martedì 22 giugno 2021

Fake News: La rete tra Responsabilità e Libertà

 

Saluto gli illustri partecipanti a questa iniziativa che, come Corecom Lazio, abbiamo voluto realizzare consapevoli che i vostri ruoli e le vostre competenze possono essere un viatico nell’indicare soluzioni possibili ad una realtà tecnologica e sociale in continua trasformazione.  Le fake news, o bugie, o manipolazioni non sono una novità nella realtà storica dell’essere umano: dalla “Damnatio memoriae” dei romani  che significa “condanna della memoria” ed indicava una pena consistente nella cancellazione di qualsiasi traccia riguardante una persona, come se essa non fosse mai esistita (simile oggi al "ti cancello dei social media e non solo per parolacce), agli orrori dell’900 del nazismo e del comunismo che si raccontavano come il paradiso in terra.

La novità di questo terzo millennio sta nelle opportunità che i nuovi strumenti informatici offrono al cittadino, sia in termini di informazione, ma anche di relazioni virtuali con persone reali, e nella falsificazione degli stessi. I social sono diventanti strumento di informazione, di confronto, ma anche di propaganda e disinformazione. Nelle relazioni Virtuali ogni essere umano diventa un presunto opinion leader di se stesso e inconsapevolmente   un propulsore di notizie, che crede reali, senza doverle verificare. Molti utenti dei social non sanno che esistono profili finti per assecondare delle idee, o che lo stesso social ti invia automaticamente messaggi che potresti condividere visto che analizza le scelte che condividi. 

Questo suggerire le notizie in sintonia con una tua presunta idea fa si che essa si rafforzi nella mente dell’utente perché dall’algoritmo vengono escluse dalla navigazione le idee contrastanti.

La ricerca spasmodica di like e di far visitare il proprio sito, porta, come conseguenza, alla radicalizzazione della notizia, quando va bene, se non alla manipolazione come ad esempio, del titolo della notizia, della quale poi il contenuto è totalmente diverso, il tutto affinché si vada a leggere la notizia che a sua volta rende maggiormente attraente il sito per ricevere pubblicità.

La comunicazione digitale può creare confusione specialmente quella scritta perché si perde il tono della voce che è un aspetto fondamentale per comprendere il senso di una parola se usata in modo offensivo o no.  Ma più che combattere le parole che possono suscitare odio, rabbia o indignazione bisognerebbe educare alla gestione dei sentimenti, che in quanto tali nobili o meno nobili, sono ineliminabili, in quanto insiti nella natura umana.

Certamente la cultura del relativismo in questi anni ha indebolito la ricerca della verità, perché la verità o il fatto esiste in se, ciò su cui si può e si deve discutere è la lettura e dunque le interpretazioni su quella verità o su quel fatto.  Se una donna è morta questa è una verità ed è un fatto incontestabile, come il fatto sia avvenuto fa la differenza, potrebbe essere una disgrazia o un femminicidio, oppure un femminicidio o una invidia sociale, ed ancora una ribellione ad usanze religiose o perché a conoscenza di segreti che fanno tremare il potere. In base a come si racconta il fatto si possono sollecitare nei lettori sentimenti di paura, di intolleranza, di ribellione, come di rassegnazione.   

Uno degli aspetti che considero prioritario è che si dovrebbe distinguere tra l’opinione di una persona che si può esprimere tramite un blog, e coloro che diffondono opinioni tramite dei siti, perché questi ultimi appaiono agli utenti come fonte di informazione, quindi, più attendibili delle opinioni di qualunque utente. Si dovrebbero registrare con responsabilità pari alle testate giornalistiche?

Che responsabilità devono avere i gestori dei social affinché non ci sia il libero arbitrio nel censurare ciò che non gli aggrada?  Aldilà di come la si pensa su Trump, il fatto che un privato cittadino miliardario e proprietario di Facebook, come Zuckerberg, possa decidere di sospendere il profilo e dunque la comunicazione tra il Presidente degli Stati Uniti e il suoi elettori, pone un problema di democrazia  su come i social possano  assomigliare, con i dovuti distinguo, a un regime che gode delle convenienze del libero mercato, ma  che al bisogno  può trasformarsi  nel volto di Kim Jong-Un presidente della Corea del Nord.

Il bilancio che emerge dal “Report delle minacce 2017-2020” di Facebook, un documento di quaranta pagine che tira le somme di quattro anni alle prese con la disinformazione di matrice statale. Un arco di tempo in cui sono stati eliminati più di 150 network di disinformazione maligna provenienti da 50 Stati diversi.

C’è la necessità di una regolamentazione delle piattaforme sia nazionale ma anche sovranazionale. In Europa si parla di rafforzare il Codice del 2018, ad esempio come fornire agli utenti strumenti per segnalare la disinformazione che non va confusa con la controinformazione.

Il titolo di questa iniziativa parla di libertà e responsabilità, perché se culturalmente siamo contro la censura siamo anche contro l’irresponsabilità. Credo che i legislatori, con il supporto degli studiosi e degli operatori del settore, dovranno trovare gli strumenti, non facili, affinché la democrazia non sia travolta dalle fake news e contemporaneamente non sia limitata la libertà di opinione dei cittadini. Ricordo che da ragazzo Riccardo Lombardi ci spiegava che il riformismo è quella capacità, abilità, metodo per cui i riformisti devono essere capaci di cambiare la ruota di una bicicletta mentre si pedala, certamente un compito arduo, ma è un dovere verso i cittadini e verso i valori della democrazia.  

 


 

domenica 2 maggio 2021

Perché Fedez avendo Ragione Sbaglia

 

Perché Fedez avendo Ragione Sbaglia

Qualcuno disse: “Se studiassimo bene la storia e la comprendessimo non faremmo gli stessi errori”.  Capita spesso di notare che si commettono errori già fatti, ma le stesse idee errate presentandosi in veste nuove non notiamo l’assonanza con ciò che di sbagliato abbiamo già fatto. In psicologia ciò si chiama coazione a ripetere. Questo disturbo mentale è tipico di tutti coloro che credono nelle ideologie, ma ovviamente ci cadiamo inconsapevolmente anche noi che abiuriamo le ideologie ed in particolare quelle messianiche. Ricordo che si diceva “tutto è politica” e certamente da un punto di vista etimologico è giusto, ma se questa frase la si assume come stella cometa del proprio vivere diventa una ideologia e dunque esprime e realizza il suo contenuto autoritario. Quanti rapporti umani e relazioni distrutti da questa visione totalizzante della politica, quanta violenza ha determinato questo assunto nella società sia a destra che a sinistra? Si, gli anni di piombo e le violenze nascono da questo assunto. Se questo è l’aspetto violento del tutto è politica, c’è un altro aspetto più subdolo che si è affermato in questi anni maledetti di seconda Repubblica che è il confondere il diritto ad avere una idea o una opinione politica   con l’essere competenti di politica

Da tempo osserviamo in televisione persone famose e brave nel loro campo esternare su tutto lo scibile umano. Nella prima Repubblica i partiti utilizzavano la notorietà di cantanti e Vip a loro vicini nelle loro campagne elettorali facendoli cantare o fare dei spettacoli, ma certamente non venivano invitati per parlare di politica. La competenza politica di un Vip dello spettacolo è uguale a quella di un qualunque cittadino che sta al bar dello sport, cioè zero.   

Ed è per questo che Fedez ha sbagliato, non tanto per quello che dice,  cosa che condivido: lottare contro le discriminazioni, (non solo quelle di genere ma anche quelle sociali dico io, per quanto la proposta di legge Zan da lui sostenuta non la condivido per il suo manicheismo). 

Fedez è certamente una brava persona, da quello che leggo e  per quello che fa nel suo campo e non solo, ma se viene invitato in una trasmissione canora o di intrattenimento si deve attenere a quello, questa non è censura, ma rispetto delle regole e degli ascoltatori. Se vado a vedere un film non mi aspetto che qualcuno mi faccia una predica prima del film sulla morale religiosa. Sono anni, purtroppo, che assistiamo all’uno vale uno, cosa giusta in termini elettorali, ma sbagliata in termini di competenza, e il disastro è sotto gli occhi di tutti.

Certamente a Fedez, a differenza di altri cittadini, non mancano le occasioni per raccontare la sua visione del mondo legittimamente, ma se vuole fare politica è doveroso che intervenga e si confronti nell’agone politico. Io non ho dubbi sul valore della sua persona che non è minimamente paragonabile a quella di Grillo, ma involontariamente, in questo caso, sta percorrendo la stessa strada.  Non ci si inventa politici solo perché si ha una idea della politica o di un argomento, la politica è una cosa seria che riguarda il destino di milioni di persone, e richiede una capacità di ascolto non autoreferenziale, ma delle diversità sociali che non si esprimono in televisione, anzi è proprio la capacità di dare voce agli ultimi, agli invisibili, a coloro che non si interessano direttamente di politica, ma è la politica ad interessarsi del loro destino. 

In altre epoche abbiamo assistito a tanti utili idioti che hanno sostenuto il nazismo, il fascismo, il comunismo, i vari regimi populisti e oggi il grillismo, scambiando per democrazia ciò che nega la democrazia, ma la democrazia è un insieme di regole e solo nel rispetto di esse si combatte la demagogia imperante e l’autoritarismo strisciante.  

PS. Il Ddl Zan è un ossimoro strumentale perché il reato di discriminazione esiste già, le tematiche di cui la proposta di legge parla devono essere gli aggravanti di un reato cioè della discriminazione, per cui non serve introdurre un nuovo reato specifico. Il resto è demagogia elettorale o operazione di distrazione di massa   

                                                          Roberto Giuliano 




martedì 13 aprile 2021

L’odio : Quando le parole diventano ideologia

 

L’odio : Quando le parole diventano ideologia

Si parla molto del linguaggio dell’odio, ma cosa sia l’odio nessuno lo spiega. Secondo Freud è l’opposto dell’amore, anzi si potrebbe dire che l’uno esiste perché c’è l’altro. Si preferisce combattere e censurare un linguaggio dell’odio e non comprendere la sua genesi, come dire stai male prendi una pillola e cosi abbiamo la coscienza a posto, curiamo il sintomo ma non indaghiamo su ciò che lo produce. L’odio, può piacere o no, è un sentimento umano, e i sentimenti si possono educare ma non estirparli o abolire. In quanto esseri umani siamo tutti dei portatori sani di sentimenti che possiamo definire soggettivamente nobili e altri ripugnanti, e l’odio è uno di questi che può generare altri sottoprodotti come l’invidia, la gelosia, l’avidità etc. Le parole non sono nient’altro che la proiezione di ciò che si vive dentro di sé, esse sono neutre, ma il loro senso dipende dalla tonalità e dal contesto in cui esse vengono declinate. Le parole negro o nero in sé non sono offensive lo diventano solo se esse sono espresse in modo e in un contesto in cui si vuole disprezzare qualcuno, ma la parola in se non è sinonimo di disprezzo. Il termine sporco negro ma anche sporco bianco che sicuramente in modo lessicale indicano qualcosa di non pulito se dette in un contesto e in una modalità litigiosa è una offesa ma se detto in un contesto amichevole e scherzoso può essere un complimento affettivo. Molti pseudo intellettuali danno una valutazione ideologica al termine, associano alla parola negro solo il significante dispregiativo, come se quella parola rappresentasse tutta la storia dello schiavismo coloniale omettendo a se stessi che lo schiavismo purtroppo esiste dai tempi dei faraoni.

“L’illusione più pericolosa è (che le persone possano pensare) che esista soltanto una unica realtà” “Ogni sistema(mentale) che abbia trovato un proprio equilibrio, tende a mantenerlo, resistendo agli stimoli di cambiamento” Paul Watzlawick. La nostra realtà è rappresentata dalle quantità e qualità delle parole che conosciamo, per poterla rappresentare, ad esempio: “l’unione delle lettere c-a-s-a, riproduce nella nostra mente ciò che tutti sappiamo, ovvero una casa, ma avrebbe potuto rappresentare anche una nave o un grattacielo. Non esiste un’analogia strutturale tra casa reale e la sequenza delle lettere c-a-s-a: il fatto che essa ci ricordi un tipo di abitazione è il risultato di una convenzione codificata nella nostra lingua. Questo meccanismo fa si che le parole assumono un significato rispetto alla nostra cultura e alla nostra storia. Se una cultura assume di una parola solo il significato di una esperienza storica recente o soggettiva della propria esperienza si realizza una manipolazione o limitazione della realtà. Questa moda di voler coniare nuove parole per rappresentare qualcosa che già esiste, assomiglia alla modalità dello struzzo che preferisce mettere la testa sotto terra per non vedere la realtà, la realtà che in questo caso è comprendere ciò che produce odio o disprezzo verso una persona. Queste persone pensano che cambiando il termine si sia eliminato il problema, potremmo definire questo atteggiamento (buonista o politicamente corretto) ipocrita e falso come colui che pulisce e mette la polvere sotto il tappeto.  Certamente esistono parole di uso comune che possono essere considerate volgari ma questo non vuol dire che ciò che è volgare sia offensivo, ma se si offende già la legge prevede sanzioni.

Un termine volgare se da un lato rappresenta anche il livello culturale di chi lo esprime dall’altro è anche una caduta di stile se si fa riferimento a persona di riconosciute competenze linguistiche. Questa mentalità distorta di condannare le parole e non il contesto della modalità in cui esse vengono espresse produce nella realtà una legislazione repressiva che limita la libertà di opinione e determina un libero arbitrio della magistratura. Oggi si parla di introdurre il reato di omofobia. Certamente usare violenza su una persona è già un reato, per cui l’omofobia può e deve essere un aggravante (come l’odio razziale o religioso) ma non un reato specifico. Stesso atteggiamento deve valere per la discriminazione che già nel nostro ordinamento è considerato un reato a cui può essere aggiunto un aggravante, ma forse l’aggravante maggiore sono i tempi della giustizia e la sua arbitrarietà che non dà certezza alle vittime. Gramsci intuì la sindrome di Pilato quando disse giustamente: Odio gli indifferenti, per cui non credo che qualcuno voglia condannare o censurarlo per questa frase. L’odio lo si combatte con l’educazione al rispetto della persona, con la capacità di gestire la rabbia che esso produce, combattendo anche la cultura del nemico come sfogo e proiezione delle proprie responsabilità. Freud scopri il meccanismo della proiezione in difesa di un Io debole che scarica sugli altri le proprie responsabilità,  un atteggiamento tipicamente infantile, e non vorrei che molti di questi moralisti censori utilizzano queste battaglie ideologiche non per risolvere il problema ma per mettere a tacere i loro sentimenti di odio verso gli altri e così pulirsi la loro coscienza, avendo poi la legittimità esclusiva di poter odiare coloro che non si piegano ai loro ordini indicandoli come odiatori. 

 


 

 

 

 

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