lunedì 7 settembre 2026

America First e la fine dell’ordine di Yalta – Parte 4

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America First e la fine dell’ordine di Yalta 

Parte 4

 

Oltre Trump

Ogni generazione tende a identificare la storia con i protagonisti del proprio tempo.

Nel Novecento furono Roosevelt, Churchill, Stalin, Kennedy, Reagan, Gorbaciov. Nel XXI secolo molti hanno individuato in Donald Trump il simbolo della trasformazione dell’Occidente.

È comprensibile, ma la sua figura ha rappresentato una discontinuità nello stile comunicativo, nel linguaggio politico e nel rapporto con gli alleati. Ma la storia raramente cambia per iniziativa di un solo uomo.

I grandi cambiamenti maturano lentamente, attraversano intere generazioni e solo in un secondo momento trovano interpreti capaci di renderli visibili. Trump appartiene a questa categoria. Non ha inventato l’America First.

Ha dato un nome politico a una trasformazione iniziata molti anni prima.
Quando il Muro di Berlino cadde, l’Occidente credette di avere vinto definitivamente la propria sfida storica. Per la prima volta sembrava non esistere più un modello alternativo alla democrazia liberale e all’economia di mercato.

Questa convinzione alimentò l’idea che la globalizzazione avrebbe progressivamente ridotto il peso delle frontiere, delle rivalità geopolitiche e persino degli Stati nazionali. Per alcuni anni questa interpretazione sembrò confermata dai fatti.

Il commercio internazionale si espanse. Le catene produttive divennero globali. La rivoluzione digitale accelerò gli scambi inoltre milioni di persone dell’Est e dell’Asia uscirono dalla povertà, ma, nello stesso tempo, il nuovo ordine mondiale che si vuole costruire ha prodotto effetti che inizialmente vennero sottovalutati.

L’integrazione economica non eliminò la competizione tra gli Stati, la trasformò. La tecnologia sostituì progressivamente l’ideologia. Le filiere industriali divennero strumenti di potere.

Le terre rare, i semiconduttori, i dati e l’intelligenza artificiale acquisirono un’importanza strategica paragonabile, per molti aspetti, a quella che il petrolio aveva avuto nel secolo precedente.

La globalizzazione non pose fine alla geopolitica. La rese semplicemente più complessa. Anche il capitalismo cambiò. Venuto meno il confronto con il comunismo, il mercato acquistò una libertà di movimento senza precedenti.

Le stesse guerre sia in Europa scoppiate dopo 1989, come anche quelle in Medio Oriente – Israele, Palestina, Turchia Iran e paesi del Golfo – sono aspetti di posizionamento per il nuovo ordine mondiale che si determinerà nei prossimi anni.

La finanza è diventata globale, le imprese organizzarono la produzione su scala mondiale, la competizione economica si è intensificata. Questa trasformazione ha prodotto crescita e innovazione, ma anche nuove disuguaglianze e nuove insicurezze.

Molti cittadini occidentali iniziano a percepire che la politica fatica sempre più a governare processi economici ormai transnazionali.

Da questa percezione nascono fenomeni molto diversi tra loro, ma accomunati da una medesima domanda: chi controlla davvero il nostro futuro?

America First rappresenta una delle possibili risposte a questa domanda. Non è l’unica, ma è certamente una delle più influenti.

Essa propone di ricondurre la globalizzazione entro il perimetro dell’interesse nazionale americano, riaffermando il primato della politica sulle dinamiche economiche quando queste vengono percepite come contrarie agli interessi strategici degli Stati Uniti.

Che questa strategia sia destinata ad avere successo oppure no, è una questione che soltanto la storia potrà chiarire.

Più importante è comprendere che il problema non riguarda esclusivamente gli Stati Uniti. Riguarda l’intero Occidente, e riguarda soprattutto l’Europa.

Per decenni il continente europeo ha costruito la propria integrazione in un contesto internazionale relativamente stabile, fondato sulla sicurezza garantita dall’Alleanza Atlantica e su un’economia mondiale in continua espansione.

Quel contesto oggi è profondamente mutato. L’Europa si trova di fronte a una scelta storica.

Può continuare a considerarsi una grande area economica composta da Stati che cooperano e non sempre. Oppure può decidere di diventare un soggetto politico capace di agire unitariamente nel nuovo equilibrio mondiale.

Questa scelta non nasce da un’aspirazione ideologica, nasce dall’evoluzione della storia.

Nel XXI secolo nessuno Stato europeo, da solo, dispone delle dimensioni demografiche, economiche, tecnologiche e militari necessarie per confrontarsi alla pari con Stati Uniti, Cina o con le grandi potenze emergenti.

La sovranità, paradossalmente, potrebbe essere difesa meglio condividendone una parte che tentando di conservarla integralmente, ed è questa la sfida del nostro tempo.

Il dibattito sugli Stati Uniti d’Europa dovrebbe partire da qui. Non da una contrapposizione tra europeismo e nazionalismo.

Ma dalla domanda fondamentale che ogni generazione è chiamata a porsi: quale ruolo vogliamo avere nella storia che sta iniziando?

Forse questa è anche la vera lezione del 1989. Non la fine della storia, come molti immaginarono, ma l’inizio di una storia diversa.

Una storia nella quale le categorie del Novecento non bastano più a interpretare il presente e nella quale la competizione tra le grandi potenze è tornata a essere il principale motore della politica internazionale.

Trump passerà. Come sono passati Reagan, Clinton, Bush, Obama e passeranno tutti coloro che guideranno gli Stati Uniti nei prossimi decenni.

Ciò che resterà sarà il mondo nato dopo il 1989. Comprenderlo significa prepararsi ad affrontare il futuro. Ignorarlo significa continuare a interpretare il XXI secolo con gli strumenti del secolo scorso.

È questa, forse, la vera sfida che attende l’Europa e, più in generale, l’intero Occidente. 

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     Parte 1 https://lesfumaturedelgarofanorosso.blogspot.com/2026/09/america-first-e-la-fine-dellordine-di.html

 

Autore

  • Roberto Giuliano

    Roberto Giuliano, sociologo, scrittore e giornalista, già segretario generale della Fillea CGIL del Lazio, di matrice socialista e craxiano, ex membro del Corecom Lazio.

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