America First e la fine dell’ordine di Yalta – Parte 2
Per comprendere l’America First bisogna quindi guardare molto oltre la figura di Donald Trump
Bisogna osservare il mondo nato dopo il 1989, quando il capitalismo rimase senza un antagonista sistemico e la competizione internazionale cessò di essere principalmente ideologica per diventare sempre più economica, tecnologica e finanziaria.
È da quel momento che prende forma la ricerca di nuovo ordine mondiale nel quale viviamo ancora oggi.
Il capitalismo senza antagonisti
La fine della Guerra fredda non ha modificato soltanto gli equilibri geopolitici. Ha cambiato la natura stessa del capitalismo occidentale. Durante i quarant’anni del confronto tra Stati Uniti e Unione Sovietica, il capitalismo non rappresentava soltanto un sistema economico.
Era anche il principale strumento attraverso il quale l’Occidente cercava di dimostrare la superiorità del proprio modello di società. La competizione con il blocco comunista non si svolgeva esclusivamente sul piano militare o tecnologico.
Riguardava anche la qualità della vita, la capacità di garantire occupazione, mobilità sociale, tutela dei diritti e benessere diffuso.
Sarebbe storicamente scorretto attribuire la nascita dello Stato sociale esclusivamente alla contrapposizione con il comunismo. Il welfare europeo affonda le proprie radici nella dottrina sociale della Chiesa, nella cultura liberale, nella socialdemocrazia e nelle lotte del movimento operaio.
Tuttavia, è altrettanto difficile negare che la competizione con il blocco sovietico non abbia rafforzato questa evoluzione.
Nel secondo dopoguerra le democrazie occidentali avevano bisogno di dimostrare che il capitalismo poteva produrre non soltanto ricchezza, ma anche giustizia sociale.
La crescita economica e la protezione dei cittadini diventavano così due elementi della stessa strategia politica.
Per questo motivo gli anni compresi tra il secondo dopoguerra e la fine degli anni Settanta vengono spesso ricordati come i “Trenta gloriosi”: un periodo caratterizzato da forte crescita economica, espansione della classe media, aumento dei salari reali e consolidamento dei sistemi di protezione sociale.
Naturalmente quel modello, che abbiamo vissuto, non era privo di limiti: l’elevata inflazione degli anni Settanta, le crisi energetiche e l’aumento della spesa pubblica mostrarono che l’equilibrio tra mercato e intervento statale non poteva essere mantenuto indefinitamente senza profonde riforme.
Già negli anni Ottanta, con le politiche di Ronald Reagan negli Stati Uniti e di Margaret Thatcher nel Regno Unito, iniziò una stagione di liberalizzazioni, privatizzazioni e riduzione del ruolo economico dello Stato, cosa che in Italia avviene negli anni di Mani pulite, a partire dal biennio 92/94, con la fine della prima Repubblica.
Tuttavia, il vero punto di svolta arrivò soltanto dopo il 1989. Con la dissoluzione dell’Unione Sovietica il capitalismo perse il proprio antagonista storico.
Da quel momento non fu più necessario dimostrare, almeno sul piano geopolitico, la superiorità sociale del modello occidentale rispetto a un sistema concorrente.
L’economia iniziò così a muoversi con una libertà crescente rispetto alla politica, le imprese organizzarono la produzione su scala mondiale. I capitali iniziarono a spostarsi in tempo reale da un continente all’altro. Le grandi multinazionali acquisirono una capacità di influenza economica e tecnologica superiore a quella di molti Stati nazionali.
Nel novembre del 1999 Bill Clinton con il Gramm-Leach-Bliley Act, abrogò le disposizioni chiave del Glass-Steagall Act del 1933, una legge varata in seguito alla crisi del ’29 che separava le banche commerciali da quelle d’investimento, sulla scia del crollo del mercato azionario del 1929 e della successiva Grande Depressione, il Congresso, allora era preoccupato che le operazioni bancarie commerciali e il sistema di pagamento incorressero in perdite da mercati azionari volatili.
Una motivazione importante per l’atto, era il desiderio di limitare l’uso del credito bancario per la speculazione e di indirizzare il credito bancario in quelli che Glass e altri pensavano per essere usi più produttivi, come l’industria, il commercio e l’agricoltura.
La finanza, ipotizzata storicamente per sostenere l’economia reale, assunse progressivamente una dimensione autonoma. La ricerca del rendimento finanziario divenne sempre più centrale rispetto agli investimenti produttivi di lungo periodo.
Il paradigma del 900 dove il profitto avviene all’interno di una cornice definita dalla politica finisce, e prende forma una concezione del profitto fine a sé stesso.
Per alcuni economisti lo scoppio della “bolla” immobiliare statunitense del 2007, dovuta all’innesco della crisi dei mutui subprime è la conseguenza dell’abolizione Glass-Steagall Act del 1933.
Gli Istituti di credito hanno erogato prestiti ad alto rischio a debitori insolventi, portando al crollo del mercato nel febbraio 2007, e a una devastante crisi finanziaria globale che nel 2008 arrivo anche in Europa.
Ogni trasformazione produce anche effetti collaterali. In molte società occidentali la delocalizzazione industriale determinò la perdita di interi comparti produttivi. La crescente competizione internazionale esercitò una pressione sui salari di numerosi settori.
L’aumento della produttività non sempre si è tradotta in un corrispondente miglioramento della distribuzione della ricchezza.
Il capitale viaggia liberamente, mentre il lavoro resta confinato nei territori.
L’unica eccezione è l’immigrazione, che spesso non è altro che una cinica manipolazione: i trafficanti vendono l’illusione del sogno occidentale a persone che, una volta arrivate, vengono regolarmente sfruttati dalla malavita o da un’imprenditoria pirata e usati per fare concorrenza al ribasso ai lavoratori autoctoni.
Si apre così una frattura che sta segnando tutta la politica occidentale del XXI secolo.
Da una parte si sviluppano i grandi centri della finanza, dell’innovazione tecnologica e dell’economia globale. Dall’altra in molte aree industriali tradizionali è iniziato un lento declino economico e demografico.
Ed è proprio all’interno di queste trasformazioni che è maturato il bisogno di una crescente domanda di protezione. Non soltanto protezione economica ma anche protezione identitaria, culturale e politica.
Molti cittadini iniziarono a percepire la globalizzazione come un processo governato da attori lontani – mercati finanziari, organismi internazionali, grandi multinazionali – rispetto ai quali i governi nazionali appaiano sempre meno capaci di incidere.
La crisi finanziaria del 2008 ha reso evidente questa frattura. Il fallimento di grandi istituzioni finanziarie mise in luce quanto il sistema economico mondiale fosse diventato interconnesso e vulnerabile.
Molti governi intervennero per evitare il collasso del sistema bancario, ma una parte consistente dell’opinione pubblica interpretò, giustamente, quelle scelte come la dimostrazione che la finanza globale veniva salvaguardata con maggiore rapidità rispetto alle difficoltà dell’economia reale e dei suoi effetti dirompenti nelle realtà sociali.
È in questo clima che riemergono parole che sembravano appartenere al passato: sovranità, protezione, confini, interesse nazionale. Non si tratta necessariamente del ritorno al mondo del Novecento. Si tratta piuttosto della ricerca di nuovi strumenti politici per governare un’economia ormai globale.
Donald Trump, la Brexit e la crescita di numerosi movimenti sovranisti europei possono essere letti anche come risposte, diverse tra loro, a questa percezione di perdita di controllo.
Ridurre questi fenomeni a semplici manifestazioni di populismo significa probabilmente sottovalutare le trasformazioni economiche e sociali che li hanno preceduti. La politica, come spesso accade, arriva dopo. Prima cambiano l’economia e la società. Poi cambiano i governi.
L’America First nasce proprio all’interno di questa inversione di prospettiva. Non propone l’abbandono del capitalismo. Propone un capitalismo maggiormente orientato agli interessi nazionali americani. È una differenza sostanziale.
Il mercato continua a essere considerato il motore della crescita. Ciò che cambia è il rapporto tra mercato e Stato.
La politica torna a rivendicare il diritto di orientare la globalizzazione in funzione degli interessi strategici della nazione. È questo il terreno sul quale si comprenderà il significato della presidenza Trump. Non una rivoluzione.
Ma il tentativo di adattare la leadership americana a un mondo nel quale il predominio economico degli Stati Uniti non può più essere dato per scontato.




