anno in cui finisce il 900

La storia non cambia sempre con una guerra. Talvolta cambia con il crollo di un muro.

Il 9 novembre 1989, quando migliaia di berlinesi abbatterono il Muro che per quasi trent’anni aveva diviso la città, pochi immaginavano che non stesse semplicemente finendo la Guerra fredda. Stava terminando l’intero sistema internazionale costruito nel secondo dopoguerra.

Due anni dopo, con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, il bipolarismo lasciò il posto a un mondo apparentemente privo di rivali per l’Occidente.

Per la prima volta nella storia contemporanea una sola potenza sembrava in grado di esercitare una leadership globale sul piano economico, militare e tecnologico.

Gli Stati Uniti uscirono dalla Guerra Fredda come unica superpotenza mondiale e molti analisti ritennero che la democrazia liberale e l’economia di mercato fossero destinate a diventare il modello universale di organizzazione delle società.

Fu in questo clima che Francis Fukuyama pubblicò La fine della storia e l’ultimo uomo, sostenendo che il grande confronto tra ideologie fosse giunto al termine.

Non intendeva affermare che gli eventi storici sarebbero cessati, ma che la democrazia liberale rappresentasse l’approdo definitivo dell’evoluzione politica dell’umanità.

A distanza di oltre trent’anni, quella previsione appare soltanto parzialmente confermata.

È vero che il capitalismo si è diffuso su scala planetaria ma è altrettanto vero, però, che la democrazia non ha seguito lo stesso percorso.

Al contrario, gli ultimi decenni hanno dimostrato che il mercato può prosperare anche in sistemi autoritari, nei quali la competizione economica convive con un forte controllo politico.

La Cina costituisce il caso più evidente di questa trasformazione. L’apertura economica avviata da Deng Xiaoping non ha prodotto una democratizzazione del Paese secondo il modello occidentale; ha invece dato origine a una forma di capitalismo di Stato capace di competere con le economie liberali senza rinunciare al monopolio politico del Partito comunista.

Questa esperienza ha messo in discussione una delle convinzioni più diffuse negli anni Novanta: l’idea che lo sviluppo economico avrebbe inevitabilmente condotto alla liberalizzazione politica. Non è accaduto, il mercato si è globalizzato molto più rapidamente della democrazia.

La globalizzazione ha inoltre modificato profondamente il rapporto tra economia e politica. Durante la Guerra fredda il capitalismo occidentale era costretto a confrontarsi con un modello alternativo e, proprio per questo, doveva dimostrare di poter garantire non soltanto crescita economica, ma anche coesione sociale.

La presenza di un antagonista sistemico contribuiva, indirettamente, a contenere gli squilibri del capitalismo stesso. L’esistenza di un’alternativa obbligava le democrazie occidentali a mantenere un equilibrio tra mercato, diritti sociali e intervento pubblico.

Con la scomparsa dell’Unione Sovietica questo equilibrio iniziò progressivamente a modificarsi.

La liberalizzazione dei movimenti di capitale, l’integrazione dei mercati finanziari, le privatizzazioni, la delocalizzazione delle produzioni e la rivoluzione digitale favorirono la nascita di un capitalismo sempre più globale e sempre meno legato ai confini nazionali.

Le grandi imprese cominciarono a ragionare su scala mondiale. Anche la finanza acquisì una capacità di influenza senza precedenti, spesso superiore a quella degli Stati.

Naturalmente questo processo produsse enormi benefici. Centinaia di milioni di persone uscirono dalla povertà, soprattutto in Asia. L’innovazione tecnologica accelerò, gli scambi commerciali aumentarono e l’interdipendenza economica raggiunse livelli mai conosciuti.

Ma la globalizzazione ha generato anche nuove fragilità.
In molte economie occidentali, una parte consistente della produzione industriale fu trasferita verso Paesi con costi del lavoro più bassi, interi settori manifatturieri entrarono in crisi, mentre la ricchezza tendeva a concentrarsi nei comparti finanziari e tecnologici.

Si è accentuata così, una frattura tra i benefici della globalizzazione e le sue conseguenze sociali.

È proprio da questo contesto che emergono molti dei fenomeni politici che stanno caratterizzando il XXI secolo: la crescita dei movimenti populisti, il ritorno del nazionalismo economico, la richiesta di protezione delle produzioni nazionali e una crescente diffidenza verso le istituzioni sovranazionali.

Donald Trump non nasce politicamente nel 2016, ma idealmente, nel momento in cui una parte della società americana iniziò a percepire che la globalizzazione produce vincitori e vinti e che il costo della leadership mondiale degli Stati Uniti non è più distribuito in modo equo all’interno della stessa società americana.

Da questo punto di vista, Trump non è il punto di partenza del cambiamento, è il punto nel quale le trasformazioni economiche, sociali e geopolitiche maturate nell’arco di tre decenni trovano in Lui una traduzione politica esplicita.

 


 

 

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