sabato 5 settembre 2026

Trump: la politica prende atto del nuovo mondo

 

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America First e la fine dell’ordine di Yalta – Parte 3

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America First

Trump: la politica prende atto del nuovo mondo

Quando Donald Trump  alla Casa Bianca nel gennaio del 2017, gran parte degli osservatori interpretò la sua elezione come una rottura improvvisa della politica americana.

Il linguaggio diretto, la critica alle istituzioni internazionali, il rifiuto del politicamente corretto e la dottrina dell’«America First» sembravano segnare una cesura rispetto alla tradizione diplomatica degli Stati Uniti.

In realtà, molte delle trasformazioni attribuite a Trump erano già in corso da tempo. La sua presidenza rappresentò soprattutto il momento in cui esse vennero dichiarate apertamente.

Per oltre settant’anni gli Stati Uniti avevano esercitato una leadership globale fondata su un equilibrio tra interessi nazionali e responsabilità internazionale.

La difesa dell’Europa occidentale, il sostegno alle principali organizzazioni multilaterali e la promozione dell’economia di mercato erano certamente funzionali agli interessi americani, ma venivano presentati come parte di una missione più ampia: garantire stabilità internazionale e difendere il mondo libero.

Questa impostazione era perfettamente coerente con il contesto della Guerra Fredda.

La presenza dell’Unione Sovietica rendeva conveniente sostenere il costo politico, economico e militare della leadership occidentale. Con la fine del bipolarismo, tuttavia, questa logica iniziò progressivamente a perdere forza.

Gli Stati Uniti continuarono a esercitare un ruolo globale, ma all’interno della stessa società americana crebbe il dibattito sul costo di quella leadership.

Le guerre in Afghanistan e in Iraq rappresentarono un punto di svolta. Al di là del giudizio sulle singole decisioni politiche, esse mostrarono quanto fosse difficile trasformare il successo militare in una stabile ricostruzione politica.

Negli anni Novanta fu ampiamente diffusa e manipolata l’idea di esportare la democrazia con le armi, un concetto poi fortemente ridimensionato. La stanchezza degli americani verso queste “guerre infinite” fu tra i fattori decisivi che aprirono la strada alla presidenza Trump.

America First nacque anche da questa consapevolezza. La domanda implicita era semplice: perché gli Stati Uniti dovrebbero continuare a sostenere costi crescenti per garantire sicurezza e stabilità ad alleati che, nel frattempo, investono meno nella propria difesa?

Non era una domanda completamente nuova. Già amministrazioni precedenti avevano chiesto agli alleati europei di aumentare la spesa militare e di assumere maggiori responsabilità all’interno della NATO.

Trump ha trasformato questa richiesta in una vera e propria dottrina politica. Le alleanze non venivano più considerate un valore in sé, ma devono produrre un vantaggio concreto per gli interessi americani. In questa prospettiva cambia anche il significato della NATO.

Durante la Guerra Fredda essa rappresentava il principale strumento di contenimento dell’espansionismo sovietico. Nel XXI secolo, venuta meno questa minaccia nella forma originaria, la sua funzione diventa oggetto di un crescente dibattito strategico.

Trump interpreta questa trasformazione con estrema chiarezza: non mette formalmente in discussione l’Alleanza Atlantica, ne mette in discussione il modello di funzionamento. Agli alleati europei viene chiesto di contribuire maggiormente ai costi della sicurezza comune.

L’argomento non riguarda soltanto i bilanci della difesa. Riguarda una diversa concezione della leadership americana. Gli Stati Uniti non intendono più essere percepiti come il garante automatico dell’equilibrio internazionale, ogni alleanza deve dimostrare la propria utilità strategica.

Anche il rapporto con la Russia assume caratteristiche differenti rispetto alla Guerra Fredda. Mosca continua a rappresentare un competitore militare e geopolitico.

Tuttavia, il confronto non viene più interpretato principalmente come uno scontro tra modelli di civiltà. La dimensione ideologica lascia progressivamente spazio alla competizione per l’influenza regionale, l’energia, le risorse strategiche e gli equilibri militari.

La vera sfida del XXI secolo, infatti, non è rappresentata dalla Russia ma dalla Cina.

Mentre gran parte del dibattito occidentale rimane concentrato sull’eredità della Guerra Fredda, Pechino ha consolidato la propria posizione come principale rivale economico e tecnologico degli Stati Uniti.

Il confronto si sposta progressivamente dalla deterrenza nucleare ai semiconduttori, dall’intelligenza artificiale alle terre rare, dalle reti digitali alle catene globali del valore.

È in questo scenario che America First acquista un significato più ampio. Non rappresenta semplicemente uno slogan elettorale. È il tentativo di ridefinire la strategia americana in un mondo nel quale il predominio economico degli Stati Uniti non può più essere considerato incontestabile. La politica commerciale diventa così parte integrante della politica estera.

I dazi, il reshoring industriale, il controllo delle tecnologie sensibili e la protezione delle filiere strategiche assumono un’importanza pari a quella tradizionalmente attribuita agli strumenti diplomatici e militari.

Da questo punto di vista, è significativo osservare che molte di queste scelte non sono state abbandonate dalle amministrazioni successive. Sono cambiate le modalità comunicative. È cambiato il linguaggio diplomatico.

Ma la crescente attenzione verso la competizione con la Cina, il rafforzamento delle produzioni strategiche e la riduzione delle dipendenze economiche considerate critiche sono rimasti elementi centrali della politica americana.

Questo suggerisce una riflessione importante: Trump potrebbe non aver inaugurato una nuova strategia, potrebbe aver accelerato una trasformazione che gli Stati Uniti avevano già iniziato a compiere. Se questa interpretazione è corretta, il dibattito sulla sua figura assume un significato diverso.

La domanda non è se Donald Trump rappresenti una parentesi della storia americana. La domanda è se egli abbia semplicemente dato voce a una nuova fase della politica estera degli Stati Uniti, destinata a proseguire anche dopo la conclusione della sua esperienza politica.

Ed è proprio questa possibilità che dovrebbe interessare maggiormente l’Europa.

Perché, se il cambiamento riguarda la struttura della potenza americana e non soltanto la personalità di un presidente, allora il problema non consiste nell’attendere il prossimo inquilino della Casa Bianca, ma, consiste nel comprendere che il mondo nel quale l’Europa ha costruito la propria sicurezza per oltre settant’anni è profondamente cambiato.

Ed è un cambiamento destinato a durare.



Autore

  • Roberto Giuliano

    Roberto Giuliano, sociologo, scrittore e giornalista, già segretario generale della Fillea CGIL del Lazio, di matrice socialista e craxiano, ex membro del Corecom Lazio.

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