7 ottobre e la realtà inventata: perché l'Occidente cade nella trappola delle élite islamiste
In occasione della ricorrenza del 7 ottobre vorrei fare un ragionamento paradossale per metter in luce la manipolazione che si è costruita nei confronti di Israele in questi ultimi anni.
Ammettiamo che il premier Netanyahu sapeva che cosa stava preparando Hamas e fa finta di non sapere nulla per avere una scusa per attaccare Hamas a Gaza, e allora? Questo copre o giustifica le atrocità commesse da Hamas? Non credo, ma anche se ciò fosse provato Netanyahu ne risponderà al popolo Israeliano, ma Hamas ha svelato al mondo intero, se c’erano dubbi, il volto orribile di cosa sia.
Altro aspetto, ammettiamo che il governo di Netanyahu abbia finanziato o fatto finta di non vedere i finanziamenti che arrivavano ad Hamas per comprare armi per colpire Israele, cosa possibile, nel senso che ha pianificato una strategia per attaccare Hamas. Anche in questo caso Netanyahu ne risponderà agli elettori israeliani se fosse confermato, ma non cambia la volontà terroristica di Hamas di eliminare Israele cosi come è scritto nello statuto fondativo di questo movimento terroristico e fondamentalista. Che il popolo Palestinese abbia diritto ad avere uno stato non c’è dubbio, ma certamente non può essere uno Stato che ha nel suo statuto l’eliminazione dello stato di Israele come Hamas.
Noi occidentali, anche senza rolex, abbiamo assorbito la leggenda che i paesi mediorientali sono poveri (ovviamente per colpa dell’occidente cattivo) e in particolare i palestinesi sono i reietti della terra. Che storicamente l’occidente abbia delle responsabilità non c’è dubbio come altri popoli non occidentali hanno le loro responsabilità, se penso allo schiavismo contro gli africani proprio dagli Arabi, ma come sempre in occidente in oriente e in africa i responsabili sono state le élite e non i popoli. Con l’unica differenza che in occidente a caro prezzo i popoli hanno combattuto le élite politiche e religiose: le libertà che abbiamo non sono sempre esistite sono il frutto storico del sacrificio di tanti esseri umani.
Questa narrativa, ha certamente un fondamento sull’arretratezza dei Paesi medio orientali per le condizioni che vediamo nei TG, ma dimentichiamo o viene offuscata volutamente che le élite di questi popoli vivono nel lusso più sfrenato, comprano aziende e immobili di pregio in giro per il mondo (e non voglio parlare del Qatargate). Le loro élite gestiscono hacker, l’intelligence, controllano media, hanno a loro servizio fior di informatici, e professionisti di varia natura pagati profumatamente e sono in grado di condizionare i media occidentali e non solo.
Ma la narrativa dominante è che gli occidentali sono colpevoli per le condizioni in cui vivono questi popoli e se qualcuno fa notare che le loro élite sfruttano i loro popoli, ma per coloro che credono in questa narrativa, è sempre colpa dell’occidente che li corrompe; aldilà che questa lettura è razzista, perché ipotizza che questi popoli sono inferiori a noi perché non sono capaci di ribellarsi alle dittature delle loro élite, ma la cosa più grave che cosi scusano il comportamento e la cultura dei dittatori. Nel nostro immaginario collettivo non ci sono le ricchezze degli emirati, ma solo la miseria dei popoli che loro governano, le loro ricchezze e i finanziamenti non vanno a migliorare le condizioni di vita dei loro popoli ma a comprare armi, costruire tunnel non per proteggere il popolo, ma le milizie, e tutto ciò a noi sembra normale.
Paul Watzlawick, psicologo e filosofo esponente della Scuola di Palo Alto, afferma: che la realtà non viene semplicemente scoperta, ma inventata e costruita attivamente attraverso la comunicazione e le informazioni che riceviamo ed elaboriamo, la comunicazione non serve solo a trasmettere informazioni, ma a creare la forma del mondo in cui viviamo. La forza della manipolazione da parte delle élite Arabe ed islamiste sta nella loro forza economica che compra, finanzia e corrompe, il che fa sì che in occidente si parla solo della drammatica guerra in Palestina e non si sa nulla delle altre guerre, dei massacri nei confronti dei civili praticate sia dagli islamisti (che sono cosa diversa di chi è di religione islamica) che dei vari dittatori o teocrazie.
Di norma, le vittime di un conflitto si contano a guerra conclusa: è stato così per la Seconda guerra mondiale, per il Vietnam e per lo scontro tra Iraq e Iran. Oggi, al contrario, assistiamo a un bollettino quotidiano dei morti — molto simile a quello del COVID-19 — accompagnato da immagini, reali o manipolate, capaci di impattare fortemente sull’emotività di chi guarda. Culturalmente non siamo pronti ad accettare che anche nei Paesi islamici vi siano competenze raffinate nella gestione della comunicazione e dei media. Un parallelo significativo è la costante sottovalutazione dell'India in ambito informatico e cinematografico: un'immagine deformata dallo stereotipo del Paese povero e popolato solo da mendicanti, veicolato da anni di rappresentazioni superficiali.
Questo non significa negare la presenza di vittime civili a Gaza — una tragedia purtroppo inevitabile in qualsiasi guerra, a maggior ragione quando la popolazione viene usata come scudo umano. Da un lato vi è la consapevolezza che l’Occidente cristiano è profondamente sensibile alle perdite umane; dall'altro, la morte dei civili diventa per Hamas un mezzo per giustificare il fine ultimo, ovvero la distruzione di Israele. Ciò è reso possibile da una perversione culturale inculcata negli anni ai palestinesi attraverso un odio sistematico verso gli ebrei, sfociato nell'islamismo radicale che arriva a considerare "normale" l'educazione dei bambini al martirio.
Anche l’uso del termine genocidio risulta improprio, poiché definisce la volontà deliberata di sterminare un popolo. La differenza è sostanziale: Hitler cercava ed eliminava i civili ebrei in Germania, Polonia e Italia persino laddove i combattimenti erano già terminati, mentre a Gaza le vittime civili sono tragicamente colpite all'interno di operazioni di bombardamento bellico. Per cogliere questa distinzione occorre il coraggio di riconoscere la propria vulnerabilità alla manipolazione; un’ammissione difficile non solo per orgoglio personale, ma perché l'adesione a certe narrazioni ha finito per strutturare un vero e proprio senso di appartenenza esistenziale.
Chi cade in questi automatismi ragiona ormai con la logica dei terrapiattisti o con la superficialità del "piove, governo ladro", fino a riproporre il pregiudizio che attribuisce agli ebrei la responsabilità di ogni male del mondo. Di fronte a questa forma mentis, impermeabile al dubbio, al pensiero critico e alla tradizione umanistica, c'è ben poco da fare: si tratta degli epigoni e degli utili idioti dell’autoritarismo moderno e digitale.
Stiamo attraversando una fase storica peculiare, in cui ogni potenza cerca un posizionamento strategico al tavolo per definire i nuovi equilibri globali dopo la fine del sistema di Yalta. Ciascun attore tenta di influenzare le opinioni pubbliche facendo ricorso anche alle strategie della guerra ibrida e condizionando la percezione della realtà. In tutto questo, l’Europa sembra non aver ancora compreso che senza la costruzione degli Stati Uniti d’Europa non ci sarà spazio né futuro nel nuovo assetto globalizzato.
Se, come affermava Carl von Clausewitz, «la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi», il nostro impegno deve orientarsi verso una pace che non potrà — e non dovrà — essere strettamente eurocentrica. Al contempo, non dobbiamo dimenticare l'insegnamento del Presidente Sandro Pertini: «È meglio la peggiore delle democrazie della migliore di tutte le dittature». Si tratta di un valore irrinunciabile per la storia dell’Occidente, a dispetto delle sue intrinseche fragilità, oggi amplificate dalle nuove tecnologie: se nelle dittature il consenso si fonda sulla paura in modo esplicito, nelle democrazie la vera sfida del presente è rappresentata dal rischio di un consenso manipolato che usa anche la paura.
Roberto Giuliano
