martedì 20 ottobre 2026

Qui nessuno è straniero: quando la scuola diventa terreno di scontro politico

 

Qui nessuno è straniero: quando la scuola diventa terreno di scontro politico

In molte scuole si trovano lenzuoli utilizzati come manifesti sui quali campeggia una frase: «Qui nessuno è straniero». Un’affermazione condivisibile. La scuola è di tutti e deve sostenere gli alunni più fragili, non attraverso promozioni facili, come qualcuno potrebbe equivocare, ma offrendo loro gli strumenti necessari per sviluppare competenze, acquisire conoscenze e apprendere modelli di socializzazione e convivenza attraverso lo studio. Ma se tutto questo dovrebbe rappresentare un principio ovvio, perché oggi si sente la necessità di ribadirlo pubblicamente, quasi fosse una dichiarazione di principio da esibire?

Probabilmente, la comparsa di questi manifesti è legata alle polemiche sul numero di alunni stranieri presenti nelle classi. Eppure, una prima proposta in questa direzione era stata avanzata dall’attuale Presidente della Repubblica quando ricopriva l’incarico di ministro, senza suscitare, allora, particolari proteste. Una circolare che, per quanto riguarda il principio richiamato, era stata accolta positivamente. Mi domando, quindi, perché oggi si avverta il bisogno di esporre questi lenzuoli, quasi a voler contestare indirettamente una misura che riprende, sia pure in una forma diversa, un orientamento già espresso in passato. Forse perché, quando una proposta proviene da un governo di centrodestra, diventa automaticamente sospetta di autoritarismo o addirittura di fascismo? È una domanda che merita una riflessione. Si ha talvolta l’impressione che una parte della sinistra, invece di confrontarsi nel merito delle questioni, preferisca alimentare pregiudizi e fantasmi ideologici, utili soprattutto a consolidare il consenso della propria base.

Il problema, tuttavia, non si esaurisce nella polemica politica. Occorre interrogarsi sul significato concreto dell’inclusione scolastica. Prevedere una presenza equilibrata di studenti stranieri nelle classi non significa ghettizzare o discriminare. Al contrario, rappresenta una misura inclusiva, perché la conoscenza della lingua è una condizione fondamentale per favorire l'apprendimento, la comunicazione e l'integrazione. Senza una lingua condivisa, infatti, il rischio è che la classe si trasformi in una sorta di Babele, con difficoltà che coinvolgono non soltanto gli alunni, ma anche gli insegnanti. Quando un ragazzo non riesce a comunicare, a farsi comprendere dai compagni o a partecipare pienamente alla vita della classe, può sviluppare frustrazione e un senso di abbandono. Nel tempo, queste difficoltà rischiano di compromettere l'autostima e di favorire comportamenti oppositivi. La mancanza di relazioni e di occasioni di socializzazione può inoltre spingere alcuni ragazzi a rifugiarsi sempre più nel mondo virtuale, dove possono entrare in contatto con modelli di comportamento devianti, talvolta percepiti come normali o addirittura desiderabili.

C’è però un altro aspetto che considero ancora più preoccupante: chi scrive questi manifesti che proclamano, in nome della democrazia, un principio apparentemente indiscutibile? Sono gli studenti oppure gli insegnanti? Se sono gli studenti a realizzarli, bisognerebbe innanzitutto comprendere in quale contesto sia maturata l’iniziativa e quale significato le attribuiscano. Una volta conclusa l'eventuale mobilitazione, la dirigenza scolastica dovrebbe valutare se e come ricondurre l'iniziativa nell'ambito delle normali attività didattiche, salvo situazioni particolari, come un'occupazione dell'istituto. Se, invece, i manifesti sono stati ideati o fatti realizzare dagli insegnanti, la questione assume una dimensione diversa e chiama in causa il loro ruolo istituzionale. Gli insegnanti sono esseri umani, con le proprie convinzioni, sensibilità e legittime opinioni politiche. Tuttavia, nell'esercizio della loro funzione, dovrebbero evitare di trasformare tali convinzioni in messaggi che possano condizionare gli alunni o suggerire loro quale posizione politica assumere. La scuola deve educare al confronto e alla conoscenza, non diventare uno strumento di propaganda, qualunque sia l'orientamento ideologico da cui essa provenga.

È vero che gli insegnanti sono spesso poco retribuiti rispetto alla responsabilità e all'importanza sociale del loro lavoro. Ma questo non può giustificare eventuali forme di protagonismo ideologico né l'utilizzo degli studenti come destinatari delle proprie frustrazioni professionali o sociali. Naturalmente, sarebbe sbagliato generalizzare. Nel mondo della scuola operano migliaia di insegnanti preparati e appassionati, consapevoli della delicatezza del proprio compito. Esistono tuttavia anche minoranze che sembrano interpretare il ruolo educativo non tanto come trasmissione di conoscenze e sviluppo del pensiero critico, quanto come occasione per trasformare la società secondo una determinata visione del mondo. È una concezione che richiama, in parte, l'ambizione di costruire quell'«uomo nuovo» presente nella tradizione del pensiero marxista. A mio avviso, alcune di queste impostazioni culturali continuano a esercitare un'influenza significativa in determinati ambienti intellettuali, nonostante la crisi storica delle teorie marxiste e, in particolare, di quelle gramsciane. Nel corso degli anni, queste culture hanno consolidato una presenza in alcuni luoghi strategici della produzione e della diffusione del sapere: dalle università ai mezzi di comunicazione, fino al mondo della scuola.

Non si tratta, naturalmente, di invocare epurazioni o di sostituire un'egemonia culturale con un'altra. Sarebbe una contraddizione rispetto agli stessi principi democratici che si intendono difendere. Si tratta, piuttosto, di promuovere un confronto culturale serio, anche aspro quando necessario, nel quale nessuno possa considerarsi depositario esclusivo della verità. Una cultura autenticamente democratica dovrebbe essere capace di riconoscere i pregiudizi ovunque si manifestino, compresi quelli che appartengono a se stessi. Siamo spesso molto abili nell'individuare gli errori e le contraddizioni degli altri, mentre fatichiamo a riconoscere i nostri.

La democrazia, si fonda sul dialogo, sul confronto tra posizioni diverse e sulla possibilità di mettere in discussione le proprie convinzioni. Chi non la pensa come noi non diventa automaticamente fascista o comunista: è semplicemente una persona che esprime un'opinione differente. E proprio questa diversità che dovrebbe costituire uno stimolo per approfondire le questioni, elaborare nuove argomentazioni e verificare criticamente le proprie idee. È qui che si misura la funzione fondamentale della scuola. Gli insegnanti non devono sostituirsi alle famiglie o agli psicologi nell'affrontare ogni aspetto della crescita personale degli alunni. Hanno però la responsabilità di trasmettere conoscenze, insegnare la storia e la cultura del nostro Paese e, soprattutto, fornire gli strumenti per interpretare la realtà in modo autonomo.

Il loro compito non dovrebbe essere quello di indicare agli studenti che cosa pensare, ma di aiutarli a imparare come pensare. Per farlo, devono stimolare il dubbio, la curiosità e la capacità di distinguere tra fatti, opinioni e pregiudizi. Un obiettivo che oggi è ancora più importante, perché i ragazzi si trovano ad affrontare non soltanto le complessità del mondo reale, ma anche quelle, spesso più insidiose, della realtà virtuale. Un universo digitale che evolve rapidamente e che non sempre è pienamente conosciuto dagli stessi insegnanti. Per questa ragione, non si può lasciare che la scuola affronti da sola una sfida tanto complessa: servono formazione, strumenti adeguati e un sostegno concreto da parte delle istituzioni. L'inclusione non può ridursi a uno slogan scritto su un lenzuolo, così come la democrazia non può essere rivendicata da una sola parte politica. Entrambe richiedono un impegno quotidiano, fatto di conoscenza, responsabilità e rispetto delle differenze.

La scuola dovrebbe essere il luogo nel quale si impara a convivere con chi è diverso da noi, senza rinunciare al confronto critico e senza trasformare ogni dissenso in uno scontro ideologico. Perché educare alla democrazia significa, prima di tutto, insegnare al rispetto dell’altro e a riconoscere i propri pregiudizi e ad accettare che nessuno possiede, da solo, tutta la verità.

Roberto Giuliano

 

 

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