Senza soldi non c’è politica. Ma senza trasparenza non c'è democrazia.
Senza soldi non si fa politica, senza soldi non si fa beneficenza, senza soldi non si organizzano eventi e manifestazioni, senza soldi non funzionano i media, senza soldi non c’è propaganda, senza soldi non ci sono coloro che educano all’odio sociale e politico, senza soldi non c’è la mafia o la criminalità, senza soldi la stessa democrazia muore. Questa ovvietà — proprio perché tale — non viene quasi mai considerata come un elemento chiave per comprendere le dinamiche sociali, men che meno in un sistema democratico.
Con questo non si vuole negare l’esistenza di problematiche legate al disagio sociale, specie quando sfociano in forme di protesta violente che non possono ovviamente essere giustificate. Tuttavia, quando queste proteste si generalizzano, dimostrano l’esistenza di una rete che, per reggersi, necessita di un supporto anche logistico: è qui che nasce la differenza fondamentale tra una protesta spontanea e una organizzata. Sapere chi finanzia chi e cosa è vitale per la democrazia, perché senza trasparenza non c'è democrazia.
Prendiamo il caso della CGIL che finanzia dei movimenti studenteschi: per la mia esperienza sindacale è una dinamica anomala, benché certamente non illegale. Ricordo che da giovane, quando iniziai a collaborare con la Cgil per organizzare le leghe dei disoccupati durante la stagione della legge 285 per l’occupazione giovanile, nel movimento si discuteva dell'opportunità di unire le lotte dei disoccupati a quelle degli studenti, ipotizzando — attraverso una lettura ideologica della realtà — che questi ultimi fossero i disoccupati di domani. Io mi battei contro questa visione, scontrandomi con una parte dei compagni comunisti, poiché la nostra priorità sindacale era supportare i giovani lavoratori a trovare un impiego concreto attraverso gli strumenti offerti dalla nuova legge. La voce di questa mia posizione si sparse nei “corridoi” della Cgil, al punto che ricevetti una telefonata dal segretario nazionale generale aggiunto, Agostino Marianetti: mi comunicava che la questione era stata discussa in segreteria e che si era deciso di tenere i due piani separati a causa delle diverse problematiche, aggiungendo che lo stesso Luciano Lama gli aveva chiesto di contattarmi per confermarmi la linea dell'organizzazione.
È vero che i tempi sono cambiati, ma quale senso ha oggi finanziare — visto che neanche i bilanci dei sindacati navigano nell'oro — parti del movimento studentesco? Forse si è passati dal sindacato di proposta al sindacato di protesta?
È il ritorno di un vecchio virus di matrice massimalista, secondo cui la piazza conterebbe più del Parlamento, mentre per il sindacato riformista la piazza rappresenta soltanto un sostegno alle proposte da discutere con le controparti. La differenza è abissale: da un lato si utilizzano le regole democratiche per incidere sulle decisioni del governo, educando le masse al confronto civile; dall’altro si usa la piazza — garantita proprio dalle libertà democratiche — come strumento messianico di una rivoluzione catartica contro un nemico, sia esso il Governo o la Confindustria, educando al ribellismo fine a sé stesso.
Il problema della democrazia nell'era post-Yalta è che i cittadini hanno il diritto di sapere da dove arrivano i finanziamenti, poiché da ciò dipende la qualità stessa della democrazia. Nella Prima Repubblica sapevamo tutti che le forze politiche e le associazioni collaterali erano finanziate dagli alleati (quelle filo-occidentali) o dall’Unione Sovietica (quelle comuniste), anche se i compagni raccontavano di finanziarsi esclusivamente con il tesseramento e le Feste dell'Unità. C’era un equilibrio geopolitico noto a chiunque volesse vederlo. Oggi lo scenario è radicalmente diverso: non solo attraversiamo una crisi internazionale complessa e con alleanze fluide, ma assistiamo a un proliferare di soggetti opachi: dai finanziamenti di attori come George Soros ai multimiliardari delle multinazionali tecnologiche e farmaceutiche, dai fondi d'investimento dei Paesi arabi alla Russia, alla Cina, fino a capitali provenienti da società europee. È tutto legale? È tutto lecito?
Sarò anche ingenuo, ma di norma chi dà qualcosa pretende qualcosa in cambio. Esistono i benefattori, gli utopisti e gli altruisti, ma credo che nel mondo della finanza in particolare, predominino i cinici e i narcisisti che adorano il dio denaro, ben più che i filantropi mossi dall'amore per l'umanità. Non voglio dipingere una realtà interamente buia, ma abbiamo il dovere, per difendere la democrazia e gli uomini di buona volontà, di imporre regole trasparenti che permettano ai cittadini di esprimere il proprio consenso con la minor manipolazione possibile. Se un fondo d'investimento straniero finanzia, sotto le mentite spoglie della beneficenza, un'associazione che commette reati — seppur ammantati di nobili intenti umanitari, come bloccare strade, imbrattare monumenti o sabotare opere pubbliche —, non siamo forse di fronte a un attentato e a un tradimento della nostra Costituzione?
E se scoprissimo che le campagne contro il referendum sul nucleare sono state finanziate dai Paesi da cui compriamo l’energia, quelle associazioni avrebbero agito impunemente? Se giornali, media e social sono finanziati da gruppi economici stranieri occulti, possiamo davvero considerarne l'informazione libera e non manipolatoria?
Le stesse manifestazioni di questi giorni sia quelle violente che pacifiche, con viaggi, striscioni, tende,furgoncini, bandiere etc. chi le finanzia?
Se spostiamo questo ragionamento sulla politica — oggi particolarmente vulnerabile a causa della drastica riduzione dei fondi pubblici ai partiti —, diventa imprescindibile stabilire che è un diritto del cittadino conoscere i flussi di denaro che la sostengono. Non amo il sistema elettorale americano, ma la trasparenza dei fondi è totale e alla luce del sole: nessuno si scandalizzò quando Ronald Reagan propose la "Guerra Stellare" e fu finanziato apertamente dalle industrie degli armamenti.
La trasparenza non è un vincolo burocratico né un orpello formale, ma l'ossigeno senza cui il sistema democratico soffoca. Fino a quando permetteremo che i fili della nostra vita pubblica vengano tirati da burattinai invisibili e da interessi opachi, il voto del cittadino corre il rischio di essere una finzione, forse questo spiega anche l’alto tasso di astensione tipico della Seconda Repubblica. Restituire limpidezza ai finanziamenti della politica, dei media e dei movimenti significa difendere la sovranità popolare da ogni forma di ingerenza occulta e riconsegnare ai cittadini il controllo consapevole del proprio futuro.
foto prodotta con IA
